Brexit: l’uscita che non porta a nulla. Le conseguenze di politica estera dell’OUT

L’uscita della Gran Bretagna dall’UE avrebbe gravi conseguenze per la politica estera, sia per il Regno Unito che per il resto dell'Europa

Senior Policy Fellow
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Secondo Nick Witney, co-direttore del Programma European Power di ECFR e autore del rapporto, in caso di Brexit, diverse questioni di politica estera potrebbero indebolire l’influenza e la capacità di proiezione della politica estera britannica. Inoltre, guardando alla politica interna britannica, l’opzione Brexit molto probabilmente porterebbe all’indipendenza della Scozia e potrebbe stimolare nuove violenze in Irlanda del Nord.

Secondo Nick Witney “per la Gran Bretagna, il Brexit significherebbe affrontare non soltanto dossier di politica estera, ma soprattutto questioni domestiche, che graverebbero principalmente sull’Inghilterra. Una delle conseguenze più prevedibili del Brexit sarebbe un voto anticipato per l'indipendenza della Scozia che preferirebbe rimanere all’interno dell’UE invece di continuare a far parte di un Regno Unito ormai fuori. Il Brexit indebolirebbe ancor di più il già fragile equilibrio di Belfast, e aumenterebbe in maniera significativa il rischio di un ritorno alle violenze nel Nord”.

La Gran Bretagna perderebbe inoltre il vantaggio di appartenere al blocco commerciale più grande del mondo. L’UE è infatti l’attore globale con più Accordi di Libero Scambio stipulati: la grandezza numerica e l’importanza dell’UE hanno garantito alla Gran Bretagna condizioni più vantaggiose di quante ne avrebbe ottenute da sola.

Per quanto riguarda commercio e crescita “I numeri contano. Raggiungere un accordo di libero scambio soddisfacente è il frutto di negoziati complessi e difficili. Il risultato finale dipende infatti da chi vuole di più l’accordo. In questo caso, l’UE, il più grande blocco commerciale al mondo, ha offerto al Regno Unito l’accesso al suo mercato unico con conseguenti enormi vantaggi. L’UE garantirà sempre accordi migliori per i suoi 28 stati membri rispetto alle singole capacità di ciascuno di essi, Gran Bretagna inclusa”.

Witney respinge inoltre l'idea promossa dalla campagna di chi spinge per l'uscita per cui la Gran Bretagna da sola sarebbe in grado di costruire legami più profondi con il Commonwealth e gli Stati Uniti. “In realtà” dice Witney, “non c'è nulla da ravvivare con il Commonwealth, specialmente se visto come un'alternativa all'UE. Stiamo parlando veramente del nulla“.

Sulla crisi migratoria, punto di forza della campagna per l'OUT, Witney mette in evidenza il mix unico di opt-out di cui si avvale la Gran Bretagna, oltre al fatto che neanche il Brexit potrebbe isolare il Regno unito dalla crisi migratoria: “solamente lavorando all'interno dell'UE e con l'UE, il Regno Unito sarà in grado di affrontare questa crisi partendo dalle cause profonde che la generano, siano esse in Siria, Afghanistan o Africa Subsahariana“.

Come spesso accade, il Regno Unito trae i migliori vantaggi dall'UE: Londra è fuori Schengen ma beneficia degli accordi di Dublino, che – va ricordato – permettono ancora di ricondurre i migranti non europei nel primo paese europeo cui sono approdati. Non solo, la Francia ha persino permesso di effettuare controlli di frontiera già in territorio francese. In caso d’uscita dall'Unione, molto probabilmente questi controlli dovranno spostarsi da Calais a Dover“.

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CONTATTI: per interviste a Nick Witney contattare Richard Speight,+44(0)2072276867/+44 (0) 7794 307840/ [email protected]