Ritorno in Africa: perché il Nord Africa guarda a Sud

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In breve

  • I Paesi del Nord Africa hanno cominciato, per ragioni diverse, a guardare con maggiore attenzione all’Africa sub-sahariana.
  • Il Marocco persegue un’ampia campagna volta ad aumentarne l’influenza e a trovare sostegno riguardo al Sahara Occidentale.
  • L’Algeria mostra una rinnovata flessibilità rispetto alle minacce alla sicurezza in arrivo da sud. La Tunisia comincia a sondare il terreno per trovare nuove opportunità economiche in Africa.
  • L’Egitto reagisce a una serie di preoccupazioni, in particolare in relazione alle acque del Nilo.
  • Marocco, Algeria e Tunisia si trovano inoltre a gestire flussi migratori in aumento spinti dalla speranza di trovare lavoro o di trovare una base per raggiungere l’Europa.
  • La svolta del Nord Africa verso l’Africa sub-sahariana apre nuove opportunità di cooperazione per l’Europa, che non deve però trascurare le diverse priorità dei Paesi nordafricani né le riserve che alcuni di essi nutrono nei confronti di tali iniziative.

Introduzione

I leader politici europei guardano generalmente al Nord Africa attraverso una lente mediterranea. Almeno a partire dall’avvio del partenariato euromediterraneo con la Dichiarazione di Barcellona nel 1995, gli Stati europei si sono rapportati ai Paesi della sponda sud del Mediterraneo, dal Marocco all’Egitto, soprattutto in chiave di vicinato. Dietro questo approccio si nasconde una storia fatta di stretti legami risalenti al periodo coloniale e di profonde relazioni economiche, essendo l’Europa il più importante investitore e partner commerciale per la maggior parte di questi Paesi.

Tale visione del Nord Africa, da sempre troppo semplicistica, stride oggi più che mai rispetto all’immagine che questi Paesi hanno di sé stessi. In tutta la regione, i Paesi del Nord Africa hanno cominciato a rivolgere la loro attenzione verso il proprio continente intensificando il loro impegno con l’Africa subsahariana, una svolta africana guidata da diversi fattori. Alcuni Paesi sono impegnati a ottenere sostegno diplomatico su questioni significative di interesse nazionale: per il Marocco e l’Algeria, la disputa sul Sahara occidentale e, più in generale, la rivalità strategica; nel caso dell’Egitto, la preoccupazione per la gigantesca diga che l’Etiopia sta costruendo sul Nilo. Al di là di questo sforzo diplomatico, lo spostamento dell’attenzione è anche conseguenza delle crescenti minacce alla sicurezza e dei flussi migratori che raggiungono i Paesi del Nord Africa dal sud.

Infine, il cambiamento è dettato da preoccupazioni economiche. I Paesi nordafricani sono alla ricerca di nuovi mercati e cercano di riposizionarsi in vista della crescita economica e demografica prevista nei prossimi anni nell’Africa subsahariana, anche alla luce del persistere dei lenti tassi di crescita dei tradizionali partner commerciali europei del Nord Africa. La svolta verso sud è anche una reazione al fallimento dell’integrazione regionale all’interno del Nord Africa stesso, dove gli scambi commerciali rimangono limitati. La cooperazione economica e politica, ad esempio attraverso l’Unione del Maghreb arabo, è tenuta in ostaggio in particolare dal confronto tra Algeria e Marocco sul Sahara occidentale.

La pandemia del COVID-19 imporrà probabilmente alcune limitazioni a breve termine, ma aprirà anche nuove vie da seguire in questo processo. Al momento in cui scriviamo, l’Africa registra un tasso di mortalità e di infezione più basso rispetto ad altri continenti, con 8.630 decessi segnalati. Molti Paesi africani hanno risposto in modo efficace e innovativo alla crisi, tuttavia, il picco dei contagi potrebbe non essere ancora arrivato in Africa. In ogni caso, l’impatto economico e sociale del coronavirus sul continente sarà probabilmente profondo, con la perdita di numerosi posti di lavoro, la difficoltà di far fronte al pagamento del debito e una possibile crisi alimentare. Al tempo stesso, questi effetti potrebbero stimolare una trasformazione delle economie africane verso una maggiore autosufficienza, anche nella produzione di cibo e medicine e dare slancio alle energie rinnovabili e a una maggiore digitalizzazione. Tale trasformazione offrirebbe ulteriori opportunità ai Paesi nordafricani che hanno settori tecnologici, sanitari ed energetici rinnovabili ben sviluppati.

Nel momento in cui l’UE cerca di approfondire le sue relazioni con l’Africa subsahariana, come si evince da una comunicazione congiunta della Commissione Europea e dell’Alto Rappresentante presentata nel marzo 2020, la svolta nordafricana verso sud merita una maggiore attenzione europea. I responsabili politici dell’UE potrebbero trarre beneficio dalla comprensione dell’impegno nordafricano nell’Africa subsahariana in due sensi.

In primo luogo, dovrebbero riconoscere che le agende politiche dei partner nordafricani in settori come la migrazione, il commercio e gli investimenti non sono incentrate sull’Europa e che la cooperazione UE-Nord Africa avrà maggiore successo se di questo si terrà conto.

In secondo luogo, la comprensione delle strategie nordafricane potrebbe portare a una maggiore consapevolezza di più concreti ambiti di cooperazione tra l’Europa e i Paesi nordafricani nell’Africa sub-sahariana. Tuttavia, anche se in cerca di sinergie, gli europei dovrebbero ricordare che non tutte le iniziative nordafricane sono accolte con favore o accettate dai Paesi subsahariani. Gli europei dovrebbero essere consapevoli che accettare le offerte nordafricane di cooperazione triangolare può in alcuni casi comportare svantaggi superiori ai vantaggi offerti.

Questo documento offre una panoramica delle strategie africane di Marocco, Algeria, Tunisia ed Egitto. Non comprende la Libia, che negli anni precedenti al 2011 ha mostrato un intenso impegno con l’Africa subsahariana e con l’Unione Africana (UA), perché le crisi politiche e la guerra civile che hanno interessato il Paese negli ultimi anni non permettono per il momento di perseguire alcuna strategia africana di ampio respiro a livello statale.

Marocco: Un ritorno “in famiglia”

Il Marocco è tornato all’UA nel gennaio 2017 dopo un’assenza di 33 anni. Si è trattato di un passo altamente simbolico, che illustra la determinazione con cui il Paese ha cercato di rafforzare i suoi legami con l’Africa subsahariana negli ultimi anni. Il Marocco aveva lasciato l’Organizzazione dell’Unità Africana, predecessore dell’UA, nel 1984 per protesta contro l’ingresso della Repubblica Araba Democratica dei Sahrawi (RADS), lo Stato proclamato dal Fronte Polisario nell’ex colonia spagnola del Sahara occidentale che il Marocco rivendica come suo territorio e che controlla in larga parte. Il Marocco considera la controversia sul Sahara occidentale una questione vitale di interesse nazionale. Il ritorno nell’UA ha rappresentato per il Paese un cambiamento di rotta nella sua strategia volta a ottenere sostegno per il controllo del territorio.

Ma le ambizioni del Marocco nell’Africa subsahariana vanno oltre la ricerca di sostegno sul Sahara occidentale. Esistono infatti anche obiettivi economici e di sicurezza, oltre all’ambizione di affermarsi come uno dei principali attori del continente. In occasione del ritorno del Marocco in seno all’UA, re Mohammed VI ha dichiarato: “In un momento in cui il Regno è tra le nazioni africane più sviluppate… abbiamo deciso di ricongiungerci alla nostra famiglia”.

La decisione del Marocco di rientrare nell’UA senza esigere l’espulsione della RADS segna la presa di coscienza che l’approccio della “sedia vuota” non funzionava. Dopo la riammissione del Marocco, nel luglio 2018 l’UA ha istituito una troika composta dall’attuale presidente dell’UA e dalle presidenze precedente e futura, allo scopo di sostenere il processo dell’ONU nel Sahara occidentale. Tale decisione ha effettivamente eliminato l’argomento dalle discussioni nel Consiglio di pace e sicurezza dell’UA (CPS) ad Addis Abeba, spostandolo a livello dei capi di Stato, una mossa che ha accantonato i dissapori interni all’UA sul Sahara occidentale senza fare nulla per risolverli. L’UA rimane sostanzialmente bloccata sull’argomento. Allo stesso tempo, il Marocco non ha fatto mistero della sua ambizione ultima di far uscire la RADS dall’UA.

Il Marocco ha anche continuato a tentare di normalizzare il suo controllo del territorio persuadendo i Paesi africani, soprattutto ma non solo i tradizionali sostenitori francofoni, ad aprire consolati sul territorio. Sono in dieci ad averlo fatto negli ultimi mesi. Tuttavia, il Sudafrica, l’Algeria, il Kenya e altri influenti Paesi africani continuano a sostenere il Fronte Polisario e mantengono la tradizionale posizione dell’UA a favore del diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi.

L’azione diplomatica del Marocco sul Sahara occidentale è stata accompagnata da una spinta economica per espandere investimenti e operazioni commerciali in Africa. Da quando Mohammed VI è salito al trono nel 1999, ha effettuato una serie di visite di alto profilo nei Paesi africani, spesso accompagnato da delegazioni commerciali e dall’annuncio di investimenti su larga scala. Tra il 2003 e il 2017 gli investimenti diretti esteri marocchini in Africa hanno raggiunto 37 miliardi di dirham (circa 9 miliardi di euro), pari a circa il 60% degli investimenti esteri del Paese. Nel 2017 il Marocco è diventato il principale investitore africano in Africa occidentale, secondo solo al Sudafrica come maggiore investitore africano in tutto il continente.

Gli investimenti si sono concentrati in particolare nel settore bancario e nelle telecomunicazioni, guidati da grandi imprese come la Attijariwafa Bank, la Banque Centrale Populaire e Maroc Telecom. Il Paese, inizialmente concentrato sui tradizionali alleati francofoni dell’Africa occidentale come il Senegal e la Costa d’Avorio, ha di recente ampliato la gamma dei suoi investimenti. Ad esempio, nel 2016 il conglomerato dei fosfati OCP ha firmato un accordo con l’Etiopia per un gigantesco impianto di produzione di fertilizzanti. Nello stesso anno il Marocco ha anche avviato un importante progetto per la costruzione di un gasdotto dalla Nigeria alla costa mediterranea.

I crescenti legami del Marocco con i Paesi africani non francofoni tradizionalmente contrari alle sue politiche nel Sahara occidentale riflettono, secondo gli analisti africani, uno spostamento del continente da un approccio ideologico a uno più pragmatico. Persiste tuttavia una grande diffidenza riguardo alle ambizioni del Marocco in Africa, evidente soprattutto nella reazione alla richiesta del Marocco di aderire nel 2017 alla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), composta da 15 membri. L’Africa occidentale assorbe la maggior parte delle esportazioni marocchine all’interno dell’Africa, eppure, poiché le merci provenienti dal Marocco rappresentano ancora solo una piccola parte delle importazioni dell’Africa occidentale, esiste un ampio spazio di crescita per la quota di mercato marocchina.

Sebbene l’offerta del Marocco sia stata approvata in linea di principio nel 2017, il processo verso la piena adesione si è arenato. La questione non era nemmeno all’ordine del giorno dei due ultimi vertici dell’ECOWAS. Questo è dovuto al fatto che alcuni membri dell’ECOWAS temono che l’economia competitiva del Marocco possa portare all’erosione della produzione interna e che gli accordi di libero scambio del Marocco con l’UE e gli Stati Uniti possano aprire una “back door” alle merci provenienti da queste regioni in Africa occidentale. Le lobby economiche dell’Africa occidentale vedono l’offerta come “una mossa predatoria da parte delle aziende del regno per competere in maniera sleale nei loro mercati“. Tra i Paesi anglofoni dell’Africa occidentale c’è poi la preoccupazione che l’adesione del Marocco possa minare la posizione della Nigeria, il Paese dominante in ECOWAS, e far pendere la bilancia del potere a favore del gruppo dei Paesi francofoni all’interno dell’ECOWAS. Infine, molti Stati membri dell’ECOWAS si chiedono se il Marocco sia pronto ad attuare le disposizioni che consentono la libera circolazione delle persone attraverso il blocco.

La strategia del Marocco per l’Africa comprende anche una importante componente di soft power basata sulla cooperazione allo sviluppo, l’istruzione e la formazione religiosa. Secondo Mohamed Methqal, a capo dell’Agenzia di cooperazione internazionale marocchina (AMCI), la “lunga storia di legami con il resto del continente fa sì che il Marocco si trovi in un’ottima posizione per aiutare altri Paesi africani a seguire il suo esempio di sviluppo[1]. per la fornitura di assistenza umanitaria e il capacity building in una serie di settori in evoluzione, tra cui la pubblica amministrazione, la sanità, l’istruzione, la produzione di energia e l’elettrificazione rurale.

Il Marocco si è dedicato in particolare a portare nel Paese studenti provenienti da tutta l’Africa per dare loro accesso all’istruzione superiore: dal 1999 a oggi 23.000 studenti africani si sono laureati presso università o istituti tecnici marocchini e nel 2018-19 gli iscritti erano 11.000, la maggior parte dei quali con un sostegno finanziario marocchino.

Il Marocco si è anche concentrato sulla diplomazia e sull’educazione religiosa, attingendo alla tradizione moderata dell’Islam nel Paese e alle reti tradizionali degli ordini Sufi come la Tijaniyya, che collegano il Marocco all’Africa occidentale. Nel 2015 il Marocco ha istituito la Mohammed VI Foundation of African Oulema per promuovere una visione tollerante dell’Islam tra i Paesi partner, con particolare attenzione all’Africa occidentale. Ha anche formato centinaia di imam africani in Marocco attraverso l’Istituto Mohammed VI di Rabat. Secondo le parole di un analista, la diplomazia religiosa del Marocco è oggi una politica strutturata a tutto tondo fondata sul patrimonio spirituale congiunto marocchino-africano e volta a “consolidare la creazione di vitali partenariati strategici a lungo termine con i Paesi africani”. Secondo i funzionari marocchini, inoltre, il programma svolge una funzione di sicurezza fornendo da contrappeso alla radicalizzazione islamista nel Sahel e rappresenta un’alternativa marcatamente “soft” all’approccio antiterroristico che l’Algeria, nemico giurato del Marocco, promuove attraverso l’UA. Allo stesso tempo, il Marocco ha anche offerto formazione e sostegno finanziario ai membri della forza congiunta G5 Sahel, un’iniziativa di sicurezza sostenuta dalla Francia alla quale l’Algeria non partecipa.

Infine, il Marocco ha cercato di posizionarsi in Africa come leader sul tema delle migrazioni. A Re Mohammed VI è stato assegnato un ruolo guida sulle questioni migratorie all’interno dell’UA e nel 2018 il Marocco ha raggiunto un accordo con l’UA per ospitare un nuovo Osservatorio africano sulle migrazioni, che seguirà le dinamiche migratorie e coordinerà le politiche governative nel continente. L’approccio del Marocco alle migrazioni può essere visto come un tentativo di sfruttare una complessa sfida politica a suo vantaggio. Da tempo terra di origine dei migranti, il Marocco è diventato ora un paese di transito e di destinazione per i flussi provenienti dall’Africa subsahariana, con una popolazione immigrata che, secondo i dati del governo, è passata da 54.400 nel 2005 a 98.600 nel 2019.

Desideroso di mostrarsi un partner affidabile per l’Europa nel controllo dei flussi di immigrazione irregolare dal suo territorio verso l’UE, il Marocco ha anche cercato di superare l’approccio repressivo. In seguito alle passate accuse di violazione dei diritti dei migranti e all’evidente razzismo nei confronti dei migranti africani nella società marocchina, nel 2013 il Paese ha avviato un ampio programma di riforma della migrazione e ha offerto la regolarizzazione a quasi 50.000 migranti, la maggior parte dei quali provenienti dall’Africa subsahariana. Tuttavia, è indubbio che l’integrazione degli immigrati africani e l’accesso alle opportunità economiche in Marocco resta difficoltoso ed esiste il rischio che questi problemi possano danneggiare le relazioni con i Paesi subsahariani.

Le autorità marocchine non perdono occasione di affermare che il loro crescente impegno verso l’Africa rappresenta un’opportunità per l’Europa. Mohamed Methqal dell’AMCI sostiene che il futuro dell’Europa dipende dallo sviluppo sostenibile in Africa e che l’UE dovrebbe collaborare con il Marocco per promuoverlo, dal momento che il Paese “possiede competenze rilevanti che si adattano alle realtà locali”[2]. Il Marocco si propone anche come ponte economico tra l’Europa e l’Africa e ha istituito la Casablanca Finance City per offrire alle imprese internazionali una base per le operazioni nel continente, facendo di Casablanca il principale centro finanziario dell’Africa. In molti settori dello sviluppo, come le energie rinnovabili o la sanità, il coordinamento della cooperazione internazionale può essere vantaggioso. Ma gli europei dovrebbero anche riconoscere che l’agenda strategica del Marocco nell’Africa subsahariana è, non sorprendentemente, dettata dall’interesse nazionale e basata su relazioni complesse e che il suo impegno con i partner africani comporta continue tensioni e richiede buona volontà.

Algeria: Alla ricerca dell’influenza perduta

L’Algeria vanta un lungo passato di legami con l’Africa subsahariana. A seguito dell’indipendenza nel 1962, l’Algeria è diventata fonte di ispirazione per i movimenti anti-coloniali e rivoluzionari in tutto il continente. Negli anni Novanta la guerra civile algerina ha ridimensionato il profilo diplomatico del Paese, ma all’inizio degli anni 2000 l’Algeria ha ritrovato il suo slancio in Africa, in particolare all’interno dell’UA e sulle questioni di pace e sicurezza, sfruttando l’esperienza del “decennio nero” per posizionarsi come leader nella lotta al terrorismo internazionale.

I funzionari algerini hanno dato un contributo importante alla definizione dell’architettura africana di pace e sicurezza che sta alla base della politica di sicurezza dell’UA. Da quando l’UA è stata istituita nel 2002, il Paese ha assunto ininterrottamente il ruolo chiave di Commissario dell’UA per la pace e la sicurezza, incarico affidato prima a Saïd Djinnit e in seguito a Ramtane Lamamra, due diplomatici algerini di grande esperienza riconosciuti a livello internazionale. L’Algeria ospita il Centro africano di studi e ricerche sul terrorismo e ha fatto sì che l’antiterrorismo fosse inserito tra le aree di competenza del CPS. Oltre alla sicurezza, l’Algeria è stata anche motore della creazione nel 2002 del Nuovo partenariato dell’UA per lo sviluppo africano. La fiducia degli algerini nella loro influenza all’interno dell’UA ha portato nel 2012 un diplomatico ad affermare che “l’Algeria può influenzare l’UA senza esercitare particolare pressione”.

Negli ultimi anni, tuttavia, l’influenza dell’Algeria in tutto il continente si è indebolita. A seguito dell’ictus che ha colpito nel 2013 il presidente Abdelaziz Bouteflika, l’impegno con gli altri capi di Stato africani è svanito e i legami bilaterali dell’Algeria con i Paesi subsahariani hanno cominciato a subire un’erosione. Guidata da una visione di autosufficienza nazionale, l’Algeria ha scelto di non istituire un fondo patrimoniale sovrano che potesse acquistare attività all’estero con i proventi delle sue riserve di gas e petrolio. A partire dal 2014 il calo dei prezzi degli idrocarburi ha poi inferto un duro colpo all’economia algerina, ma le speranze di diversificazione attraverso l’espansione sui mercati africani hanno dovuto fare i conti con un quadro normativo che ha limitato gli investimenti all’estero. In base alle norme aggiornate nel 2014, le imprese private possono investire all’estero solo per attività complementari a quelle nazionali e i trasferimenti di capitale necessitano ancora di un’autorizzazione ufficiale.

Una conferenza di alto profilo organizzata in Algeria nel 2016, il Forum africano per investimenti e attività di business, è stata messa in ombra da una faida tra membri dell’élite, mentre il primo ministro Abdelmalek Sellal se ne andava in segno di protesta per il ruolo assunto dall’influente uomo d’affari Ali Haddad. Ciononostante, alcuni osservatori ritengono che il forum abbia contribuito a gettare le basi per maggiori legami commerciali in futuro.

L’Algeria ha giocato a lungo un ruolo dominante nel Sahel, ma anche questo è stato in qualche modo eclissato dall’escalation della minaccia jihadista degli ultimi anni. L’esercito algerino è il più potente in Africa dopo quello egiziano, ma il Paese segue da tempo il principio di non intervento, posizione formalmente sancita dalla costituzione algerina, che afferma che “l’Algeria non ricorre alla guerra per minare la legittima sovranità e la libertà degli altri popoli”. Di conseguenza, l’Algeria ha perseguito nel Sahel un approccio basato sul coordinamento delle risposte degli Stati regionali alle minacce alla sicurezza. Nel 2010 l’Algeria ha istituito un’organizzazione di sicurezza regionale, il Comité d’État-Major Opérationnel Conjoint (CEMOC), che riunisce Algeria, Mali, Mauritania e Niger per cooperare e condividere l’intelligence nella lotta contro i gruppi armati. Tuttavia, il CEMOC e l’unità di fusione e collegamento ad esso associata si sono rivelati in gran parte inefficaci.

L’impegno dell’Algeria a non intervenire ha comportato il rifiuto di un coinvolgimento militare in Mali per respingere i gruppi armati nel 2013 a sostegno delle forze interne, pur autorizzando le forze francesi a utilizzare lo spazio aereo nazionale.

Anche all’interno dell’UA l’Algeria potrebbe aver perso parte della sua influenza dominante nell’ambito della sicurezza. L’attuale commissario algerino del CPS, Smaïl Chergui, è stato rieletto a fatica solo per un quadriennio nel 2017 e secondo alcuni osservatori l’Algeria potrebbe non ricoprire più tale carica dopo il voto del prossimo anno. Nel 2018, inoltre, l’Algeria non è riuscita a impedire al suo rivale, il Marocco, di ottenere un seggio nel CPS.

L’Algeria ha anche reagito principalmente in termini di sicurezza all’aumento delle migrazioni nel Paese avvenuto negli ultimi anni, un atteggiamento che sembra denotare scarsa sensibilità nei confronti dell’area subsahariana. I flussi verso l’Algeria sono aumentati a partire dal 2015, a seguito della guerra civile in Libia dove in precedenza i migranti cercavano lavoro e punto d’appoggio per cercare di raggiungere l’Europa. La crescente visibilità degli immigrati subsahariani nelle città algerine ha suscitato reazioni ostili, tra cui una campagna pubblica nel 2017 con lo slogan “No agli africani in Algeria”.

Il governo ha preso le distanze da questa campagna, promettendo di impegnarsi a facilitare la regolarizzazione, ma al contempo ha avviato un programma di rimpatri forzati per un gran numero di irregolari verso Niger e Mali e, in misura minore, verso altri Paesi africani. Molti sarebbero stati abbandonati nel deserto meridionale dell’Algeria e costretti ad attraversare il confine a piedi. In segno di protesta contro questo trattamento, nel 2018 un gruppo di maliani deportati dall’Algeria ha attaccato l’ambasciata algerina a Bamako. Secondo le parole di un esperto, le autorità algerine continuano a non considerare l’accoglienza dei migranti come un’opportunità diplomatica o geopolitica per migliorare le relazioni con i Paesi dell’Africa subsahariana.

In questo contesto, Abdelmadjid Tebboune, che è stato eletto presidente nel dicembre 2019, ha dichiarato di voler avviare una politica di re-impegno con l’Africa. Il processo che ha portato Tebboune al potere ha scatenato ampie proteste e la sua credibilità secondo i critici interni al regime algerino è compromessa. Tuttavia, il suo programma per ricostruire il profilo continentale dell’Algeria è ambizioso. Tebboune ha partecipato al vertice dell’UA nel febbraio di quest’anno e ha usato il suo discorso per annunciare il ritorno dell’Algeria in Africa, sia nel contesto dell’UA che nelle relazioni bilaterali. In particolare, il presidente ha annunciato che l’Algeria istituirà un’agenzia di cooperazione internazionale incentrata sull’Africa e sul Sahel (evidentemente basata sul modello dell’AMCI del Marocco). Alla fine del 2019 l’Algeria ha inoltre ratificato l’accordo per l’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA). Nel giugno 2020 ha completato la costruzione di una parte fondamentale di un’autostrada transahariana progettata per collegare Algeri e Lagos, con collegamenti con il Ciad, il Mali, il Niger e la Tunisia.

Infine, a maggio, Tebboune ha presentato proposte di emendamento alla costituzione che consentirebbero al Paese di inviare forze militari oltreoceano per partecipare a operazioni multilaterali di mantenimento o di imposizione della pace, nonché di ristabilire la pace nei Paesi su invito del governo ospitante. Il cambiamento di rotta è evidentemente concepito per contribuire a ripristinare il ruolo dell’Algeria come potenza leader per la sicurezza del suo vicinato.

Ci vorrà un po’ di tempo prima che il successo di queste mosse possa essere valutato.  Alcuni commentatori hanno suggerito che la nuova agenzia di cooperazione internazionale è un metodo antiquato per cercare di acquisire influenza, retaggio di un’epoca in cui l’Africa subsahariana era vista come un insieme di paesi poveri bisognosi di aiuto e l’Algeria aveva a disposizione i mezzi per intraprendere progetti grandi e costosi. Secondo un osservatore, il discorso di Tebboune all’UA non ha incontrato il consenso del pubblico[3]. Piuttosto che impegnarsi in grandi progetti che trascendono le sue effettive capacità, l’Algeria farebbe meglio a semplificare per le sue imprese l’accesso al commercio e agli investimenti in Africa, anche migliorando i collegamenti di trasporto, in particolare i collegamenti aerei, e ad allentare le norme che regolano gli investimenti stranieri.

Nel frattempo, nel campo della sicurezza, un’eventuale revisione della dottrina di non intervento dell’Algeria potrà dimostrarsi una scelta fortunata solo se il Paese cambierà anche la sua cultura strategica, che fino ad oggi tendeva a favorire un approccio rigido e a rifiutare il sostegno a qualsiasi missione che non fosse condotta secondo le condizioni poste dall’Algeria. Recentemente si sono visti segnali di un cambiamento in tal senso, tra cui la ripresa dei colloqui su questioni regionali tra Algeria e Francia e il recente annuncio dell’Algeria riguardo alla fornitura di aiuti militari al Mali, compresa l’offerta di 53 veicoli militari. Tale cambiamento andrebbe a integrare il ruolo che l’Algeria ha continuato a svolgere nel promuovere e sostenere i negoziati tra il governo e i gruppi armati in Mali.

Tunisia: Un potenziale economico da scoprire

La Tunisia rappresenta un’eccezione tra i Paesi nordafricani in quanto il suo crescente interesse per l’Africa sub-sahariana non ha motivazioni geopolitiche evidenti. La Tunisia non intende accrescere il suo impegno con il resto del continente in virtù di rivalità strategiche o preoccupazioni di sicurezza, ma per ragioni essenzialmente economiche. Il primo ministro uscente, Youssef Chahed, ha ospitato un evento USA-Tunisia per promuovere gli investimenti in Africa nel febbraio di quest’anno e ha affermato che la Tunisia è intenzionata ad avviare un partenariato privilegiato con i Paesi africani. Il nuovo primo ministro, Elyes Fakhfakh, che è entrato in carica poco dopo, ha promesso un piano strategico di investimenti per il futuro della Tunisia che si basa anche sull’apertura di nuovi mercati in Africa.

La Tunisia parte da basi limitate nel tentativo di espandere il suo raggio d’azione nell’Africa subsahariana. Il presidente Zine el-Abidine Ben Ali, che ha governato il Paese per 23 anni prima della rivoluzione del 2011, ha cercato di orientare la Tunisia verso l’Europa piuttosto che verso l’Africa.

Mentre il primo presidente post-rivoluzionario, Moncef Marzouki, ha visitato diversi Paesi africani, dal 2011 i governi tunisini si sono concentrati più sull’affrontare i problemi socioeconomici attraverso i sussidi e l’occupazione pubblica che sulla ricerca di nuovi mercati oltreoceano. Nel 2018 solo il 3,1 per cento delle esportazioni tunisine era stato destinato all’Africa subsahariana, in lieve aumento rispetto al 2,8 per cento di dieci anni prima. La Tunisia soffre di una carenza di collegamenti diplomatici e infrastrutturali con il continente. Oltre ai Paesi costieri del Nord Africa, conta appena 12 ambasciate a coprire 49 Paesi africani. La compagnia di bandiera, Tunisair, serve solo otto destinazioni subsahariane, tutte in Africa occidentale.

La Tunisia ha compiuto un passo verso una maggiore integrazione commerciale con l’Africa subsahariana quando è entrata a far parte del Mercato comune per l’Africa orientale e meridionale (COMESA) nel 2018, cominciando tuttavia ad applicare le regole del COMESA solo nel gennaio 2020. Le esportazioni verso i Paesi del COMESA rimangono per il momento prevalentemente concentrate sui vicini nordafricani, la Libia e l’Egitto. Nel frattempo, nel 2017 ha ottenuto lo status di osservatore presso l’ECOWAS (avendo accesso, grazie alla sua posizione nel centro del Nord Africa, sia alle organizzazioni economiche regionali orientali che a quelle occidentali). Tuttavia, dopo aver firmato l’AfCFTA, il Parlamento tunisino non ha ratificato l’accordo quando è stato messo ai voti nel marzo 2020, che può essere ripresentato al Parlamento dopo un periodo di tre mesi, ma il rifiuto sembra dimostrare che la classe politica tunisina non ha ancora accettato l’idea dell’impegno con l’Africa.

Il capo del Consiglio per gli affari tra Tunisia e Africa, Anis Jaziri, afferma che il potenziale commerciale della Tunisia nel continente è frenato da una pesante regolamentazione dei cambi e dalla debolezza dei collegamenti internazionali delle banche del Paese, oltre che dalla mancanza di collegamenti per i trasporti. Al momento le esportazioni tunisine verso l’Africa riguardano principalmente i beni industriali, tra cui materiali da costruzione, cavi e attrezzature mediche. Alcune imprese tunisine, come la società di costruzioni Soroubat, hanno effettuato con successo investimenti in Africa occidentale, ma secondo Jaziri il vero potenziale risiede altrove, in settori di beni e servizi di valore superiore, che vanno dall’istruzione superiore e dai servizi medici alle tecnologie dell’informazione. Il successo della Tunisia nella gestione del COVID-19 potrebbe rendere il suo settore sanitario più attraente per il continente e migliori collegamenti renderebbero il Paese una base più appetibile per le aziende europee e internazionali che sono alla ricerca di partner africani locali in settori come la sanità o l’informatica.

Anche la migrazione svolge un ruolo importante nelle relazioni della Tunisia con l’Africa subsahariana. Secondo i dati ufficiali, in Tunisia vivono circa 7.500 africani subsahariani, ma se si contano anche gli immigrati senza documenti, secondo molti il dato reale potrebbe aggirarsi intorno alle 20.000 persone. La maggior parte proviene dall’Africa occidentale, in particolare dalla Costa d’Avorio, dal Mali, dal Senegal, dal Camerun e dalla Nigeria. Fino a poco tempo fa il numero di africani subsahariani che sceglievano la Tunisia come base per raggiungere l’Europa era minimo. Secondo il ricercatore Matt Herbert, solo 401 dei 4.678 immigrati irregolari arrestati dalle autorità tunisine nel 2018 nel tentativo di partire per l’Europa erano cittadini non tunisini. Il deterioramento della situazione in Libia ha portato a un aumento della percentuale di stranieri che cercano di utilizzare la Tunisia come paese di transito, ma il numero di migranti che cercano di raggiungere l’Europa dalla Tunisia rimane basso.

Molti immigrati africani in Tunisia lamentano problemi di razzismo e discriminazione. Uno studio dettagliato pubblicato di recente dal Forum tunisino per i diritti economici e sociali ha rilevato che da sempre i migranti affermano di non sentirsi benvenuti nel Paese, dove non esiste una procedura formale per la richiesta di asilo. Nella maggior parte dei casi i migranti hanno accesso solamente all’economia informale e hanno sofferto molto a causa della pandemia. Secondo l’UNHCR, il 53% dei rifugiati e dei migranti in Tunisia ha perso il lavoro a causa delle restrizioni legate al coronavirus. Sebbene la Tunisia abbia adottato una legge storica contro la discriminazione razziale nel 2018, gli attivisti lamentano la mancanza di un vero impegno politico a farla rispettare. La mancata integrazione dei migranti africani in Tunisia sembra indice di un continuo senso di distacco dall’Africa subsahariana.

Egitto: La salvaguardia degli interessi nazionali

Dal febbraio 2019 al febbraio 2020 il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi è stato presidente dell’UA. Era la prima volta dalla creazione dell’organismo nel 2002 che la scelta ricadeva sull’Egitto (la carica è assunta annualmente a rotazione dalle diverse regioni africane). La scelta di Sisi ha sottolineato la crescente attenzione che l’Egitto ha rivolto negli ultimi sei anni all’Africa e all’UA. Sotto le presidenze di Anwar Sadat e Hosni Mubarak la politica estera dell’Egitto si è concentrata sul Medio Oriente e le relazioni con gli Stati Uniti e l’Europa hanno messo in ombra l’impegno verso il proprio continente. Quando Sisi ha preso il potere nel 2013, rovesciando il presidente Mohammed Morsi eletto dal popolo, l’UA è arrivata al punto di sospendere l’adesione dell’Egitto per un anno. Ma da allora, Sisi e l’Egitto hanno fatto uno sforzo concertato per riparare i legami con l’Africa.

Tale cambiamento di rotta riflette la natura mutevole dei rischi per la sicurezza che l’Egitto si trova ad affrontare. A partire dal 2011 la diffusione dei gruppi jihadisti nel Nord Africa e nel Sahel e la guerra civile in Libia hanno portato Sisi a vedere potenziali minacce sul fronte africano. Allo stesso tempo, la campagna contro i Fratelli Musulmani in patria lo ha portato a identificare tutte le propaggini dei Fratelli come alleati del terrorismo e a orientare la politica estera egiziana verso la prevenzione della diffusione dell’Islam politico nella regione. Il rovesciamento del presidente di lunga data del Sudan, Omar al-Bashir, dopo massicce manifestazioni popolari, ha sollevato lo spettro dell’instabilità anche in un Paese limitrofo. Inoltre, la decisione dell’Etiopia di iniziare la costruzione della Grande Diga della rinascita etiope (GERD) sul Nilo Blu, vicino al confine con il Sudan, nel 2011 ha posto l’Egitto davanti alla possibile interruzione delle forniture d’acqua da cui dipende in modo massiccio. Il novanta per cento dell’acqua dolce egiziana proviene dal Nilo, fiume che è al centro della vita e dell’identità del Paese da migliaia di anni. Nel 2019 Sisi ha affermato alle Nazioni Unite che l’acqua del Nilo è “una questione di vita e di esistenza per l’Egitto”.

Quando sceglie di impegnarsi, le dimensioni e la ricchezza dell’Egitto garantiscono la sua influenza in Africa. Si tratta della terza economia più grande del continente dopo Nigeria e Sudafrica, ma vanta il tasso di crescita più elevato (5,6% nel 2019). L’Egitto ha un servizio diplomatico esperto e competente e una vasta rete di 40 ambasciate in tutta l’Africa subsahariana. Grazie al periodo in cui è stato membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU nel 2016-17, l’Egitto si è guadagnato varie amicizie in Africa in virtù degli sforzi di coordinamento dell’attività dei membri africani del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e del CPS. Gli osservatori dell’organismo affermano che l’Egitto è stato attento a inserire nell’UA funzionari di spessore, tra cui il consulente legale dell’organizzazione, Namira Negm[4]. L’Egitto è particolarmente attivo all’interno dell’UA sulle questioni di sicurezza e ha concluso un accordo per ospitare al Cairo il Centro dell’UA per la ricostruzione e lo sviluppo postbellico. Secondo le notizie di cronaca, i diplomatici egiziani descrivono questi sforzi come parte di uno sforzo volto ad aumentare l’influenza del Paese all’interno dell’organizzazione.

Tuttavia, durante il periodo in cui ha presieduto l’UA l’Egitto non ha concentrato l’attenzione dell’organizzazione sulle sfide regionali più urgenti, che preferisce affrontare in altri modi. L’ambasciatore egiziano presso l’UA cita l’entrata in vigore dell’AfCFTA, il miglioramento dell’efficienza dell’UA, lo sviluppo delle infrastrutture e i progressi del Centro per la ricostruzione e lo sviluppo postbellico come prove tangibili degli sforzi compiuti durante il mandato. Ma avendo assunto posizioni divergenti dall’opinione prevalente all’interno dell’organizzazione, l’Egitto non ha promosso il coinvolgimento dell’UA nella crisi in Libia, nella transizione in Sudan e sulla questione della diga etiope. Per Il Cairo la presidenza dell’UA rientrava in una campagna più generale volta ad aumentarne l’influenza e non era un modo per perseguire direttamente i suoi obiettivi strategici.

Per quanto riguarda la Libia, l’Egitto ha sostenuto con forza il generale ribelle Khalifa Haftar, cosa che, secondo altri Stati membri dell’UA, esclude il Paese dalla guida di qualsiasi sforzo di mediazione. L’Egitto si è inoltre mostrato in disaccordo con la maggioranza dei Paesi dell’UA sulla transizione in Sudan. Nella convinzione che l’esercito del Sudan fornisca le migliori basi per la stabilità nazionale, l’Egitto si è unito ai suoi alleati mediorientali, all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, sostenendo i militari sudanesi nella loro continua lotta di potere contro i funzionari civili. Sisi ha incontrato l’influente generale Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemeti) al Cairo lo scorso luglio e ha sottolineato il desiderio dell’Egitto di sostenere “la stabilità e la sicurezza” del Sudan. In seno all’UA, tuttavia, prevalevano sentimenti vicini al movimento civile filodemocratico. Nonostante l’opposizione di Sisi, l’UA ha sospeso il Sudan per tre mesi nel giugno 2019, a seguito di un attacco militare contro i manifestanti e la scorsa estate si è schierata con il rivale dell’Egitto, l’Etiopia, nei suoi sforzi di mediazione, che hanno portato a un accordo di condivisione del potere e a una roadmap di transizione.

La diga etiope rimane la più importante priorità regionale dell’Egitto. I lavori per il GERD sono stati completati per oltre il 70% e l’Etiopia afferma che quest’anno sarà pronta a iniziare a riempire il relativo bacino. Si stima che se il bacino venisse riempito per sette anni, l’Egitto perderebbe il 22 per cento del suo bilancio idrico annuale. Egitto, Etiopia e Sudan hanno firmato una dichiarazione di intenti nel 2015, ma da allora le trattative tecniche sui dettagli di un accordo si sono arenate. I restanti punti di discordia tra Egitto ed Etiopia riguardano lo status giuridico di qualsiasi accordo, le misure di mitigazione in caso di siccità e le modalità di gestione delle controversie. La Banca Mondiale e, più di recente, gli Stati Uniti hanno cercato di mediare, ma l’Etiopia ha rifiutato l’accordo negoziato dagli Stati Uniti all’inizio di quest’anno. L’Etiopia ha invece cercato di coinvolgere l’UA e il suo attuale presidente, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, in un nuovo round di mediazione. Alla fine di giugno, le parti si sono incontrate sotto l’egida dell’UA e hanno annunciato che speravano di risolvere le questioni in sospeso entro due settimane. Se le discussioni avranno successo, sarà un’occasione per l’Africa di risolvere le proprie controversie e contribuire a dissipare i dubbi egiziani sull’equità dell’UA su questo tema.

Come altri Paesi nordafricani, anche l’Egitto negli ultimi anni ha cercato di intensificare i suoi rapporti economici con l’Africa subsahariana. L’Egitto è membro del COMESA dal 1998 ed è stato uno dei primi Paesi a ratificare l’area tripartita di libero scambio che collega il COMESA alla Comunità dell’Africa orientale e alla Comunità per lo sviluppo dell’Africa meridionale, concordata nel 2015. Gli scambi commerciali egiziani con i Paesi membri del COMESA sono aumentati del 32% tra il 2018 e il 2019. Negli ultimi anni l’Egitto ha inoltre intrapreso una serie di grandi progetti di cooperazione con i Paesi del bacino del Nilo, soprattutto nel campo dell’irrigazione e della gestione delle acque, e ha organizzato una serie di forum di investimento al Cairo. Ciononostante, il volume degli scambi dell’Egitto con l’Africa subsahariana rimane relativamente basso, rappresentando solo il 5,7 per cento delle esportazioni e l’1,5 per cento delle importazioni nel 2018. Persiste l’impressione che l’Egitto consideri i suoi interessi di sicurezza in Africa come una priorità e veda i legami economici, almeno in parte, come un modo per promuovere il raggiungimento dei suoi obiettivi strategici.

Conclusioni e raccomandazioni

Il “ritorno in Africa” del Nord Africa è stato una caratteristica sorprendente della politica estera della regione negli ultimi anni. Tutti e quattro i Paesi analizzati in questo documento hanno intensificato il loro impegno nei confronti dell’Africa subsahariana, riconoscendo in essa sia un mercato emergente di primo piano sia una regione la cui influenza nella politica internazionale è destinata ad aumentare nei prossimi anni. Ma l’analisi ha mostrato anche che i Paesi nordafricani stanno perseguendo programmi nazionali autonomi in Africa e hanno incontrato risposte altrettanto eterogenee da parte dei Paesi dell’Africa subsahariana. I Paesi nordafricani sono tornati in Africa per ragioni diverse e le loro iniziative hanno spesso lasciato irrisolte le tensioni esistenti con i Paesi subsahariani.

Per il Marocco e l’Egitto in particolare, l’impegno nei confronti dell’Africa è fortemente influenzato dai rispettivi interessi strategici. Molti Paesi subsahariani continuano a restare diffidenti nei confronti di queste nuove posizioni seppure accogliendo con favore l’attenzione alle istituzioni e ai processi africani. Anche i Paesi nordafricani hanno continuato a nutrire dubbi riguardo alla loro posizione in Africa. In quella che è stata definita una “missione a due facce” si sono impegnati a mantenere relazioni privilegiate con l’UE pur nello sforzo di rinsaldare i legami con il loro continente. I Paesi nordafricani non hanno mostrato alcun interesse ad essere associati ai negoziati tra l’UE e il gruppo di Stati di Africa, Caraibi e Pacifico volti a individuare un successore dell’Accordo di Cotonou, che scade alla fine di quest’anno. La cooperazione per lo sviluppo tra Nord Africa e Africa subsahariana offre benefici all’intero continente, ma potrebbe suscitare risentimento se assumesse le sembianze di una forma di tutela a cui i Paesi nordafricani metterebbero a disposizione il loro status più avanzato.

L’UE dovrebbe tenere conto della natura complessa dell’impegno nordafricano con l’Africa subsahariana nelle sue relazioni con il continente. In primo luogo, otterrà risultati migliori dalla cooperazione con i Paesi nordafricani in materia di migrazione se comprenderà il contesto africano delle politiche dei suoi partner. Come ha sostenuto Tasnim Abderrahim per ECFR, l’UE e i suoi Stati membri dovrebbero comprendere che la migrazione è una questione delicata sia per i Paesi nordafricani che per quelli europei. Gli interessi europei e quelli dell’Africa subsahariana potrebbero rivelarsi contrastanti e l’impressione che i Paesi nordafricani agiscano in qualità di esecutori o gendarmi europei complicherebbe le loro relazioni con i Paesi di origine. Cooperare nella gestione delle frontiere e promuovere l’integrazione delle comunità di migranti è probabilmente un’opzione più efficace invece che spingere i Paesi nordafricani a farsi carico dei migranti intercettati in mare.

Nel campo della sicurezza, l’UE e i suoi Stati membri dovrebbero accogliere con favore i segnali di un nuovo impegno dell’Algeria nel Sahel e incoraggiarla a costruire legami con il G5 Sahel e a contribuire attivamente alla stabilizzazione e allo sviluppo. L’UE dovrebbe anche essere pronta a intensificare il suo coinvolgimento negli sforzi per dirimere la controversia sulla diga del Nilo se l’attuale ciclo di negoziati dovesse mostrarsi poco incoraggiante, godendo di maggiore credibilità come potenza neutrale rispetto agli Stati Uniti, considerati molto vicini all’Egitto.

Mentre l’UE cerca di approfondire le sue relazioni con l’Africa, dovrebbe naturalmente cercare di coordinarsi, ove possibile, con le iniziative continentali nordafricane. I legami commerciali tra i Paesi del Maghreb e il Sahel potrebbero contribuire al raggiungimento degli obiettivi europei di promozione della stabilità. Il sostegno all’integrazione economica africana è uno degli obiettivi menzionati nelle linee guida per una nuova strategia UE-Africa, che potrebbe beneficiare di sforzi volti a creare migliori collegamenti infrastrutturali tra i Paesi nordafricani e il resto del continente.

L’Europa ha anche la possibilità di perseguire una cooperazione triangolare con i Paesi nordafricani dell’Africa subsahariana attraverso il coinvolgimento in progetti relativi ad aree in cui il Nord Africa ha esperienze rilevanti da condividere. Il Marocco, in particolare, ha cercato di promuovere questa idea, che è stata approvata in una dichiarazione congiunta UE-Marocco nel giugno 2019. Le agenzie di cooperazione internazionale di Egitto, Marocco e Tunisia hanno realizzato molti progetti in paesi terzi in associazione con istituzioni internazionali e paesi sviluppati, e l’Algeria ha annunciato la creazione di un’agenzia di cooperazione internazionale. In diversi settori, tra cui la sanità pubblica, l’elettrificazione rurale, l’energia rinnovabile e la digitalizzazione, i Paesi nordafricani perseguono obiettivi di cooperazione allo sviluppo simili a quelli dell’Europa e hanno un’esperienza rilevante, dunque sarebbe opportuno coordinare gli sforzi.

Allo stesso tempo, l’UE dovrebbe essere cauta nell’allinearsi troppo marcatamente alle strategie nordafricane in Africa. La cooperazione triangolare è preziosa solo nella misura in cui tutte le parti condividono realmente gli obiettivi e l’accordo offre un valore aggiunto. Mentre l’UE cerca di muoversi verso un approccio di partenariato più equo con l’Africa, dovrebbe ricordare che molti Paesi subsahariani guardano alla posizione degli Stati nordafricani con una certa diffidenza. Persiste in Africa il dubbio che i Paesi nordafricani si approccino al resto del continente dall’alto di un presupposto status più avanzato, cosa di cui l’Europa deve tenere conto nelle scelte di allineamento. Soprattutto, i responsabili politici europei dovrebbero essere consapevoli degli interessi, delle tensioni e delle rivalità che sono alla base delle politiche nordafricane nel continente. La posizione dell’Africa subsahariana nei confronti del Nord Africa è sempre più pragmatica. Un approccio altrettanto pragmatico, teso alla convergenza ove possibile ma che rimanga sensibile alle agende nazionali dei potenti Paesi nordafricani, costituirebbe la migliore base per le relazioni dell’Europa con l’Africa.

Nota sull’autore

Anthony Dworkin è Senior policy fellow dell’ECFR. Si occupa del Nord Africa e anche di una serie di temi legati ai diritti umani, alla democrazia e all’ordine internazionale. È inoltre Visiting Lecturer presso la Scuola di Affari Internazionali di Parigi a Sciences Po e in passato è stato direttore esecutivo del Progetto Crimini di guerra.

Ringraziamenti

Questo documento si basa in parte sulla ricerca condotta durante un viaggio di studio dei membri del consiglio dell’ECFR in Marocco nel marzo 2020. Oltre alle persone citate nel testo, desidero ringraziare Faten Aggad, Amandine Gnanguenon e i membri del consiglio dell’ECFR Nicola Clase, Teresa Gouveia, Fabienne Hara e Ana Palacio per le utili discussioni. In seno all’ECFR, Julien Barnes-Dacey, Andrew Lebovich, Theodore Murphy e René Wildangel hanno fornito preziosi commenti sulle bozze del documento. Grazie a Robert Philpot per l’editing e ad Adam Harrison per la progettazione grafica.

Questo lavoro di ricerca è stato reso possibile dal sostegno della Compagnia di San Paolo e al contributo dei ministeri degli Esteri di Danimarca, Norvegia e Svezia al programma dell’ECFR per il Medio Oriente e il Nord Africa.


[1] Intervista ECFR con Mohamed Methqal, Rabat, 9 marzo 2020.

[2] Intervista ECFR con Mohamed Methqal.

[3] Intervista telefonica dell’ECFR con l’osservatore dell’UA, 20 aprile 2020.

[4] Intervista ECFR con l’osservatore dell’UA, 20 aprile 2020.