Spoiler alert: come l’Europa può salvare la diplomazia in Libia

picture alliance / Xinhua News Agency | Pan Xiaojing ©
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In breve

  • I principali Stati europei devono smettere di adottare approcci contrastanti verso la Libia e farne una priorità condivisa nella loro politica estera.
  • L’Europa deve sostenere il programma politico dell’ONU in Libia per dare forma a una struttura nazionale unificata anziché sostenere amministrazioni concorrenti.
  • Occorre concentrarsi sulla tutela degli interessi fondamentali europei in Libia, ovvero porre fine al conflitto in modo sostenibile, creare un partner locale affidabile e preservare l’influenza europea.
  • Per garantire il successo del processo avviato dalle Nazioni Unite, gli europei dovrebbero adottare un approccio più proattivo volto a bloccare e isolare le interferenze interne e internazionali, riorientare il percorso politico verso obiettivi unificanti e sostenere la riforma del settore della sicurezza.
  • Gli europei dovrebbero anche promuovere la stabilizzazione fornendo sostegno tecnico e diplomatico allo scopo di rafforzare la governance e i meccanismi di accountability in Libia, aspetti necessari affinché un nuovo governo riesca a organizzare le elezioni nel dicembre 2021.

Introduzione

Il 23 ottobre 2020 le delegazioni militari delle due opposte fazioni in Libia hanno annunciato formalmente il cessate il fuoco, mettendo ufficialmente fine a un conflitto iniziato il 4 aprile 2019. Tale evento ha messo in luce la natura “alla Dr. Jekyll e Mr. Hyde” del processo politico avviato dalle Nazioni Unite nel Paese. Per i diplomatici europei, statunitensi e delle Nazioni Unite, che hanno lavorato duramente dietro le quinte da quando le ostilità sono terminate in via informale a giugno, si è trattato di un notevole traguardo: il loro contribuito ha permesso di evitare che la Libia cadesse in un baratro e ha dimostrato che una pressione politica internazionale sostenuta sulle parti in conflitto può portare a progressi tangibili verso la pace. Tuttavia, le élite politiche libiche e gli Stati che da tempo operano a favore dei diversi contendenti sembravano ancora una volta intenzionati a sfruttare questo fragile processo di pace per riprendere la guerra. La Libia non è nuova a tali sviluppi e l’attuale attività diplomatica mostra indubbie e inquietanti somiglianze con il processo che ha portato all’Accordo di Skhirat nel 2015, quando proprio come oggi alcuni degli stessi attori coinvolti nell’attuale progetto politico dell’ONU avevano tentato di porre fine a una precedente iterazione della stessa guerra.

Adesso molti osservatori temono che la tregua nei combattimenti sia solo il preludio a un ulteriore conflitto. Il rischio è che il processo delle Nazioni Unite, guidato da una missione determinata ma priva di risorse e sottoposta a pressioni esterne, attribuisca la priorità alla parvenza di progresso rispetto a un accordo che affronti i principali ostacoli a una stabilità duratura. Gli sforzi dell’ONU, volti ad attrarre le élite del Paese invece che a definire il quadro politico generale, rischiano solo di approfondire le spaccature già esistenti in Libia.

Tuttavia, nonostante l’attuale processo diplomatico sia guidato in gran parte dallo stesso gruppo di attori secondo uno schema che segue la falsariga di quanto avvenuto nel 2015, non significa che esso sia destinato al fallimento. La pressione esercitata sui leader libici sia da parte di attori internazionali, che temono le conseguenze di un’ulteriore escalation, sia dei cittadini libici stanchi della guerra, dello stallo politico e della scomparsa dei servizi pubblici, offre l’opportunità tanto fugace quanto concreta di compiere progressi significativi. La sfida che i libici e gli attori esterni sono chiamati ad affrontare consiste nell’assicurare che il desiderio di pace vada oltre le ambizioni e l’atteggiamento tutto-o-niente dell’élite al potere e dei loro sostenitori stranieri. Per raggiungere tale obiettivo l’ONU deve riconoscere e fare tesoro dei fallimenti passati per tracciare un percorso più unificante e sostanziale, mentre gli europei devono fare pressione tanto sui principali disturbatori quanto su chi è interessato al successo degli sforzi dell’ONU affinché smettano di ostacolare il processo diplomatico.

In tal senso gli europei si trovano in una buona posizione per sostenere gli sforzi di questo dilaniato Paese nordafricano volti a rimettere in carreggiata la transizione politica, specialmente alla luce del ruolo centrale che hanno svolto nel processo di Berlino, l’iniziativa diplomatica a guida tedesca che si è svolta l’anno scorso a sostegno del programma politico dell’ONU. Per affrontare le debolezze dell’approccio attuale l’Europa dovrà investire molto più capitale politico in Libia, così da produrre i tanto necessari dividendi geopolitici che proteggeranno gli interessi chiave europei nel sempre più fragile Vicinato meridionale.

Se vogliono porre fine al circolo vizioso della transizione in Libia e affrontare le principali sfide del processo in corso, gli europei dovranno agire però in modo più strategico e assertivo. Questo richiederà che i tre Stati europei più attivi in Libia – Francia, Germania e Italia – costruiscano una coalizione a livello ministeriale intorno a obiettivi strategici condivisi: porre fine al conflitto, dare forma a un partner locale affidabile e salvaguardare l’influenza europea.

Finora le divergenze di vedute tra Parigi, Berlino e Roma e le rispettive aspirazioni a lungo termine per la Libia hanno portato a una competizione che ha escluso i tre Paesi da interventi più coerenti e concertati di attori come gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia e la Russia. Per raggiungere gli obiettivi strategici in Libia gli europei devono smettere di aspettarsi che siano gli altri a tirarsi su le maniche, che si tratti di attori libici che agiscono per procura o della tormentata missione delle Nazioni Unite, e cominciare ad attuare un’agenda europea. Questo significa aumentare significativamente gli sforzi coordinati per seguire una rinnovata road map dell’ONU che promuova il consolidamento dell’unità nazionale della Libia, piuttosto che continuare ad esasperare le divisioni tra centri di potere concorrenti. Significa inoltre fare molto di più per difendere l’intero processo dai disturbatori – i cosiddetti spoilers – , che comprendono sia l’élite politica libica, più interessata all’arricchimento personale che al progresso politico, sia alcuni attori esterni che mirano a tutelare i propri interessi geopolitici incuranti della stabilità libica.

Le dimissioni a sorpresa dell’Inviato speciale designato dalle Nazioni Unite per la Libia, Nikolay Mladenov, nel dicembre 2020 avrebbero dovuto rendere ancora più urgente questa spinta europea. Nonostante la nomina in tutta fretta di un sostituto, questo repentino e inatteso sviluppo potrebbe comunque ancora mettere in discussione l’autorità dell’ONU in Libia. Se gli europei non interverranno a sostegno del processo dell’ONU, affrontandone le carenze e garantendone l’attuazione, gli interessi europei rischiano di essere accantonati a favore di altri attori che sostituiranno tale iniziativa con un mercanteggiamento bilaterale che non farà che marginalizzare ulteriormente l’Europa. L’elezione di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti potrebbe essere un segnale positivo e Washington potrebbe diventare ora un partner più attivo e maggiormente disposto a spingere nella stessa direzione dell’Europa. Tuttavia, considerata la vulnerabilità dell’Europa agli sviluppi in Libia, gli europei dovrebbero prendere posizione e assumersi maggiori responsabilità anziché aspettare che si materializzi una leadership statunitense che potrebbe non arrivare mai.

L’altalena libica

L’accordo per il cessate il fuoco dell’ottobre 2020, i successivi colloqui sulla sicurezza e il Forum di Dialogo politico libico (LPDF) che ha stabilito una nuova road map verso le elezioni, previste per dicembre 2021, sono il risultato di mesi di attività diplomatiche da parte delle Nazioni Unite, dei Paesi europei e degli Stati Uniti. L’accordo è stato concepito per evitare una resa dei conti tra Turchia, Egitto e Russia che sembrava probabile dopo il fallito assalto a Tripoli da parte del Generale Khalifa Haftar e delle forze armate arabe libiche (LAAF), durato 14 mesi. Tale offensiva ha subito un tracollo spettacolare lo scorso giugno a seguito di un contrattacco orchestrato dai turchi per mano delle forze allineate al Governo di Accordo Nazionale (GNA).

La sconfitta di Haftar, che ha dovuto rinunciare al comando e al controllo mentre le sue forze si disperdevano, ha sorpreso l’alleanza internazionale che lo sosteneva soprattutto in considerazione del suo ruolo di autoproclamato arbitro degli affari politici e militari nell’est e, sempre di più, nel resto del Paese.

A sostegno di Haftar la Russia ha schierato i suoi jet a Sirte, nella zona centrale del Paese a 450 km a est di Tripoli, dove le forze del Generale hanno potuto riorganizzarsi, mentre i mercenari russi mettevano al sicuro gli impianti petroliferi in tutto il Paese. Tuttavia, la disfatta militare ha cambiato la dinamica del conflitto. L’ascesa di Haftar rientra in un preciso disegno concepito da Abu Dhabi e Il Cairo nel 2013 per portare al potere la versione libica del Generale egiziano diventato presidente, Abdel-Fattah al-Sisi. Man mano che il progetto dell’uomo forte prendeva forma, esso ha poi ottenuto un ulteriore sostegno internazionale, in particolare da parte di Francia e Russia.

Ma la drammatica sconfitta di Haftar ha costretto i suoi sostenitori a riconsiderare le rispettive posizioni. Piuttosto che cercare la vittoria totale, ora prevale l’interesse a mantenere viva un’opposizione interna che divida il Paese, tanto per proteggere i vari interessi in gioco quanto per spostare l’attenzione sui fattori interni piuttosto che internazionali che animano il conflitto e dunque garantendosi l’assoluzione da qualsiasi responsabilità riguardo alla crisi. Gli approcci adottati per raggiungere tale obbiettivo sono diversi.

In risposta alla caduta di Haftar, l’Egitto ha cominciato a sostenere Aguileh Saleh, lo Speaker della Camera dei Rappresentanti libica, sperando in un’ascesa che lo porterebbe a diventare il leader politico della Libia orientale. A tale scopo, nel luglio 2020 Il Cairo ha approvato una misura legislativa volta a consentire il dispiegamento di truppe egiziane in Libia, nel tentativo di rafforzare la posizione di Saleh e delle tribù cirenaiche che lo sostengono rispetto ad Haftar e al GNA.

Nel frattempo, la Russia si è concentrata sulle élite retaggio dell’era Gheddafi, sfruttando inoltre l’influenza sul LAAF per ottenere il controllo delle principali installazioni militari e petrolifere. La Russia mira anche a sostituire il processo delle Nazioni Unite con un percorso diplomatico bilaterale con la Turchia che potrebbe escludere l’Europa e gli Stati Uniti, proprio come ha fatto in Siria.

Solo gli Emirati Arabi Uniti, con un certo sostegno da parte della Francia, sembrano convinti del ritorno di Haftar, che ritengono il più efficace baluardo contro la crescente influenza turca in Libia. Ankara rappresenta il principale rivale strategico per Abu Dhabi e Parigi, che perseguono l’obbiettivo ultimo di mettere fine all’influenza turca in Libia. Anche se ha perso il sostegno di alcune tribù, Haftar può ancora contare sull’appoggio di uno zoccolo duro di ex militari, di brigate ben equipaggiate guidate dai suoi figli e delle milizie salafite. Gli Emirati Arabi sembrano sperare che, sostenendo questa variegata compagine con un contributo adeguato di armi e mercenari stranieri, Haftar potrà riacquistare la sua rilevanza politica.

La vittoria della Turchia su Haftar ha anche scosso le dinamiche nella Libia occidentale, le cui strutture di potere si stanno sgretolando in maniera analoga a quanto avviene a est. Sfruttando la distrazione creata dalla guerra contro Haftar, il presidente del GNA Fayez al-Sarraj ha cercato di ampliare la sua base politica affidando a figure a lui molto vicine posizioni chiave e allontanando chiunque mettesse in discussione le sue decisioni. Da parte loro, i principali partner della Turchia nel GNA, ovvero il Ministro della difesa Salah el-din al-Namroush e il Ministro degli interni Fathi Bashagha, stanno cercando di potenziare i servizi di sicurezza formali per creare una nuova base di potere. Nel frattempo, i cartelli delle milizie di Tripoli lottano per mantenere il controllo delle risorse statali, i gruppi rivoluzionari continuano a chiedere una punizione per i crimini di guerra commessi da Haftar e il presidente dell’Alto Consiglio di Stato, Khaled al-Mishri, concentra i suoi sforzi per mantenere il suo ruolo.

Ma la posizione di Sarraj si sta indebolendo, come si è visto quando ha cercato senza successo di liberarsi di Bashagha per sviare l’attenzione dalla risposta confusa e violenta alle proteste da parte  delle milizie di Tripoli lo scorso agosto. Sarraj ha risposto alla crescente pressione offrendo, con scarsa credibilità, di dimettersi se il rinnovato processo politico dell’ONU punterà a legittimare un nuovo governo, una mossa che gli ha concesso un poco di respiro ma che ha anche esacerbato le divisioni interne. Saleh e Mishri, preoccupati di venire liquidati da un nuovo accordo politico, hanno subito iniziato a mercanteggiare nel tentativo di ottenere il controllo delle istituzioni finanziarie e delle aziende di stato, che in ultima analisi detengono le chiavi dei fondi statali.

La Russia ha poi mediato un accordo tra Haftar e Ahmed Maitiq, Vice Primo ministro del GNA, per porre fine all’embargo petrolifero imposto da Haftar nel gennaio 2020 allo scopo di dimostrare la sua supremazia sul GNA in vista della conferenza di Berlino prevista per lo stesso mese. Tale accordo non solo non ha visto il coinvolgimento di altre parti, ma ha sollevato molti dubbi sul fatto che Haftar e Maitiq avessero l’autorità necessaria per negoziare una soluzione di così ampio respiro. Le obiezioni hanno riguardato soprattutto l’eliminazione delle restrizioni sulle banche della Libia orientale, autorizzandole ad aumentare il debito e creare un nuovo meccanismo per governare la spesa dei proventi del petrolio. Ma il disperato bisogno di finanziamenti ha soffocato le proteste.

Anche se le esportazioni di petrolio sono riprese, non esiste un accordo vincolante su come dividerne le entrate. Il ruolo di Mosca nell’aprire la strada a ulteriori accordi economici tra la Libia orientale e occidentale ha dato prova della crescente influenza russa nel Paese, così come ha fatto la fine dell’embargo sul petrolio. Ma tali accordi stanno solo aumentando la spaccatura tra l’est del Paese e Tripoli, costretta essenzialmente a farsi carico dei debiti accumulati da Haftar nell’attacco alla capitale senza riceverne in cambio alcuna concessione politica.

Il nuovo percorso politico emergente

La frammentazione su tutte le linee del conflitto, la possibilità di una nuova guerra intorno a Sirte (che potrebbe trascinare la Turchia e l’Egitto in uno scontro diretto) e la sempre più radicata presenza russa in Libia hanno avuto comunque un effetto positivo, rivitalizzando un processo diplomatico moribondo e rinvigorendo il percorso politico delineato dalle Nazioni Unite.

La rinnovata attenzione sul processo dell’ONU è stata anche stimolata dall’improvviso emergere di proteste a livello nazionale. Alla fine di agosto i libici sono scesi in strada in tutto il Paese, su entrambi i fronti del confine est-ovest, per manifestare la diffusa frustrazione rispetto al crollo dello Stato e a una classe politica corrotta.

La proposta dell’ONU che ne è seguita si basa su un processo su più livelli che, in linea di principio, ambisce a costruire un establishment politico e di sicurezza unificato, smilitarizzando Sirte per ridurre il rischio di un conflitto internazionale. Tale processo ha cercato di cooptare attori esterni influenti come la Turchia e l’Egitto e di isolare quelli che vedono nel conflitto uno strumento per rafforzare la loro posizione, come la Russia (un risultato, quest’ultimo, che appare particolarmente allettante per gli Stati Uniti, il cui coinvolgimento nel processo è recentemente aumentato).

L’effetto congiunto della pressione locale e internazionale ha creato nella classe politica libica la sensazione che un nuovo accordo fosse ormai imminente, costringendo sia i rappresentanti locali che i rispettivi sostenitori internazionali a valutare quale posizione assumere nel quadro negoziale. La Joint Military Commission (JMC), un organismo creato dall’ONU che riunisce cinque delegati appartenenti rispettivamente all’apparato militare del GNA e al LAAF, è stata incaricata nella fase iniziale dei negoziati di gestire le questioni legate alla sicurezza. La Commissione ha forgiato l’accordo di cessate il fuoco dell’ottobre 2020 concentrandosi su aspetti per i quali esisteva la possibilità di raggiungere un consenso, come i princìpi generali da seguire, per poi dedicarsi a costruire rapporti di fiducia e a esplorare i possibili passi per smilitarizzare Sirte.

Un processo fragile

Sebbene il cessate il fuoco sia stato accolto con favore, l’accordo resta caratterizzato da debolezze fondamentali che sono apparse evidenti fin dall’inizio. L’aspetto più problematico riguarda l’esistenza di notevoli dubbi sull’effettiva volontà di impegno delle parti. Sia Haftar che la Russia sembrano utilizzare il JMC come copertura per rafforzare le loro posizioni e, da parte sua, Haftar non sembra interessato alla demilitarizzazione, dato che porre fine al conflitto significherebbe per lui rinunciare all’ambizione di governare. Di fatto, i libici di tutti gli orientamenti politici non ritengono che il Generale sia intenzionato a rispettare qualsiasi accordo. Dal momento in cui è stato firmato il cessate il fuoco, un afflusso massiccio di mercenari e milizie salafite ha rafforzato le posizioni difensive intorno a Sirte, mentre Haftar tentava al tempo stesso di rafforzare la propria posizione nel sud del Paese.

Nel frattempo, i mercenari russi che controllano l’aeroporto Ghardabiya di Sirte hanno impedito alla delegazione del GNA di atterrare per partecipare alla riunione del JMC. Tale mossa è stata ampiamente interpretata come un gioco di potere da parte della Russia e come un’indicazione che Mosca intende continuare a dare priorità ai propri interessi senza prestare particolare attenzione ai libici o a un processo politico, come accaduto in altre località strategicamente importanti come il porto navale di Sirte e la base aerea militare di Jufra.

In questo contesto, il linguaggio utilizzato nel cessate il fuoco sul primato della sovranità libica sembra essere, nella migliore delle ipotesi, privo di qualsiasi rilevanza. Inoltre gli impegni irrealistici a trasferire tutte le forze locali lontano dalle linee del fronte e a rimandare tutte le forze straniere a casa entro tre mesi non contribuiscono ad aumentarne le probabilità di successo.

Questi problemi hanno generato una rinnovata attenzione sulla dimensione politica, ritenuta una via preferenziale affinché gli attori politici, di sicurezza e internazionali adottino una visione più ampia, un aspetto particolarmente importante data la pluralità di segnali che fanno presumere che la Turchia e l’Egitto siano intenzionati a evitare un’ulteriore escalation. Dopo il cessate il fuoco di Sirte, l’ONU ha convocato il LPDF come versione “light” della Conferenza Nazionale che avrebbe dovuto creare consenso sulla via da seguire e che Haftar ha mandato all’aria l’anno scorso attaccando Tripoli giorni prima del suo inizio. IlLPDF ha cercato di assicurarsi al tempo stesso il sostegno dell’élite politica libica e una più ampia legittimità popolare, per smentire la percezione che il futuro della Libia venga plasmato da un corrotto mercanteggio politico a porte chiuse.

IlLPDF si è riunito il 9 novembre e ha coinvolto un gruppo eterogeneo di rappresentanti dell’élite, politici di livello più basso e membri della società civile. Il processo era inteso a garantire il sostegno a una nuova road map e a creare un esecutivo unificato che avrebbe ratificato una nuova costituzione e organizzato le elezioni. Tale autorità esecutiva sarebbe composta da due istituzioni: un Consiglio di Presidenza, che comprende rappresentanti di ciascuna delle tre regioni della Libia, e un governo di unità il cui primo ministro sarebbe nominato dal LPDF.

Ma, nella foga di raggiungere un accordo, l’ONU ha reso il processo ancora più caotico perdendone presto il controllo. Poiché gli obiettivi della road map mancavano di sostanza, l’élite politica si è sentita legittimata a spingere per un ruolo più significativo e attraverso i propri rappresentanti ha mandato all’aria il processo ricorrendo a corruzione e intimidazione. Alla fine, è stato lo scontro sul meccanismo di voto interno relativo alle cariche politiche più alte che ha portato alla rottura. Il 13 gennaio, più di due mesi dopo l’avvio del LPDF e dopo il fallimento di diverse riunioni online destinate a porre fine alla disputa, l’ONU ha convocato a Ginevra un comitato consultivo ridotto a 15 membri. La speranza era che in tal modo si potesse finalmente superare questo ostacolo inaspettato, permettendo al LPDF di riprendere il lavoro tanto controverso delle nomine di vertice.

Nonostante le iniziali dichiarazioni trionfali dell’ONU sul raggiungimento di un consenso sulla road map e sul calendario delle elezioni, il processo vacilla sull’orlo del collasso o, peggio ancora, dell’irrilevanza. Proprio come nel caso del JMC, l’accordo sui principi di massima nasconde una mancanza di dettagli operativi e di consenso su questioni sostanziali come la condivisione del potere, la stabilizzazione del Paese e lo svolgimento di elezioni libere ed eque. Le serie difficoltà nell’arrivare a un accordo sul meccanismo di voto interno hanno messo a nudo le debolezze del processo e lo hanno privato di slancio e di credibilità sul terreno.

La deludente realtà del LPDF ha reso molti libici ancora più cinici nei confronti del processo politico. Questo sentimento è stato esacerbato dalle disfunzioni del Forum, comprese accuse credibili di corruzione nelle votazioni dei candidati presidenziali e del primo ministro, che hanno innescato un’indagine formale. Le campagne di disinformazione lanciate da Russia ed Emirati hanno contribuito ad alimentare la discordia con un’intensificazione dell’attività mediatica volta a screditare i colloqui, i partecipanti e l’operato dell’ONU in generale.

Nel complesso, la situazione attuale ricorda da vicino il periodo successivo alla firma dell’Accordo politico libico (LPA) nel 2015. Allora, spinta dalla pressione di arrivare a un accordo tra le fazioni in guerra, l’ONU ha optato per il minimo comune denominatore, una scelta che ha lasciato campo libero alla corrotta élite libica impegnata in una lotta senza quartiere per il controllo delle risorse dello stato. L’incapacità del LPA di individuare chiaramente una soluzione praticabile per la condivisione del potere e di chiarire le responsabilità dei diversi uffici ha disincentivato le fazioni a lavorare insieme, incoraggiando invece tentativi di monopolizzare il potere che hanno generato un’acrimonia diffusa, boicottaggi e il collasso del governo.

Nel 2015 né l’ONU né i partiti libici erano disposti a risolvere la questione centrale, ovvero l’unità della Libia, e hanno invece cercato di creare nuove istituzioni per garantire a tutti una fetta della torta. Questo non ha fatto altro che approfondire la spaccatura tra est e ovest, peggiorando ulteriormente i problemi di fondo del Paese. La mancanza di un chiaro mandato di governo e di meccanismi di accountability ha fatto sì che chi era al potere si limitasse a saccheggiare lo Stato mentre i servizi pubblici si atrofizzavano. I gruppi armati e i loro sostenitori internazionali hanno potuto ignorare il LPA, imponendo la propria volontà al parlamento di Saleh a est e al GNA di Sarraj a ovest.

Oggi esiste il rischio che la storia si ripeta mentre tutti si accapigliano per il potere piuttosto che concentrarsi sui problemi strutturali che sono alla base delle divisioni e del conflitto in corso. Saleh si è avvicinato al LPDF sostenendo di avere diritto a diventare presidente in cambio del suo contributo agli sforzi per isolare Haftar (che, tuttavia, ancora non ha rinunciato alle sue ambizioni). Non avendo ottenuto dal LPDF il sostegno necessario, Saleh ha avviato un riavvicinamento nei confronti del Generale. Nel frattempo due misratani, Bashagha sostenuto dai turchi e Maitiq sostenuto dai russi, sono impegnati in un corpo a corpo politico per la carica di primo ministro. A ben guardare, fin dall’inizio la leadership delle due istituzioni di quella che doveva essere un’autorità esecutiva unificata era nettamente divisa tra est e ovest. Tutto questo, come pure la ben nota intenzione di Saleh di trasferire la sede della presidenza nella Libia orientale, si traduce in un rischio ancora maggiore che il Paese diventi ancora più frammentato.

La creazione di due istituzioni esecutive separate con una definizione ambigua delle responsabilità non farà che complicare ulteriormente il panorama già caotico della Libia e le divisioni creeranno nuovi spiragli attraverso i quali gli attori esterni potranno accrescere la loro influenza. I potenti Stati stranieri interessati stanno facendo poco che indichi una chiara volontà di impegnarsi nel processo politico. Come la Russia e gli Emirati Arabi Uniti hanno usato l’attuale pausa nei combattimenti per consolidare le rispettive posizioni, così la Turchia e il Qatar hanno firmato nuovi accordi militari con il GNA a Tripoli, mentre l’Egitto spinge per organizzare riunioni diplomatiche e di sicurezza nel tentativo di cannibalizzare il processo. In definitiva, sembrerebbe che siano pochi gli sforzi fatti dall’ONU, dagli Stati Uniti o dagli Stati europei per ottenere impegni significativi a tutela del processo diplomatico da parte di questi attori esterni chiave.

In virtù della lunga esperienza regionale e di un mandato più esteso di quello dell’ex Rappresentante speciale del Segretario Generale dell’ONU, molti speravano che l’arrivo di Mladenov come Inviato speciale avrebbe portato a una svolta, basandoi necessari accordi su un compromesso duraturo. Purtroppo, a seguito di una campagna diplomatica in cui è stato accusato di essere troppo vicino agli Emirati Arabi e all’Egitto e degli sforzi volti a rovinarne la reputazione nei media libici, Mladenov si è dimesso il 22 dicembre.

Anche se il Segretario Generale dell’ONU António Guterres si è mosso rapidamente per nominare in sostituzione un diplomatico di lungo corso, Jan Kubis, per cercare di contenere i danni, l’autorità dell’ONU in Libia ne è uscita gravemente minata in un momento critico, cosa che ha reso ancora più sfrontati gli oppositori del processo.

La chiave libica per un’Europa geopolitica

Le vulnerabilità sempre più evidenti del percorso proposto dall’ONU sono fonte di frustrazione per gli europei, non ultimo alla luce del considerevole sostegno ricevuto da Germania, Italia e UE. Date le molte somiglianze tra la situazione attuale e quella del 2015, sono pochi i segnali che sembrano indicare che questa volta la Libia riuscirà a sfuggire alle stesse tendenze devastanti. Negli ultimi cinque anni il conflitto ha scatenato una crisi migratoria, il Paese è diventato un incubatore di terrorismo e si sono aperti spiragli che hanno permesso ad alcuni dei più importanti rivali strategici di Bruxelles, ovvero Russia, Turchia ed Emirati Arabi, di espandere la loro influenza alle porte dell’Europa. La crisi della Libia destabilizza la Tunisia (l’unica democrazia della regione), alimenta il conflitto nel Sahel, una zona già insicura, e infiamma l’ostilità tra gli Stati nel Mediterraneo orientale.

In un momento in cui gli europei cercano di rafforzare la loro autonomia strategica in un sistema globale sempre più competitivo, le decisioni riguardo alla Libia diventano di grande interesse sia per gli amici che per i nemici.

Esiste una possibilità molto reale che la Russia usi la Libia come base per minare direttamente la sicurezza europea. La libertà di azione della Russia in Libia, derivante dal fatto che Haftar ha bisogno di Mosca molto più di quanto Mosca abbia bisogno di lui, le ha permesso di rivendicare il porto e l’aeroporto di Sirte e un’importante base aerea militare a Jufra. Il Comando Africano degli Stati Uniti ha già lanciato l’allarme sul potenziale impatto di una significativa presenza russa in un luogo tanto strategicamente importante. Se la Russia installa sistemi di difesa aerea A2/AD a Jura o a Sirte, potrebbe colpire direttamente gli aerei che accedono alla base NATO in Sicilia. Inoltre, stabilire una base navale a Sirte estenderebbe la capacità di azione russa nel Mediterraneo.

Da parte sua, la Turchia ha dimostrato la potenza della migrazione come fonte di influenza sull’Europa e sta impiegando questa strategia anche in Libia. Lo scorso maggio ha spinto Malta a ritirare il suo sostegno all’Operazione Irini dell’UE, una missione navale concepita per bloccare flussi di armi verso la Libia che Ankara considera ingiustamente incentrata sulla Turchia. Inoltre, sempre Ankara incoraggia ora i suoi partner libici occidentali a usare la questione migratoriaper costruire relazioni speciali con Malta e Italia, gli Stati europei più preoccupati riguardo agli sviluppi in Libia.

Nonostante l’Europa abbia indubbiamente interessi significativi in Libia, si è trovata progressivamente sempre più emarginata negli ultimi anni. Le principali capitali europee hanno lavorato in direzione opposte per perseguire obiettivi unilaterali a breve termine, cosa che ha impedito di affrontare i fattori centrali che alimentano la guerra in Libia. A ben guardare, queste dinamiche in alcuni casi hanno addirittura favorito le tendenze che hanno poi messo da parte gli stessi europei.

L’esempio più lampante riguarda la Francia. A partire dal 2014 l’approccio di Parigi alla Libia è stato dettato principalmente da preoccupazioni in materia di difesa e si è tradotto nell’ allineamento al suo partner regionale preferito, gli Emirati Arabi Uniti, perlopiù a spese dei partenariati europei. Questa dinamica è iniziata con una missione antiterrorismo francese in Libia che ha comportato il dispiegamento di assistenza militare e forze speciali a sostegno di Haftar nella guerra a Bengasi. Questo accadeva in un momento in cui l’Italia, il Regno Unito e gli Stati Uniti sostenevano una coalizione di forze libiche occidentali sotto il GNA volta a cacciare lo Stato Islamico da Sirte. Quando la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato d’arresto per il maggiore Mahmoud al-Werfalli del LAAF con l’accusa di crimini di guerra nell’agosto 2017, la Francia ha guidato uno sforzo diplomatico affinché il LAAF avviasse un’indagine parallela, minando fatalmente gli sforzi internazionali di attribuzione di responsabilità.

Nel 2018, quando il nuovo rappresentante speciale del Segretario Generale dell’ONU, Ghassan Salamé, ha cercato di adottare un approccio diplomatico di ampio spettro, l’Eliseo è intervenuto direttamente ospitando una conferenza a La Celle-Saint-Cloud che ha ridotto l’iniziativa a un processo bilaterale tra Sarraj e Haftar. La traiettoria di queste azioni si è poi progressivamente spostata a favore di Haftar. Anche quando Haftar ha fatto fallire l’intero processo attaccando Tripoli, la Francia è stata l’unica a non partecipare alla coalizione occidentale, fornendo una copertura diplomatica per le azioni devastanti compiute per procura dagli Emirati. Le forze del GNA hanno poi scoperto depositi di armi francesi in possesso del LAAF. La strategia di Parigi è risultata così in una Libia devastata e destabilizzata e in una guerra che ha favorito il radicamento dei due principali rivali della Francia nel Paese, la Turchia e la Russia.

La strategia dell’Italia in Libia ha seguito una dinamica simile, volta al raggiungimento di un obiettivo politico ben preciso inteso a mantenere forti legami con Tripoli per ridurre i flussi migratorie mantenere un accesso privilegiato ai principali attori politici e commerciali del Paese, anche a discapito di iniziative multilaterali. Tale atteggiamento si è esemplificato nella cosiddetta “dottrina Minniti”, che prende il nome dell’allora Ministro degli Interni che ha concluso accordi finanziari con le milizie libiche per trattenere i potenziali migranti diretti in Europa. Secondo il gruppo di esperti delle Nazioni Unite, questa dottrina ha fomentato l’instabilità e la violenza nel nord-ovest della Libia, minando anche le speranze del GNA di controllare la sicurezza. All’indomani dell’offensiva di Haftar su Tripoli, l’Italia si è concentrata sulla ricostruzione di un forte rapporto con il GNA che è iniziato con la fornitura di assistenza per lo sminamento dei sobborghi di Tripoli, per poi estendersi alle delegazioni commerciali. Di recente l’Italia ha inoltre protetto i libici occidentali da potenziali sanzioni dell’UE allo scopo di conservare relazioni chiave (cosa che ha fatto anche la Francia per i libici orientali), indebolendo la capacità collettiva dell’UE di impiegare le sanzioni come strumento coercitivo per sostenere il processo dell’ONU. Questi sviluppi dimostrano che le politiche unilaterali focalizzate su interessi tattici circoscritti tolgono efficacia all’azione strategica europea.

In definitiva, le politiche contrastanti dell’Europa in Libia hanno portato a una cattiva gestione del conflitto, hanno contribuito a una crisi acuta nel vicinato e hanno creato un’immagine europea incoerente e debole. 

Una strategia europea per la Libia

Se gli europei intendono porre fine alle tendenze distruttive del conflitto libico anziché limitarsi a contenerne gli effetti più deleteri, devono agire in modo più strategico. Questo significa individuare i principali obiettivi europei in Libia, ovvero porre fine al conflitto, proteggere l’influenza dell’Europa e creare un partner affidabile con cui lavorare su questioni migratorie, di sicurezza, energetiche ed economiche.

Questi obiettivi saranno raggiungibili solo se Francia, Italia e altri attori già attivi, come la Germania, lavoreranno di concerto, soprattutto perché l’UE richiede l’unanimità per impiegare i suoi strumenti più potenti in politica estera. Progettare e mantenere una strategia coerente che permetta di raggiungere tali obiettivi richiederà un sostegno dall’alto da parte dei governi europei e una coalizione di lavoro a livello ministeriale che possa attuare una politica condivisa che tenga conto, allo stesso tempo, dei principali interessi nazionali. Nel 2020 il processo di Berlino ha dimostrato il suo valore aiutando a evitare che il Paese scivolasse nel conflitto dopo il fallimento dell’offensiva di Haftar su Tripoli. Sia la Francia che l’Italia hanno talvolta utilizzato le loro relazioni politiche per mediare accordi e ottenere concessioni da attori chiave. Ma l’Europa dovrà combinare questi sforzi in una spinta comune se vuole raggiungere i suoi obiettivi strategici fondamentali in Libia.

A tal fine, gli europei dovrebbero adottare un approccio più pratico per rafforzare il processo delle Nazioni Unite, affrontandone le carenze fondamentali e mettendolo al riparo dalle interferenze interne ed esterne.

Nonostante le indubbie debolezze, l’attuale processo dell’ONU offre ancora la migliore opzione possibile e deve essere salvaguardato, soprattutto se si considera che il suo completo fallimento aprirebbe la strada ad altri sviluppi che emarginerebbero ulteriormente l’Europa. Inoltre, l’attuale cessate il fuoco, associato alle proteste interne contro la classe politica, al declino della figura di Haftar e ai timori diffusi di una nuova guerra, fornisce la migliore occasione degli ultimi cinque anni per fare progressi.

Questa dinamica può ora essere rafforzata da un probabile maggiore sostegno degli Stati Uniti agli sforzi diplomatici e a un processo multilaterale guidato dalle Nazioni Unite. L’elezione di Biden alla Casa Bianca e il sostegno bipartisan del Congresso alla legge per la stabilizzazione della Libia, che ha creato il quadro giuridico necessario a sostenere gli sforzi diplomaci, suggeriscono che gli Stati Uniti potrebbero ora fornire un importante appoggio a una rinnovata proposta dell’ONU.

Su queste basi, gli europei devono concordare un obiettivo strategico chiaro e condiviso per la loro politica sulla Libia. La Francia e l’Italia dovrebbero abbandonare il sostegno a una o all’altra parte e allinearsi a un approccio più inclusivo e ad ampio raggio a guida ONU che tenga in considerazione lo scenario generale. Questo sforzo dovrebbe tradursi nel tentativo di portare la Libia verso una costituzione permanente, le elezioni e la creazione di un nuovo governo. Questo dovrebbe avvenire radunando i partiti concorrenti su un percorso politico unificato e proteggendo il processo dalle interferenze esterne. Tuttavia, per adottare una posizione comune di fronte a questa crisi, gli europei dovranno prima raggiungere un accordo su alcune questioni, in particolare rispetto alla Turchia. In questo scenario sarà probabilmente Berlino ad agire da intermediario e dovrà cercare di convincere Parigi che un’alleanza europea disposta ad accettare una soluzione diplomatica con Ankara rappresenta l’opzione più intelligente per contenere l’influenza turca in Libia. In tale contesto Berlino dovrebbe considerare la possibilità di una linea tedesca più dura sulla Turchia se Ankara non assumerà un ruolo costruttivo. Affinché la Francia diventi più “tedesca” riguardo alla Libia, alcuni aspetti della politica tedesca verso la Turchia dovranno forse diventare più “francesi”. Berlino dovrà inoltre convincere Roma che un’alleanza europea non minerà l’influenza italiana a Tripoli.

Se riusciranno a raggiungere tale unità, gli attori dell’UE dovranno poi adottare rapidamente un approccio dettato dalle seguenti priorità.

1. Combattere le interferenze internazionali

Gli europei devono intraprendere uno sforzo diplomatico significativo per coinvolgere gli Stati che sembrano aperti a un accordo, come la Turchia e l’Egitto, e per difendere il processo politico dall’inevitabile assalto massimalista degli EAU e dal cinismo russo. Senza il sostegno dei principali attori esterni che sponsorizzano le parti in conflitto in Libia, nessun processo politico potrà portare veramente frutto. Eppure, al momento, varie potenze straniere stanno rendendo le posizioni militari dei principali attori locali ancora più rigide e diminuendone le capacità proprio nel momento in cui il processo politico prende  forma.

Una strategia europea efficace dovrà conciliare l’approccio tedesco, che mira a creare un accordo multilaterale reciprocamente accettabile per vincolare tutti gli Stati interessati in un sistema basato su regole, con l’impulso francese e italiano, che chiedono una realpolitik più assertiva. Dovrà comportare compromessi che garantiscano alla Turchia e all’Egitto un ruolo nell’accordo e proteggano i loro interessi economici e di sicurezza fondamentali, ad esempio formalizzandone i contributi alla ricostruzione e alla riforma del settore della sicurezza. La strategia europea dovrebbe inoltre contemplare il ricorso alle sanzioni qualora questi Paesi continuino a inviare armi alla Libia. L’Europa potrebbe anche beneficiare di relazioni più ampie con questi Stati per creare incentivi e disincentivi in ambito commerciale ed energetico.

Inoltre l’Europa dovrà adottare misure speciali volte a scoraggiare qualsiasi tentativo di minare i progressi da parte di Russia ed Emirati Arabi. Dato che gli Emirati Arabi Uniti tengono molto alla loro immagine in Occidente, gli europei dovrebbero sfruttare i forum dell’UE e delle Nazioni Unite per condannare il Paese per i presunti crimini di guerra in Libia, compreso l’arruolamento forzato di sudanesi impiegati per dispiegamenti militari e consegne di armi in violazione dell’embargo sulle armi del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. L’UE dovrebbe anche sottolineare il fatto che, secondo il Pentagono, gli Emirati Arabi Uniti finanziano la presenza russa in Libia, cosa che rappresenta una minaccia strategica per l’Europa. Inoltre gli Stati membri dell’UE dovrebbero condizionare qualsiasi futura vendita di armi alla riduzione di tali finanziamenti.

Una spinta collettiva di Francia, Germania e Italia, in linea con gli sforzi di diversi senatori statunitensi per bloccare la vendita di F-35 e altri equipaggiamenti militari agli Emirati Arabi Uniti secondo la stessa logica, potrebbe rendere l’interferenza di Abu Dhabi in Libia troppo politicamente costosa da sostenere. La fine dell’appoggio militare ad Haftar, nonché dei finanziamenti ai mercenari russi, ridurrebbe significativamente la capacità di azione degli Emirati Arabi Uniti. Nel frattempo, concentrarsi sul decentramento dei finanziamenti statali e della fornitura di servizi e sulla costruzione di un esercito libico unificato potrebbe indebolire l’influenza russa minando Haftar e risponderebbe alle lamentele dei gruppi libici che Mosca sta attualmente cercando di coltivare.

Questo approccio combinato permetterebbe agli Stati europei di attingere al potere geopolitico dell’UE e alle sue relazioni bilaterali con gli Stati chiave coinvolti. Gli Stati europei dovrebbero chiarire che gli sviluppi in Libia hanno un impatto su interessi europei fondamentali e che gli sforzi dei Paesi terzi per destabilizzare la situazione danneggerebbero i rapporti bilaterali.

Nell’ambito di un simile approccio internazionale, gli europei dovrebbero spingere per ottenere una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a sostegno del cessate il fuoco e della road map del LPDF. Nonostante le evidenti debolezze dell’approccio attuale, che gli europei devono contribuire a superare, una risoluzione del Consiglio di Sicurezza aumenterebbe la pressione sui disturbatori esterni fornendo inoltre una base legale per procedere, ad esempio, a eliminare i mercenari stranieri. In tal senso sarà fondamentale monitorare le violazioni delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU garantendo uno sforzo concertato tra i Paesi dell’UE e altri Stati dalle politiche affini, come gli Stati Uniti e il Regno Unito, considerando la possibilità di sanzionare individui o aziende che ostacolano il processo politico.

2. Rafforzare l’unità nazionale nel percorso politico

La principale debolezza del processo dell’ONU è il rafforzamento de facto delle divisioni interne in Libia. Per i politici libici, ritirarsi in istituzioni parallele che controllano in via esclusiva e incolpare i rivali per la mancanza di una governance efficace è molto più facile che impegnarsi per creare un sistema condiviso. Per gli attori internazionali interessati al conflitto, uno scenario istituzionale diviso fornisce una serie di opportunità per aumentare la loro influenza. Questo approccio alla governance polarizza anche la società libica, creando conflitti e disfunzioni sociali. Nel complesso, le spaccature interne della Libia continuano a rappresentare il maggiore ostacolo strutturale agli sforzi per rafforzare un processo politico stabilizzante. Qualsiasi accordo politico che non porti a una soluzione a questo problema è destinato a fallire.

L’Europa dovrebbe quindi dare priorità agli sforzi per porre fine a questa polarizzazione. Nel breve termine dovrebbe fare pressione sull’UNSMIL per migliorare la road map del LPDF al fine di rafforzare in generale l’unità della Libia, imponendo la chiusura delle istituzioni parallele e lavorando per evitare che le due parti dell’esecutivo governino indipendentemente metà del Paese ciascuna. In breve, gli europei dovrebbero dissuadere l’ONU dal concentrarsi sul chi invece che sul come. Ciò richiede una maggiore attenzione alla definizione del mandato e del sistema di governance della nuova autorità, assegnando chiare responsabilità all’interno di questo sistema e costringendo i rivali a lavorare insieme invece che creare entità concorrenti per assicurarsi l’appoggio dei gruppi rivali, un approccio che fa ben poco per incentivare le élite a lavorare insieme.

La realtà della politica libica è che le diverse élite si alimentano l’una con l’altra per mantenere l’ambiente stagnante a proprio vantaggio e a discapito di tutti gli altri. Facendo pressione sull’ONU per sviluppare un esecutivo unificato, l’Europa aumenterà le possibilità di successo e renderà anche più semplice reagire ai tentativi di minare il processo. L’Europa dovrebbe collegare tale sforzo al meccanismo di distribuzione delle entrate petrolifere, vincolando l’accesso ai fondi statali alla partecipazione al governo unificato e ai progressi sulla road map.

Come passo successivo, l’UE dovrebbe riconoscere solo le istituzioni libiche che sono affiliate alle legittime autorità nazionali risultanti dal processo dell’ONU, il che limiterebbe la possibilità di mantenere in vita eserciti, banche e società petrolifere parallele. Le attuali decisioni del Consiglio Europeo e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU potrebbero fungere da base per sanzionare entità come la Compagnia Petrolifera Nazionale orientale se continuasse a commerciare unilateralmente o a pregiudicare le esportazioni energetiche della Libia. Questo approccio aiuterebbe l’Europa a incentivare l’unificazione delle istituzioni concorrenti e incontrerebbe probabilmente l’opposizione delle principali parti interessate sul terreno, ma l’Europa dovrebbe delineare chiaramente i benefici di una legittimazione politica europea, del sostegno alla stabilizzazione e delle competenze tecniche che accompagnerebbero l’adozione di un progetto nazionale.

3. Maggiore impegno sul campo

Una componente chiave di questo approccio unificante sarà lavorare per sostituire le due istituzioni militari separate, che sono al momento cannibalizzate dalla Turchia e dal Qatar da una parte e dall’Egitto, dalla Russia e dagli Emirati Arabi Uniti dall’altra, in un’unica organizzazione che garantisca la sicurezza (piuttosto che agire come un veicolo politico). L’unificazione del settore della sicurezza è un passo necessario per porre fine alla guerra, ridurre la capacità di disturbo di Haftar e diluire l’influenza russa. Si tratta di un progetto ambizioso e a lungo termine, che richiederà l’istituzione di un nuovo governo o di un’autorità politica così come l’impegno di attori esterni come gli europei.

Per aiutare il JMC a costruire un’istituzione di sicurezza nazionale, smilitarizzare Sirte e mettere fuori dai giochi le milizie e le forze straniere, gli europei dovrebbero essere disposti a svolgere il ruolo di garanti. Questo richiederà la creazione di un nuovo organismo, dato che l’operazione Irini ha un mandato limitato ed è percepita come parziale dai libici occidentali, la NATO è vista con sospetto dai libici che diffidano della Turchia e la missione di assistenza frontaliera dell’UE in Libia non è in grado di svolgere tale compito. Questo nuovo organismo potrebbe tradursi in uno sforzo congiunto italo-franco-tedesco in cui l’Italia potrà sfruttare i suoi rapporti nella Libia occidentale, la Francia le sue relazioni con i gruppi militari orientali e la Germania il suo apprezzato status di Paese neutrale per ottenere il sostegno di vari attori libici e degli altri Stati coinvolti.

Una missione tecnica europea potrebbe aiutare a definire protocolli di smilitarizzazione, costruire un’istituzione di sicurezza condivisa, integrare o smobilitare le milizie e monitorare l’attuazione delle riforme. Questo darebbe al lavoro del JMC una più ampia rilevanza sulle pressanti questioni di sicurezza della Libia e migliorerebbe le possibilità di successo. La missione potrebbe anche aiutare i libici a negoziare i termini del coinvolgimento turco ed egiziano in Libia, offrendo ad Ankara e al Cairo ruoli ufficiali nella costruzione di elementi dell’istituzione unificata per preservare l’influenza e i requisiti di sicurezza di entrambi in cambio di un impegno costruttivo. Questo processo permetterebbe inoltre agli europei di costruire relazioni con gli organismi con cui dovranno lavorare a stretto contatto per gestire la migrazione e le operazioni antiterrorismo in futuro.

Al tempo stesso, gli europei dovrebbero ampliare e approfondire l’assistenza alla stabilizzazione e alla governance in loco. Questo aiuterà ad aumentare il sostegno popolare al nuovo percorso politico. Attraverso il Fondo di Stabilizzazione per la Libia gli europei dovrebbero avviare progetti di sviluppo per riparare le infrastrutture chiave. Le missioni europee potrebbero sviluppare partenariati diretti con attori come le compagnie elettriche e petrolifere nazionali per migliorare le esportazioni energetiche della Libia e la fornitura di elettricità, un punto dolente che alimenta il diffuso malcontento popolare.

Nell’ambito del sostegno al nuovo governo di unità, gli europei dovrebbero contribuire a raggiungere gli obiettivi chiave della road map. Per esempio, potrebbero fornire assistenza tecnica alle autorità comunali che si assumeranno una maggiore responsabilità nella fornitura dei servizi. Garantire servizi pubblici più efficienti e decentralizzati renderebbe tangibili per il pubblico libico i benefici del percorso politico, che beneficerebbe di un accresciuto sostegno popolare. Inoltre, gli europei potrebbero aumentare il sostegno alla commissione elettorale anche potenziando le campagne di educazione civica e lavorando per garantire processi elettorali equi e trasparenti. Lavorando a fianco delle organizzazioni della società civile libica, gli europei possono aiutare a monitorare le attività del governo. Questo potrebbe comportare il sostegno a meccanismi di responsabilità locali e internazionali. Tale sostegno aiuterebbe a rafforzare una parte importante ma spesso trascurata della road map: un programma di transizione in materia di giustizia e riconciliazione. A tal fine gli europei dovrebbero utilizzare le sanzioni finanziarie e le restrizioni agli spostamenti per costringere i singoli attori ad assumere un comportamento più costruttivo.

Conclusione

Esiste un’opportunità fugace per porre finalmente fine alla spirale negativa della Libia. Se l’attuale percorso politico dovesse fallire e la Libia tornasse a imbracciare le armi, il Paese diventerebbe più instabile e la presenza degli Stati già attivi in loco non farebbe che aumentare a scapito degli interessi europei.

La realtà è che è giunto da tempo il momento che gli europei smettano di agire gli uni contro gli altri e riconoscano il loro interesse comune a stabilizzare la Libia. Tale obiettivo è raggiungibile affrontando direttamente le debolezze del processo dell’ONU e lavorando per proteggerlo da interferenze interne ed esterne. Questo approccio richiederà un grande sforzo da parte di una potente coalizione europea, ma i potenziali esiti di tale investimento, ovvero una Libia stabile, un baluardo contro i rivali strategici in Nord Africa e una sferzata di credibilità geopolitica per l’Europa, dovrebbero renderlo l’unica scelta possibile.

Nota sull’autore

Tarek Megerisi è Policy fellow del programma Medio Oriente e Nord Africa presso lo European Council on Foreign Relations. Lavora sulla transizione in Libia dal 2012 e ha assunto in tale contesto diversi ruoli.

Ringraziamenti

Desidero ringraziare vari interlocutori in Europa, presso le Nazioni Unite e in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa per il grande contributo e l’assistenza fornita nella formulazione delle idee esposte in questo documento. Julien Barnes-Dacey, Jeremy Shapiro e Chris Raggett dello European Council on Foreign Relations meritano un ringraziamento speciale per la guida e l’assistenza fornite durante la fase di scrittura.

La redazione di questo documento è stata resa possibile dal sostegno della Compagnia di San Paolo e dal sostegno dei Ministeri degli Esteri di Danimarca, Norvegia e Svezia al programma dell’ECFR Medio Oriente e Nord Africa.