Brexit: Cosa può fare l’Europa

La prospettiva di un referendum prima del 2017 rende il rischio Brexit più reale di quanto si pensi in molte capitali europee

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Mark Leonard, Co-fondatore e Direttore di ECFR è l'autore di ‘The British problem and what it means for Europe’. Il rischio di un eventuale Brexit, argomenta Leonard, non dipende da un'opinione pubblica euroscettica, ma da un'élite politica eurofobica che identifica la questione dell’immigrazione con quella europea. Gli eurofobici avanzano argomentazioni intellettuali incisive, hanno ricchi finanziatori e diversi sostenitori tra i media, alla Camera dei Comuni e persino al Governo. Ma l'ascesa di UKIP sembra destare preoccupazione, tanto che il sostegno dei britannici all’adesione all’UE ha raggiunto il picco più alto degli ultimi cinque anni, con il 45% dei britannici favorevole a restare in Europa, mentre il 35 % vorrebbe uscirne.

L’Europa senza la Gran Bretagna sarebbe più piccola, più povera e meno influente sulla scena mondiale. La Gran Bretagna rappresenta il 12.5 % della popolazione europea, il 14.8 % dell’economia e il 19.4 % delle esportazioni (escludendo il commercio intraeuropeo). Inoltre, la Gran Bretagna ha un deficit commerciale di 28 miliardi di sterline, ospita circa due milioni di altri cittadini europei ed è uno dei maggiori contribuenti netti al budget dell’Unione europea, fornendo il 12 % del budget totale.

Diverse le opportunità per prevenire il Brexit, tra cui convincere il governo britannico ad appoggiare riforme generali piuttosto che richieste particolari.

Secondo Mark Leonardil Brexit danneggerebbe l’Europa ancora più del Grexit. Potrebbe innescare un ciclo di disintegrazione politica e accelerare il declino dell’Europa sulla scena globale. Alcuni ritengono che la Gran Bretagna stia uscendo dall’Europa ad occhi chiusi. Tuttavia la realtà è diversa: chi sostiene l’uscita è una piccola élite di eurofobici. Come i neoconservatori americani spinsero allora gli Stati Uniti a invadere l’Iraq, gli eurofobici britannici avanzano argomentazioni intellettuali incisive e hanno ricchi finanziatori e sostenitori tra i media, alla Camera dei Comuni e persino al Governo.”

Spetta al Regno Unito scegliere se restare in Europa. Tuttavia i partner europei possono contribuire ad allontanare i cittadini britannici dagli eurofobici, attraverso una riforma dell’Europa – che permetta di gestire la pressione migratoria – e il coinvolgimento dell’élite e della società britannica nel dibattito sull’Europa”.

Mark Leonard sostiene che una riforma dell’Europa favorirebbe una separazione netta fra il dibattito sull’Europa e quello sulla migrazione, portando ad un allontanamento dall’élite eurofobica dai cittadini britannici ancora indecisi.

In particolare suggerisce che:

I governi europei dovrebbero convincere le grandi compagnie che traggono vantaggi dalla presenza britannica nel mercato unico – tra cui Ikea, Findus, BMW e Deutsche Bank – a parlare apertamente dei rischi economici del Brexit. I cittadini ascolteranno più facilmente gli appelli di coloro che creano posti di lavoro, piuttosto che le dichiarazioni dei politici.

I leader europei dovrebbero impegnarsi per interrompere l’identificazione tra migrazione ed euroscetticismo. Oltre a cambiare le regole sui sussidi, dovrebbero inserire nel bilancio dell’UE un ‘Fondo europeo di compensazione per la migrazione’, a cui gli enti locali possano chiedere sostegno per aumentare le capacità di scuole, ospedali e di altri servizi pubblici che operano nelle aree ad alta densità di migrazione intraeuropea.

Le istituzioni europee dovrebbero dimostrare che la Gran Bretagna può trarre benefici da quelle riforme già previste sugli investimenti e sull’agenda democratica. Un’idea potrebbe essere collegare il piano di investimenti da 315 miliardi di Jean-Claude Juncker agli ambiziosi piani di investimenti infrastrutturali della Gran Bretagna.

Gli stati membri dovrebbero opporsi all’immagine di una Gran Bretagna isolata, includendola nelle discussioni da cui essa è al momento esclusa e dando vita a un dibattito generale su come le istituzioni europee possano aiutare l’eurozona rassicurando allo stesso tempo i Paesi esterni.

I policy maker europei dovrebbero rivolgersi ai colleghi britannici per parlare dei rischi del Brexit. Da Frank-Walter Steinmeier a Ed Miliband, da Anne Hidalgo a Boris Johnson, da Radosław Sikorski a John Bercow, i leader europei potrebbero colmare quel divario politico tra la classe politica britannica, chiusa in se stessa, e gli altri paesi europei.

Norbert Röttgen, Presidente della Commissione Affari Esteri del Bundestag, ha dichiarato: “Sarei profondamente rammaricato di vedere la Gran Bretagna uscire dall’Unione europea. Se l’Unione trae forza dalla presenza britannica la Gran Bretagna trae vantaggi da una forte Unione europea. Oggi più che mai, piuttosto che prendere decisioni avventate sulla base di calcoli a breve termine, noi europei dovremmo unirci ancora di più. Il ruolo che la Gran Bretagna ha avuto – o non ha avuto – nei recenti avvenimenti di politica estera dovrebbe spingere alla cautela sul suo potenziale ruolo nella politica mondiale, nel caso Londra dovesse lasciare l'UE.”

Per John Bruton, già Primo Ministro irlandese “oltre a danneggiare drammaticamente l’Unione europea, il Brexit implicherebbe il ritorno al controllo delle merci e dei passaporti al confine con l’Irlanda, fatto che influenzerebbe profondamente l’economia da entrambe le parti dell'isola. Questa analisi arriva al momento giusto per comprendere le radici elitarie dell’eurofobia britannica. È necessario sviluppare idee innovative nelle 28 capitali europee per contrastare l’eurofobia

Secondo Carl Bildt, già Primo Ministro e Ministro degli Esteri svedese, “A Bruxelles c’è un certo livello di noncuranza sui rischi e sulle conseguenze del Brexit. Gli effetti sarebbero catastrofici. In primo luogo, bisogna riconoscere che il Brexit sarà un processo di lungo periodo, con ramificazioni budgetarie e istituzionali. Si dovrebbe inoltre pensare a una trattativa su una soluzione alternativa ancora da definire. I modelli norvegese e svizzero sarebbero praticamente impossibili per diversi motivi. Si potrebbe pensare a un modello ucraino, il DCFTA escludendo la mobilità e attuando un mercato unico limitato. Oltre agli evidenti svantaggi di ognuno di questi modelli, vi è il rischio che il Brexit alimenti sentimenti simili in altri paesi. È possibile che sia nell’interesse dell’attuale governo britannico favorire un tale sviluppo, al fine di mitigare in qualche modo le conseguenze dell’isolamento europeo. Potremmo finire per scivolare nuovamente nelle divisioni del 1958 che portarono alla separazione CEE / EFTA. Sarebbe disastroso, non solo sul piano economico: il Brexit influirebbe anche sulla nostra capacità di gestire le numerose sfide dell’Europa, tra cui una Russia che tra qualche anno potrebbe crescere militarmente, collassare economicamente e socialmente, o entrambe. Solo un occidente unito, con un’Unione europea coerente come pilastro fondamentale, potrà avere qualche possibilità di gestire queste dinamiche. Un’Europa frammentata sarà solo più debole e pericolosa.”

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