Siria e Iraq: uno o due conflitti?

Secondo Julien Barnes-Dacey, Senior Policy Fellow del Programma MENA di ECFR, "anche se la sovrapposizione dei due conflitti è diventata sempre più evidente, sarebbe un errore vedere gli sviluppi in Siria e Iraq solamente attraverso questa lente"

Director, Middle East and North Africa programme

Le recenti vicende irachene hanno reso più visibili le affinità tra il conflitto in Siria e quello in Iraq. Partendo dalle basi militari nei territori di entrambi i paesi, l’ISIS ha conquistato numerose città chiave irachene, inclusa Mosul, controlla ora una fascia di territori contigui da Raqqa, nella Siria orientale, finoalle aree limitrofe a Baghdad.

Alla luce di tali avvenimenti, è facile equiparare i due conflitti. Come indicato dal nome, l’ISIS abbraccia un’agenda jihadista transnazionale con l’ambizione di unificare Siria e Iraq sotto un califfato islamico. L’ISIS sta già costituendo uno pseudo-stato in un territorio delle dimensioni della Giordania, che attraversa Siria e Iraq, e ha pubblicamente dichiarato di voler distruggere le linee di confine che separano i due paesi, una chiara opposizione all’ordine stabilito dall’Occidente con l’accordo Sykes-Picot. Non ci sono dubbi che l’abilità di operare in Siria abbia permesso all’ISIS di stabilirsi, mobilitare le truppe e ottenere accesso alle risorse, ora utilizzate negli scontri in Iraq.

Tuttavia, l’ISIS non è l’unico elemento unificatore dei due conflitti. Gli attori regionali vedono Siria e Iraq come campi di battaglia di un’ampia lotta per l’egemonia regionale. In particolare, tale confronto pone Arabia Saudita e Iran in contrapposizione. Riyad e Teheran vedono il proprio coinvolgimento attivo nei conflitti siriano e iracheno attraverso la lente delle ambizioni strategiche e considerano i due conflitti parti complementari della scacchiera regionale.

La Siria è l’epicentro della competizione, ma, sotto molti aspetti, l’Iraq risulta più rilevante. L’inclusione dell’Iraq nell’orbita iraniana post-2003 è vista dagli stati sunniti come la ragione fondamentale dell’egemonia regionale di Teheran. Gli stati sunniti, soprattutto Riyadh, vogliono far sì che l’influenza iraniana sull’Iraq diminuisca, anche se l’Iraq difficilmente potrà riacquistare un ruolo pro-sunnita, data la maggioranza sciita all’interno del paese. Sebbene il coinvolgimento regionale sunnita in Iraq sia attualmente meno significativo che in Siria, dopo tre anni di conflitto probabilmente aumenterà e potrebbe intensificarsi velocemente. Al contrario, per Teheran, l’Iraq, storicamente un’ostile minaccia ai propri confini, come dimostra la guerra del 1980 – 1988, è ora l’alleato regionale strategicamente più importante, molto più della Siria, dove l’Iran ha investito molto sin dall’inizio del conflitto. Sia per Riyadh che per Teheran il coinvolgimento nei due conflitti è guidato dagli imperativi della Guerra Fredda regionale.

Entrambi gli attori hanno fatto ricorso alla mobilitazione settaria diretta come mezzo per esercitare influenza nelle due zone di conflitto. Gruppi come l’ISIS si sono sviluppati anche a causa dell’appoggio degli attori sunniti regionali, sia governativi che privati, anche se Riyadh li ha dichiarati organizzazioni terroristiche e si è focalizzata su combattenti di orientamento più salafita. I combattenti sciiti libanesi e iracheni sono stati invece mobilitati dall’Iran per combattere in Siria, e attualmente sono stati reindirizzati in Iraq. Se questi gruppi sono stati chiaramente strumentalizzati per dinamiche di potere più grandi, le motivazioni teologiche che spingono i combattenti ad unirsi al conflitto stanno diventando dominanti. Ciò pone l’accento sui preoccupanti aspetti di un conflitto unitario sempre più pericoloso, di una guerra civile settaria tra sunniti e sciiti, che coinvolge Siria e Iraq, in quella che diventerebbe la più pericolosa delle alleanze.

La sovrapposizione tra estremismo e conflitto regionale è sicuramente una narrativa largamente, e cinicamente, sfruttata dalle leadership di Damasco e Baghdad come mezzo per distogliere l’attenzione dalla potenziale esistenza di divergenze nazionali e per giustificare l’azione militare. Nonostante la loro antipatia personale, e nonostante Maliki sia convinto che, negli ultimi dieci anni, Assad abbia sponsorizzato il terrorismo in Iraq, i due leader hanno trovato un punto d’incontro nel considerare il conflitto una lotta condivisa contro il terrorismo finanziato dal Golfo. Sebbene Maliki abbia fornito attivamente assistenza ad Assad negli ultimi tre anni, è probabile che narrativa condivisa e cooperazione militare si intensifichino ulteriormente date le maggiori sfide a cui Maliki deve far fronte.

Anche se la sovrapposizione dei due conflitti è diventata sempre più evidente, sarebbe un errore vedere gli sviluppi in Siria e Iraq solamente attraverso questa lente. Sicuramente alcuni attori chiave vedono Siria e Iraq come un campo di battaglia unico e cercano di sfruttare la situazione per fini personali. Tuttavia, gli attori nazionali restano la forza dominante che influenza gli eventi in entrambi i paesi, motivati da richieste nazionali specifiche. Piuttosto che confluire in un unico conflitto, gli sviluppi in Siria e Iraq sono la conseguenza di due diversi conflitti nazionali, che, sebbene affini nella forma, sono altamente distinti. Entrambi hanno le proprie radici in questioni di rappresentanza politica e settaria, hanno avuto implicazioni simili, dato che il dissenso politico è degenerato in conflitto armato, soprattutto nel caso dell’avanzata dell’ISIS, ed entrambi richiederanno le stesse soluzioni per ristabilire la pace, cioè nuovi contratti politici intra-settari. Tuttavia, i due conflitti non possono essere equiparati e continuano ad essere influenzati da economie politiche differenti.

Le richieste politiche nazionali che hanno alimentato la rivolta in Siria si basano sull’opposizione alla brutale monopolizzazione del potere nelle mani della famiglia alauita di Assad. Se Hafez al-Assad ha educato con cautela lo zoccolo duro dell’elettorato del Partito Ba’th, suo figlio Bashar al-Assad ha abbandonato questo gruppo per favorire le élite urbane vicine al regime, alimentando le disuguaglianze sociali, che, in aggiunta alla crescente corruzione dello stato di sicurezza, sono confluite nel 2011 in una ribellione a guida sunnita. Nonostante l’emergere e la rapida avanzata dell’ISIS in Siria, che si stima abbia raggiunto i 10.000 combattenti, la schiacciante maggioranza dei 100.000 combattenti armati siriani ha l’obiettivo di assicurare la legittimazione politica ed economica, all’interno dei confini dello stato-nazione siriano. Persino Jabhat al-Nusra, affiliato di al-Qaeda in Siria, ha respinto le ambizioni transnazionali, a favore di obiettivi nazionali legati alla caduta di Assad e alla costituzione di uno stato islamico, come annunciato da altri gruppi di opposizione, quali il Fronte Islamico. 

Il conflitto iracheno, invece, ha le sue radici nel crescente malcontento, registrato dal 2010, quando la popolazione di minoranza sunnita, rimossa dal potere dall’invasione del 2003 guidata dagli Stati Uniti, si è sentita privata dei propri diritti civili dal governo di Maliki. Tale malcontento non era solo il riflesso della politica settaria ed emarginatrice di Maliki, ma era anche funzione del rifiuto della comunità sunnita di accettare il cambiamento strutturale, iniziato dall’occupazione, verso un nuovo ordine politico dominato dagli sciiti. Mentre l’ISIS è stato all’avanguardia nella recente avanzata militare, mantenendo una presenza costante nel paese sin dall’occupazione statunitense, la recente rivolta irachena si basa molto sui sentimenti anti governativi delle tribù sunnite e delle forze neo-Baathiste alleate dell’ISIS. Tuttavia, l’esercito Naqshbandi e il Consiglio Militare Generale dei Rivoluzionari iracheni hanno ambizioni più limitate rispetto a quelle dell’ISIS di costituire un califfato transnazionale sunnita.

Le ambizioni della maggioranza dell’opposizione di entrambi gli schieramenti sono ampiamente stabilite all’interno del contesto degli stati-nazione. In particolare, sia la popolazione siriana che quella irachena si sono opposte ai tentativi dell’ISIS di unificare i due conflitti. Negli ultimi sei mesi le rivolte in Siria sono degenerate in una guerra civile tra ribelli, con gruppi armati in rivolta contro l’ISIS. In Iraq ci sono già segni di tensione tra l’ISIS e quelle tribù locali che si erano già ribellate ai tempi del movimento dei risvegli islamici del 2005.

I contesti nazionali ci suggeriscono che anche se alcune forze legano i due conflitti, altre li spingono verso una crescente frammentazione. L’economia di guerra siriana mette in evidenza le potenti forze della decentralizzazione ora in gioco: lo stato perde la propria abilità a controllare gli eventi sul territorio, anche in aree sotto la propria autorità, e i conflitti intestini ai gruppi ribelli si fanno più acuti. Questo consolidamento di basi di potere localizzate e della proliferazione di fazioni rivali in competizione fra loro può diventare una caratteristica predominante anche in Iraq, dal momento che l’alleanza anti-Maliki deve far fronte alle tensioni delle ambizioni dei ribelli in competizione. Nel frattempo, con l’avanzata delle forze sunnite verso Baghdad, i curdi hanno silenziosamente esteso la propria influenza usando il collasso dell’autorità per spostarsi nella contesa città di Kirkuk. Come in Siria, i curdi iracheni stanno usando il conflitto per i propri fini.

Questi sviluppi sono, sotto molti aspetti, forme differenti di un processo simile che si sta sviluppando nell’intera regione. L’ISIS rappresenta l’espressione più estrema di una lotta più ampia che vede la popolazione sunnita voler porre rimedio alla marginalizzazione economica e politica. Questo processo e l’impostazione settaria, in parte, rappresentano il declino dell’ordine post-coloniale, accelerato dall’invasione dell’Iraq del 2003 guidata dagli Stati Uniti, che ha permesso alla maggioranza sciita di togliere il potere alla minoranza sunnita che aveva governato il paese sin dall’era degli ottomani. I recenti eventi in Iraq sono parte degli effetti collaterali di questa ridistribuzione del potere. In Siria, nel frattempo, la maggioranza sunnita è impegnata a sottrarre il potere alla minoranza alauita a cui è stato conferito il potere dalle politiche coloniali francesi. La dinamica curda può essere letta sotto una luce simile. Data la natura settaria dell’ordine coloniale costituto, direttamente strumentalizzato dai regimi al potere, sono emerse politiche di identità come primo veicolo dell’espressione politica in entrambi i conflitti, esacerbati dalle dinamiche regionali.

Anche se queste ampie similitudini contestuali danno colore alla natura dei due conflitti, è importante notare una distinzione che, sotto molti aspetti, li definisce come l’uno l’esatto opposto dell’altro. In Siria, la maggioranza della popolazione si è ribellata contro la minoranza, il governo autoritario alauita e il sistema post-coloniale. In Iraq il conflitto rappresenta il discontento della minoranza della popolazione sunnita contro la maggioranza e, in linea di massima, contro il governo sciita democraticamente rappresentativo. In Iraq c’è una nostalgia sunnita per il sistema di governo autoritario della minoranza, una forma di ripristino dell’ordine post-coloniale, di cui un gran numero di siriani sta cercando di disfarsene.

Per il futuro, bisogna vedere se la minaccia dell’ISIS, che può solo che aumentare dato il grado di auto-sufficienza datogli da avanzata territoriale, disponibilità di armi e finanziamenti, trascenderà le aspre e sempre più localizzate differenze dei due conflitti. La minaccia dell’ISIS sarà probabilmente il focus principale con cui gli attori esterni, in modo particolare l’Occidente, ora vedono il conflitto, e potrebbe infatti essere un punto di convergenza attorno al quale gli attori regionali e internazionali possono unirsi. Gli attori occidentali stanno pensando ad una collaborazione con l’Iran sulla questione irachena e Assad ha lanciato attacchi senza precedenti contro le postazioni dell’ISIS, allo scopo di sfruttare le circostanze per guadagnare favori internazionali.

Tuttavia, progressi significativi nel costituire un’ampia coalizione anti-ISIS dipenderanno in ultima analisi dagli accordi nazionali in grado di rispondere alle richieste locali e di permettere una qualche forma di cooperazione contro l’ISIS tra gli oppositori del regime. E’ possibile sostenere che, come accaduto in Siria, le forze sunnite irachene possano probabilmente allearsi con l’ISIS, come hanno già fatto con al-Qaeda durante i movimenti di risveglio islamico. Tuttavia, questi sviluppi necessiterebbero certamente di un accordo politico preventivo con Baghdad che garantisca loro ampi poteri federalizzati. Se accompagnate da accordi simili in Siria, potrebbero emergere alleanze anti-ISIS di gruppi di opposizione al regime in entrambi i paesi, riconfigurando i conflitti come un'unica grande battaglia contro l’ISIS.

Alla luce delle attuali forze in gioco frammentate e della piccola probabilità di compromessi di regime che possano rendere possibili accordi politici significativi, questa prospettiva non è da considerare. Il regime di Assad, nonostante il recente attacco, è accusato di aver favorito la crescita dell’ISIS per confermare la sua tesi della presenza di un’opposizione estremista nel paese. Probabilmente Assad e Maliki useranno la presenza in espansione dell’ISIS per mobilitare un supporto più ampio dai loro rispettivi sostenitori delle campagne militari, una tattica che aumenterà la frammentazione, piuttosto che favorire le dinamiche unificanti dei due conflitti.