Riformisti scoraggiati e integralisti risorti: le elezioni in Iran

A Teheran alcuni funzionari sono preoccupati che le forze di sicurezza stiano acquisendo un controllo eccessivo sul processo decisionale politico. Inoltre, i riformisti sono stati ostacolati da una serie di passi falsi, oltre che dalla politica statunitense.

Deputy Director, Middle East and North Africa programme
Senior Policy Fellow
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In vista delle elezioni parlamentari di fine mese, c'è una diffusa disillusione tra gli elettori iraniani. L'accordo nucleare che Teheran ha concluso nel 2015 è appeso a un filo e l'economia è soffocata da sanzioni americane senza precedenti. Nel Paese, le forze di sicurezza si sono scontrate con i manifestanti insoddisfatti delle condizioni economiche e politiche. Inoltre, nonostante Iran e Stati Uniti non siano più sull’orlo di guerra, le tensioni rimangono alte.

Tutto ciò ha fomentato le fazioni più integraliste che attribuiscono i mali del Paese al presidente Hassan Rouhani, un politico centrista eletto per la prima volta nel 2013 promuovendo un'agenda di riforme economiche e di potenziale distensione con gli Stati Uniti. I sostenitori di Rouhani, che comprendono sia conservatori moderati che riformisti, sono esausti, frustrati e sempre più senza speranza. Molti di loro potrebbero decidere di rimanere a casa e non andare a votare il 21 febbraio, quando tutti i 290 seggi del parlamento iraniano saranno in palio.

Questa dinamica è in netto contrasto con le ultime elezioni presidenziali in Iran nel 2017, che hanno visto Rouhani vincere un secondo mandato. In quell’occasione, gli iraniani erano preoccupati per le implicazioni della nuova amministrazione del Presidente Donald Trump e vi era un diffuso ottimismo tra i sostenitori di Rouhani che l'Iran potesse ancora usare l'accordo nucleare per riabilitare l’economia, ampliare l'impegno diplomatico con gli Stati Uniti e rimuovere l'ombra della guerra.

Eppure nulla di tutto ciò è avvenuto. L'amministrazione Trump si è ritirata unilateralmente dall'accordo nel 2018 e ha reimposto sanzioni devastanti. Secondo le stime della Banca Mondiale, l'economia iraniana ha subito una contrazione di quasi il 9% nel 2019. La Banca Mondiale prevede in Iran una crescita del PIL pari a zero quest'anno e solo dell'1% nel 2021, anche se ulteriori sanzioni potrebbero addirittura peggiorare questa previsione.

I disordini degli ultimi tre mesi hanno messo ancora più pressione sull'amministrazione Rouhani, alzando la posta in gioco in vista del voto. A novembre, in tutto il paese sono scoppiate proteste contro la decisione del governo di tagliare i sussidi per il carburante. Le forze di sicurezza hanno risposto oscurando internet e reprimendo brutalmente le proteste, causando almeno 300 vittime secondo alcune organizzazioni per i diritti umani.

A gennaio, l'umore del Paese è cambiato radicalmente quando gli Stati Uniti hanno assassinato il più importante comandante militare dell’Iran, il generale Qassem Soleimani, in un attacco con dei droni a Baghdad. Soleimani supervisionava la Forza Quds del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (o IRGC). Sebbene l'amministrazione Trump abbia ufficialmente definito l'IRGC come gruppo terroristico straniero nel 2019, molti iraniani reputano Soleimani un eroe di guerra che ha combattuto contro lo Stato islamico in Iraq e contribuito a tenerlo lontano dai confini iraniani. In una dimostrazione di unità nazionale, altrimenti improbabile dopo le recenti proteste, grandi folle si sono inaspettatamente presentate ai cortei funebri di Soleimani anche nella provincia sudoccidentale del Khuzestan, sede di alcune delle più accese manifestazioni antigovernative di novembre. L'uccisione di Soleimani ha anche rafforzato il sostegno della leadership politica iraniana ad una posizione più conflittuale nei confronti degli Stati Uniti, concretizzatasi nell’immediato lanciando più di una dozzina di missili balistici nelle basi militari in Iraq ospitanti truppe statunitensi.

Dopo poche ore da quell’attacco, l'umore nazionale è cambiato di nuovo quando l'Iran ha accidentalmente abbattuto un aereo di linea ucraino sopra Teheran, uccidendo tutte le 176 persone a bordo. L’IRGC ha impiegato tre giorni per ammettere la responsabilità dell’azione e scusarsi pubblicamente, mentre i dimostranti si riversavano nelle strade delle città iraniane, furiosi per il tentativo di insabbiamento. I manifestanti hanno chiesto le dimissioni dei piani alti, e alcuni di loro persino la caduta dell'intero establishment politico, facendo eco alle proteste di novembre.

I gravi errori commessi dall'Iran nei giorni successivi all'abbattimento del jet hanno smascherato le profonde spaccature nell'élite politica. L'IRGC ha ammesso di aver tenuto nascoste le informazioni a Rouhani, il cui governo ha sostenuto per giorni che l'aereo era precipitato a causa di un problema tecnico. Recentemente, alcune informazioni emerse suggeriscono come i vertici del governo avessero più indizi iniziali sull'incidente di quanti ne lasciassero trapelare, ma che fossero impegnati a trovare un modo per rispondere. Come riferito dal New York Times, Rouhani ha addirittura minacciato di dimettersi se l'Iran non si fosse preso apertamente la responsabilità. Dopo che le autorità iraniane hanno confessato, un consulente senior di Rouhani ha avvertito su Twitter di stare “attenti agli insabbiamenti e al dominio militare”.

Questa serie di eventi ha allarmato ulteriormente i funzionari per il controllo eccessivo che le forze di sicurezza stanno acquisendo sul processo decisionale politico. Inoltre, i riformisti sono stati ostacolati da una serie di passi falsi, oltre che dalla politica statunitense. Rouhani aveva promesso che un compromesso con l'Occidente sul programma nucleare iraniano avrebbe portato alla prosperità economica, ma i primi successi nel ridurre l'inflazione e incrementare il commercio e gli investimenti esteri sono stati vanificati dalla decisione di Trump di abbandonare l'accordo nucleare e di imporre nuovamente le sanzioni.

In risposta alla campagna di “massima pressione” di Trump, sta emergendo un consenso tra gli integralisti dell'IRGC e i cosiddetti “principisti”, una fazione conservatrice che sottolinea l'adesione ai valori originari della rivoluzione iraniana del 1979, che il confronto con gli Stati Uniti e la ribellione alle sanzioni sono le uniche possibilità per la sopravvivenza della Repubblica Islamica. Nel tentativo di mantenere la propria influenza contro Washington e i suoi alleati occidentali, alcuni parlamentari hanno recentemente proposto di ritirarsi dal Trattato di non proliferazione nucleare, una misura che ha trovato un certo consenso anche da parte dei sostenitori dell'accordo nucleare.

Malgrado la risposta confusa all’abbattimento del jet ucraino, l'IRGC sembra continuare a godere del favore del leader supremo dell'Iran, Ali Khamenei. In un raro sermone di metà gennaio, egli ha dichiarato che “l'unica possibilità futura per la nazione iraniana è quella di diventare potente” e ha dato il pieno appoggio all'IRGC. Il leader supremo ha anche esortato gli iraniani a partecipare alle prossime elezioni parlamentari, sostenendo come “la presenza del popolo alle elezioni protegge il Paese e delude il nemico”.

Tuttavia, questo appello alla partecipazione al voto è in netto contrasto con la recente decisione del Consiglio iraniano dei Guardiani della Costituzione, in gran parte nominato dal leader supremo e incaricato di esaminare i candidati alle elezioni, di escludere migliaia di candidati, tra cui 90 legislatori in carica. La maggior parte dei candidati squalificati erano conservatori e riformisti relativamente moderati che sostenevano Rouhani. Negli ultimi tempi, il parlamento iraniano è stato sempre più messo in disparte nel processo decisionale, e un'oscillazione verso il controllo da parte degli integralisti potrebbe rendere la vita ancora più difficile all'amministrazione di Rouhani.

Tuttavia, le mancanze dei riformisti stessi hanno contribuito all’ampia delusione dei loro sostenitori in vista delle elezioni. I cosiddetti candidati della “Lista della Speranza”, eletti alle ultime elezioni parlamentari nel 2016 e sostenuti da figure popolari riformiste come l'ex presidente Mohammad Khatami, non sono riusciti ad aprire uno spazio politico. Molti dei sostenitori originari di Rouhani rimproverano ai funzionari eletti di non essersi impegnati a proteggere i manifestanti a novembre e spingono per trovare i responsabili delle uccisioni. Alcuni elettori e attivisti del movimento riformista hanno discusso per mesi la possibilità di boicottare le prossime elezioni.

Nel frattempo, i sostenitori delle fazioni relativamente dure e radicali, forti della morte di Soleimani e dell’opposizione a Rouhani, si ritroveranno probabilmente rafforzati alle urne. I numeri a loro favore non devono essere sottovalutati. Nel 2017, 16 milioni di persone hanno votato per il candidato presidenziale conservatore Ebrahim Raisi, poi nominato da Khamenei capo della potente magistratura iraniana.

Un Parlamento controllato dagli integralisti potrebbe anticipare un cambiamento nelle prossime elezioni presidenziali del 2021. Nonostante l'obiettivo dichiarato di cambiare il comportamento iraniano, la campagna di massima pressione dell'amministrazione Trump non ha fatto altro che avvicinare più che mai le posizioni di entrambe le parti sul conflitto diretto, permettendo agli integralisti iraniani di stringere la presa sul potere. Questa traiettoria nella politica interna iraniana avrà senza dubbio un impatto importante su ogni futuro negoziato tra Iran e potenze occidentali.

L'analisi è stata originariamente pubblicata su World Politics Review.