L’avanzata di ISIS in Iraq – 3 errori da evitare

La crisi richiede una risposta dell’Europa, che però deve essere cautamente calibrata

Director, Middle East and North Africa programme
President, US/Middle East Project

La conquista di un numero sempre maggiore di territori, dalla Siria orientale alle aree limitrofe a Baghdad, da parte dell’ISIS pone una grave minaccia alla sicurezza regionale e internazionale. Il consolidamento di uno pseudo-emirato potrebbe preannunciare la nascita di un nuovo centro del jihadismo internazionale e spingere l’Iraq, e l’intera regione, in una guerra civile settaria senza precedenti. Le milizie sciite si stanno rapidamente mobilitando   e i curdi hanno sfruttato la crisi per conquistare la città di Kirkuk, a lungo contesa e considerata un potenziale punto di frizione tra Baghdad e Erbil.

La crisi richiede una risposta dell’Europa, che però deve essere cautamente calibrata.

1)   Superare il focus esclusivo sulla lotta al terrorismo

L’ISIS è sicuramente in prima linea nella recente avanzata antigovernativa in Iraq, ma è anche vero che non sta agendo da solo. Le vittorie militari sono dovute alle alleanze fra l’ISIS, le tribù locali prive di diritto di voto e i neo-Baathisti, a dimostrazione della diffusa disillusione dei sunniti nei confronti delle politiche settarie ed esclusiviste del governo di Maliki. L’unico modo per sconfiggere l’ISIS è il raggiungimento di un accordo politico in grado di ridurre l’ampio supporto sunnita nel gruppo.

L’Europa deve evitare di guardare alla crisi come ad una mera lotta al terrorismo, anche se quest’ultima costituisce ovviamente un interesse primario. Condividere la limitata narrativa anti-terroristica di Maliki legittimerebbe il suo approccio militare e ridurrebbe la prospettiva di riforme necessarie per il paese. La strategia di contrasto al terrorismo deve basarsi su un accordo politico e su una de-escalation settaria, piuttosto che sull’enfasi sulla vittoria militare.

Non c’è alcun dubbio che sia necessaria una risposta immediata per la sicurezza per impedire che i combattimenti raggiungano Baghdad e i centri religiosi sciiti e che degenerino nell’avanzata delle milizie sciite e in un ampio caos settario. Tuttavia, la risposta militare deve andare di pari passo con le misure politiche. Un sostegno appropriato degli stati dell’UE, soprattutto attraverso l’assistenza dei servizi di intelligence, deve essere legato all’introduzione di riforme politiche e garanzie chiare che garantiscano un’azione militare bilanciata e differenziata.

2)   Superare il focus su Maliki

Lo status del Primo Ministro Maliki è diventato una questione centrale della crisi, considerato che alcune parti chiedono le sue dimissioni come parte di un accordo politico. Tuttavia, è importante riconoscere che il risentimento sunnita riflette l’allontanamento degli equilibri di potere del sistema post-2003 e che l’elezione di un nuovo Primo Ministro non produrrà necessariamente benefici immediati.

Piuttosto che concentrarsi sulla questione della presidenza, soprattutto alla luce dell’ampia vittoria di Maliki alle ultime elezioni, la comunità internazionale dovrebbe favorire la costituzione di un sistema di governance più inclusivo che ridistribuisca l’autorità tra i sunniti. La polarizzazione radicata e la completa mancanza di fiducia sunnita nell’ordine politico dominato dagli sciiti necessita probabilmente di un maggiore federalismo per le aree sunnite, in linea con gli accordi già esistenti con il Governo Regionale Curdo (KRG) e che non implichi necessariamente la distruzione dello stato iracheno, o del vicino stato siriano. La lezione della Siria dovrebbe rendere l’Occidente più cauto nel domandare la rimozione di un leader, soprattutto se non di posseggono i mezzi e la capacità di impegnarsi per garantire una destituzione.

3)   Non escludere il vicinato

L’Europa e gli Stati Uniti devono assicurare il loro sostegno alle riforme politiche necessarie per il paese. La forte influenza dell’Iran sull’Iraq implica che Teheran sarà cruciale nell’assicurare la formulazione di un accordo. Inoltre, gli stati del Golfo conservano la loro influenza sulle forze tribali sunnite che potrebbero essere mobilizzate sulla base di un nuovo patto nazionale. Gli attori regionali dovrebbero essere incoraggiati a spingere i gruppi nazionali nella stessa direzione. Tuttavia, dovrebbero cercare di evitare un coinvolgimento diretto nella regione, come accaduto in Siria.

E’ chiaro che gli sviluppi in Iraq non possono essere considerati isolati dalla Siria, dove l’ISIS ha trovato spazio per stabilirsi, mobilitare le truppe e ottenere accesso alle risorse. Di fronte alla minaccia posta dall’ISIS, l’Europa deve dare nuovo impulso agli sforzi internazionali per cercare una soluzione alla crisi siriana, e riconoscere che il massiccio supporto militare ai ribelli siriani non è più attuabile, dato il chiaro fallimento della strategia di armamento “selettivo e garantito” di “milizie amiche”.

Al contrario, la crisi irachena rappresenta un’opportunità per usare il supporto regionale per raggiungere un accordo in Siria. La disponibilità di Teheran ad includere i sunniti “nell’equazione” irachena, oltre alle preoccupazioni condivise sull’ISIS, potrebbe spianare la strada ad una simile procedura di risoluzione del conflitto in Siria. Tuttavia, qualsiasi possibilità di successo dipenderà dal superamento del fallimento del modello del “Gruppo Amici della Siria” dei “London11” a favore della costituzione di un gruppo di contatto o un concerto regionale di potenze inclusivo degli attori regionali, quali Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), Iran e Turchia. La volontà occidentale di coinvolgere l’Iran nella risoluzione della crisi irachena deve essere incoraggiata e deve essere estesa alla Siria, cominciando per esempio dalla concreta valutazione del piano in 4 punti del Ministro Zarif per la risoluzione della crisi siriana.