La lotta per escludere l’Iran dalla Siria

Mentre in Siria i combattimenti continuano, l’attenzione si sposta dal rovesciamento di Assad all’esclusione di Teheran

Director, Middle East and North Africa programme
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Continua la guerra in Siria con le tragedie che essa porta con sé. Nonostante la violenza persista, gli obiettivi di molti degli attori principali nel conflitto sono sostanzialmente cambiati. Gli antagonisti internazionali del Presidente siriano Bashar al-Assad non considerano più seriamente l’idea di rovesciarlo, e hanno di fatto accettato la possibilità che resti al potere.

 

Il governo americano e i suoi alleati in Medio Oriente vogliono sbarazzarsi delle forze iraniane in Siria. Data la presa tanto salda quanto problematica di Teheran sul territorio, le vittorie militari di Assad hanno aumentato la pressione per impedire all’Iran di rafforzare la propria presenza nel Paese.

 

Tuttavia, non esiste un modo semplice per cacciare le forze iraniane che hanno sostenuto Assad lungo tutta la durata del conflitto. Certamente, è probabile che il perseguimento di ambizioni massimaliste si scontri con una inflessibile risposta di Teheran ed, infine, in un conflitto maggiore. Le crescenti tensioni, tra cui gli attacchi aerei israeliani in Siria, hanno generato un ambiente concitato.

 

Alcuni potrebbero essere favorevoli ad uno scontro diretto con l’Iran, ma questa eventualità non solo arrecherebbe più danni alla popolazione siriana già stremata, per poi espandersi nei paesi vicini, ma creerebbe anche un nuovo spazio di manovra per lo Stato Islamico (ISIS). Inoltre, potrebbe favorire la navigata abilità di Teheran di sfruttare l’instabilità regionale a proprio vantaggio.

 

Oggi, per impedire una tale escalation è necessario un’ implicita intesa con Teheran. Dal momento che le percezioni danno forma alla realtà, l’Iran non si tratterrà in Siria fintantoché i suoi avversari aspireranno a imporgli una sconfitta totale. Nonostante le crescenti tensioni, questo accordo potrebbe essere ancora perseguibile, nella misura in cui le aspettative siano ricalibrate sganciando le priorità immediate dall’ambizione massimalista di una totale ritirata iraniana. In realtà, cacciare ogni singolo iraniano dalla Siria non rientra tra i principali interessi di sicurezza di Stati Uniti e Israele.

Al contrario, essi desiderano trovare una strada per limitare sufficientemente la presenza dell’Iran nella regione, in particolare lungo i confini israeliani. Da parte sua, Teheran potrebbe trarre vantaggio da un accordo che non minacci la sua posizione al fianco di Assad ed evitare una costosa escalation.

 

Questo è un approccio che gli Stati europei dovrebbero attivamente incoraggiare (come sottolineato nel recente Rapport ECFR “The Middle East’s New Battle Lines”), soprattutto attraverso la mobilitazione degli attuali canali con l’Iran, per spingere nella direzione di un accordo ed istituzionalizzare la Forza di disimpegno degli Osservatori delle Nazioni Unite (UNDOF) nelle vicinanze del confine tra Siria ed Israele. Inoltre, Stati Uniti e Israele dovrebbero ricordare ai propri alleati quanto queste ambizioni massimaliste possano essere controproducenti.

 

La fantasia russa

 

Alcuni membri dell’establishment israeliano di sicurezza sembrano già aver capito quanto Israele abbia bisogno di trovare un modo per convivere con l’Iran in Siria. Tuttavia, la leadership del paese sembra essere attratta da più grandi ambizioni. Nel frattempo, la Casa Bianca continua retoricamente a puntare su una completa ritirata dell’Iran dalla Siria, nonostante Trump desideri parallelamente, nonostante le posizioni dell’establishment americano sulla sicurezza, porre fine al coinvolgimento degli Stati Uniti nel paese.

 

L’America e Israele, così come gli Stati del Golfo Arabo, stanno convergendo intorno ad una strategia che mira a persuadere la Russia a spingere l’Iran fuori dalla Siria. Questo approccio conferma l’assunzione secondo cui i nemici dell’Iran preferiscono evitare di essere coinvolti in un conflitto più ampio. La speranza di fare leva sulla presenza militare russa in Siria, e sui suoi legami con il regime di Assad, poggia sulle già accertate tensioni tra Mosca e Teheran.

 

Il recente incontro di Helsinki tra Trump e Vladimir Putin, indica gli sforzi di assicurarsi il sostegno della Russia nel tentativo di allontanare le forze iraniane dal confine tra Siria e Israele, come preludio alla loro totale ritirata dalla Siria. Lo stesso vale per le recenti discussioni tra il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e il Ministro degli Affari Esteri russo, Sergei Lavrov.

 

Gli Stati Uniti e Israele sembrano già pronti ad accettare che il fatto che Assad resti al potere sia il prezzo da pagare per ottenere il supporto russo. Tuttavia, altri vedono Assad anche come un possibile alleato nella loro impresa. Questi infatti credono che, date le ambizioni del Presidente siriano a riguadagnare il controllo sulle forze appoggiate dall’Iran, Assad potrebbe essere spinto in un accordo che scambi l’acquiescenza internazionale con la sua sopravvivenza a seguito dell’uscita di Teheran.

 

In parte, questa logica sembra guidare gli Stati Uniti ed Israele verso l’accettazione dell’attuale avanzata militare di Assad, sostenuta dalle forze russe, contro le forze di opposizione nel sud della Siria. Mentre l’abbattimento, da parte di Israele, di un jet da combattimento siriano nel corso di questa settimana, evidenzia la volontà di punire lo sconfinamento nel proprio spazio aereo, il paese sembra favorire sempre di più un ritorno di Assad nel sud della Siria.

 

Ciononostante, questo approccio presenta una problematicità di fondo: Putin e Assad non sono disponibili, né capaci, di forzare una ritirata significativa dell’Iran dalla Siria. Questi paesi condividono il desiderio di resistere ai percepiti tentativi americani di modificare l’ordine regionale, e l’esclusione dell’Iran comprometterebbe i vantaggi così difficilmente ottenuti.

 

Nonostante Assad sembri voler tenere sotto controllo gli attori non governativi, ciò non significa che si rivolti contro Teheran. Egli continua, infatti, ad aver bisogno del sostegno di quello che probabilmente vede come un alleato più importante di Mosca.

Dal 2011, non a caso, Assad ha ripetutamente rifiutato le proposte degli Stati del Golfo Arabo di fargli recidere l’alleanza con Teheran.

 

Anche se la Russia e il governo siriano fossero preparati a modificare le proprie posizioni, non possiederebbero gli strumenti per rimuovere le ben ancorate forze iraniane. Negli ultimi sette anni, l’Iran è passato inosservato in Siria, integrando la propria presenza militare dentro l’intelaiatura dell’ordine di Assad. Oggi, Teheran ha influenza diretta su migliaia di milizie nazionali ed estere in Siria. Un’ulteriore pressione sull’Iran, oltre a quella derivante dal ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo sul Nucleare e da nuove pesanti sanzioni, avrà l’unico risultato di spingere Teheran a radicarsi nella sua posizione regionale.

 

La minaccia massimalista

 

Dal punto di vista di Teheran, la Casa Bianca vuole spingere le forze iraniane fuori dalla Siria come parte di un progetto per provvedere al cambio di regime in Iran. Senza un accordo più ampio che preveda la presenza dell’Iran in Siria, è improbabile che Teheran avanzi qualsiasi compromesso, anche rispetto alla principale richiesta di Israele che vuole Teheran fuori dalla Siria del Sud, dove la sua presenza funzionerebbe da leva deterrente contro Israele.

 

Gli Stati Uniti e Israele hanno bisogno di dare forma ad una presenza iraniana in Siria con la quale poter convivere e, specificatamente, di segnalare tale volontà a Teheran. Dovrebbero focalizzarsi non su irraggiungibili obiettivi massimalisti, quanto piuttosto su aree nelle quali possano più realisticamente sperare di contenere l’influenza iraniana. Dato che nessuna delle parti sembra volere un conflitto diretto, potrebbe essere ancora possibile raggiungere un accordo in cui gli USA e Israele accettino la presenza delle forze iraniane su gran parte del territorio siriano, in cambio di eguali concessioni. Questo compromesso potrebbe includere una sostanziosa ritirata delle forze appoggiate dall’Iran dalle aree in prossimità del confine con Israele (sebbene meno estesa di quella voluta ora da Israele o dei 100 chilometri presumibilmente suggeriti dalla Russia) e alcune restrizioni sui trasferimenti di armi.

 

Mosca potrebbe essere in effetti capace di contribuire all’implementazione di tale scenario, non imponendolo all’Iran come attualmente previsto, bensì lavorando con Teheran verso una soluzione mutualmente vantaggiosa. Anche l’Europa può fare molto per sostenere questo processo. I negoziati in corso tra l’Iran e gli EU/E4 (Unione Europea, Francia, Germania, Italia e Regno Unito) sulle questioni regionali, che a giugno avrebbero dovuto comprendere anche la Siria, salvo poi essere state rimandate, sono una delle poche possibili vie tramite cui condurre gli attuali negoziati con Teheran. I negoziatori europei dovrebbero far presente alla controparte iraniana che in assenza di misure costruttive sul fronte siriano, si farà fatica a porre resistenza alla linea aggressiva dell’amministrazione Trump, così come risulterà difficile effettuare investimenti in Iran per salvare l’accordo sul nucleare. Allo stesso tempo, è necessario che i membri europei del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Polonia e Svezia) collaborino con la Russia affinché il mandato UNDOF venga consolidato e la presenza adiacente al confine siro-israeliano rafforzata, stabilendo così una zona cuscinetto di prima necessità.

 

Questo approccio non libererà la Siria dalla presenza destabilizzatrice delle forze iraniane nel paese. Tuttavia, un nuovo equilibrio potrebbe ridurre la probabilità di un’escalation, ciò che andrebbe solo ad alimentare i peggiori impulsi di questo lungo conflitto. Questo approccio potrebbe altresì dar inizio ad un processo di lungo termine che vada ad indebolire gradualmente la presenza iraniana in Siria, un obiettivo che rimane cruciale per stabilizzare la regione e proteggere gli interessi del popolo siriano.