Il facilitatore autocratico di Khartoum: la Russia in Sudan

I leader occidentali possono evitare che l’esercito sudanese diventi ancora più dipendente dal Cremlino. Per raggiungere questo obiettivo, dovranno adottare un approccio più deciso nel sostenere il movimento di protesta del Paese e nel trattare con la componente militare.

Putin incontra Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, ora comandante in capo delle forze armate sudanesi, il 23 ottobre 2019
Immagine di Kremlin.ru

Il Sudan ha evitato la minaccia di un vero e proprio colpo di stato militare. Ma, mentre i generali del Paese hanno ora accettato di reintegrare Abdalla Hamdok come primo ministro, il futuro della componente civile del governo di transizione di cui questi era alla guida rimane aperto. Il resto della leadership civile non è stato infatti reintegrato nel governo. Se la transizione del Sudan vuole continuare su una traiettoria democratica, il movimento di protesta sudanese dovrà convincere i militari che un ritorno all’autocrazia avrebbe un costo troppo alto. Il movimento di protesta non può però farcela da solo: ha bisogno del sostegno internazionale come deterrente efficace contro l’esiguo ma influente gruppo di Stati che sta incoraggiando i militari a mettere da parte la leadership civile.

La maggior parte dei membri della comunità internazionale appoggia una transizione democratica in Sudan, ma alcuni attori statali hanno assunto una posizione diversa. La Russia è emersa come uno dei più audaci sostenitori dell’esercito sudanese. La reazione immediata del Cremlino alla presa di potere dei militari dell’ottobre scorso è stata quella di dichiarare che non si trattava di un colpo di stato e che condannare i militari per quanto accaduto era da considerarsi come un’ingerenza esterna, sottolineando come le riforme democratiche avevano contribuito ad inasprire la crisi economica nel paese. Questa presa di posizione è state poi mantenuta anche in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove la Russia ha posto il proprio veto su una risoluzione che condannava il colpo di stato. Evidenze aneddotiche suggeriscono che attori legati alla Russia, fingendosi attivisti della società civile, abbiano organizzato una campagna mediatica per indebolire il movimento di protesta e fornito consigli di comunicazione strategica al secondo pilastro della componente militare Sudanese: il Rapid Support Forces (RSF), una potente organizzazione paramilitare che ha recentemente provato ad alimentare i timori degli europei evocando lo spettro di un potenziale flusso migratorio in caso di un collasso del Sudan.

Una Partnership autoritaria

La relazione tra Russia e Sudan, tradizionalmente limitata al commercio delle armi, ha raggiunto un nuovo livello di cooperazione nel 2017. L’allora presidente Omar al-Bashir ha approcciato Mosca per mancanza di alternative. Isolato a livello internazionale e colpito dalle sanzioni, il Sudan aveva poche altre opportunità di partnership oltre a quella russa. Il Cremlino sembrava credere che il disinteresse dell’amministrazione Trump per il Corno d’Africa – in parallelo con una corsa per stabilire basi navali sullo stretto di Bab al-Mandab portata avanti da potenze rivali (Qatar e Turchia da una parte, ed Emirati Arabi Uniti, Egitto, e Arabia Saudita dall’altra) – potesse creare un’opportunità per espandere l’influenza russa nella regione. (Da allora, l’amministrazione Biden ha nominato un inviato speciale per il Corno d’Africa.)

Il momento di svolta nel rapporto è arrivato nel novembre 2017, quando Bashir si è recato in visita a Sochi. In quell’occasione, Bashir descrisse il possibile ruolo del Sudan in termini altisonanti, suggerendo che sarebbe potuto diventare la “chiave per l’Africa” di Mosca. Le parti annunciarono in quel contesto un piano per stabilire una base navale russa a Port Sudan, stringendo diversi altri accordi economici e di sicurezza, tra cui alcuni in merito a concessioni per l’estrazione. Questi accordi includevano aziende legate all’oligarca Yevgeny Prigozhin, già sottoposto a sanzioni da Washington, tra cui la M Invest e la sua divisione sudanese, Meroe Gold. In base a tali accordi, le aziende sarebbero penetrate in settori dell’economia sudanese controllati da entità economiche legate all’esercito e alla RSF. Personale del gruppo Wagner, una compagnia militare privata legata a Prigozhin, iniziò ad arrivare in Sudan poco dopo, inizialmente con compiti di protezione dei siti di esplorazione mineraria, e poi per fornire assistenza militare e politica al regime.

A gennaio 2019, il ministero degli Affari esteri russo ha confermato che contractors russi erano impegnati ad addestrare le forze armate e di polizia sudanesi in risposta alle proteste antigovernative. In quel momento, secondo i dati, più di 500 di questi mercenari operavano tra Khartoum, Port Sudan e Darfur meridionale. Inoltre, tra 2018 e 2019, le attività del gruppo Wagner si erano estese gradualmente fino a includere  l’addestramento dei servizi di intelligence e sicurezza nazionali, l’ideazione di campagne di disinformazione per screditare i manifestanti antigovernativi, e la partecipazione nella repressione delle manifestazioni più ampie.

Il significato profondo della promessa fatta da Bashir rispetto al fornire la “chiave per l’Africa” alla Russia si è però esplicitato

nell’espansione dell’attività russa negli anni successivi all’avvicinamento del 2017 a Sochi. L’espansione del Gruppo Wagner nella Repubblica Centrafricana non sarebbe stata possibile se il gruppo non si fosse prima stabilito in Sudan, che ha funto da base logistica per il trasferimento di risorse  tra i due Paesi. Grazie al mix tra un’espansione opportunistica guidata dalla vocazione imprenditoriale del Gruppo Wagner e dall’interesse strategico di Mosca ad espandere la propria proiezione in Africa, la Wagner ora forma un triangolo di influenza russa che collega il Sudan, la Repubblica Centrafricana e la Libia.

Una nuova realtà

Dopo la deposizione di Bashir nel 2019, la Russia ha continuato, seppur in modo discreto, a mantenere il proprio ruolo in Sudan, cercando di adeguarsi alla nuova realtà di un governo di transizione con una leadership condivisa tra civili e militari. Le aziende minerarie russe e il gruppo Wagner hanno in gran parte ignorato la parte civile del governo, poiché allineata con gli obiettivi politici occidentali in Sudan e sempre più vicina a Stati Uniti ed Europa. Tuttavia, la Wagner ha fatto leva sui propri legami con il RSF per ottenere una copertura politica, adoperandosi per condurre campagne di disinformazione per l’organizzazione.

La Russia ha poi dovuto ripensare i propri disegni sulla base navale a Port Sudan. Con i civili al potere, elementi quali responsabilità e supervisione sono entrati a far parte dell’equazione. Il patto stretto dal Cremlino con Bashir risulta fragilizzato dalle possibili considerazioni dei leader civili in merito alla perdita di sovranità che deriverebbe dal concedere spazi strategici costieri a una potenza straniera. A conferma di questo possibile cambiamento di orientamenti, il governo di transizione annunciava nel giugno 2021 che avrebbe revisionato l’accordo militare con la Russia, rimettendo in questione anche la base navale.

La Russia probabilmente ritiene che sia più semplice trattare con un governo militare diplomaticamente isolato, e che il proprio potere di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite abbia maggior possibilità di generare capitale politico con i leader militari del Sudan. Tutti motivi per cui, la definitiva estromissione della leadership civile dal governo sudanese potrebbe portare ad un ulteriore aumento della già destabilizzante influenza russa nel Paese. Mantenere una forte componente civile nel governo di transizione appare quindi come la migliore difesa contro il dilagare di tale influenza.

I militari ad un bivio

Dopo la deposizione di Bashir, il percorso intrapreso dal Sudan verso la democrazia e la formazione del governo di transizione hanno portato alla rimozione delle sanzioni statunitensi e alla riduzione del debito internazionale del Paese. Per raggiungere questi obiettivi, l’esercito sudanese aveva bisogno della componente civile del governo, capace di rassicurare la comunità internazionale sul carattere democratico della transizione. Ora però i vertici militari probabilmente ritengono che la comunità internazionale sarà restia a sanzionare nuovamente il Sudan anche se l’esercito dovesse prenderà il controllo totale del governo di transizione.

Alla luce di ciò, i partner occidentali del Sudan devono riuscire a cambiare i calcoli dei militari. Sanzionando direttamente l’esercito (anziché l’intero Sudan), rischierebbero di ripetere lo schema di isolamento e dipendenza che ha portato Bashir ad avvicinarsi alla Russia nel 2017. Al contrario, i partner occidentali dovrebbero offrire ai militari un’alleanza in cambio del loro supporto alla transizione democratica. L’Occidente ha evitato di rapportarsi con l’esercito sin dall’inizio della transizione, considerandolo antidemocratico, eppure, ingaggiarlo potrebbe generare influenza e limitare il ruolo della Russia.

Questa offerta di alleanza dovrebbe essere diversa da quella della Russia: al posto di incoraggiare e permettere all’esercito di isolare la leadership civile, essa rafforzerebbe i militari dal punto di vista istituzionale, contribuendo a svilupparne le capacità e ad affinarne la formazione, e rendendoli parte di accordi militari e di intelligence con gli attori Occidentali. I Paesi occidentali hanno molto più da offrire ai militari rispetto alla Russia, ma non si sono ancora concentrati su questo aspetto come strumentale per garantire sostegno alla transizione democratica.

Gli Stati Uniti sono stati i primi a prendere di mira le influenze russe, sanzionando il Gruppo Wagner prima in relazione alle sue attività in Sudan, poi a quelle in Repubblica Centrafricana. L’Unione Europea potrebbe unirsi agli Stati Uniti nel livellare le proprie sanzioni contro il Gruppo Wagner in Sudan, come ha fatto di recente per il Mali.

Infine, se l’esercito rifiutasse l’offerta occidentale di partnership, l’UE potrebbe controbattere mettendo in campo sanzioni specifiche mirate alle 250 aziende controllate dall’esercito sudanese, e alle alte sfere militari che ricoprono posizioni di leadership in queste aziende. Questo renderebbe più difficile per il gruppo Wagner e gli altri attori privati russi condurre attività di business con l’esercito sudanese, diminuendone il potere contrattuale nei confronti di Mosca.  Le sanzioni occidentali mirate a colpire gli individui responsabili di far deragliare la transizione democratica in Sudan, avrebbero dunque il potenziale di influenzare i leader sia a Khartoum che al Cremlino.

Il Sudan ha però bisogno di un “campione” all’interno dell’UE. Sebbene la Francia abbia contribuito in maniera determinante ad alzare il livello di attenzione europeo sulle attività del gruppo Wagner in Mali, Parigi rimane comunque prevalentemente concentrata sul Sahel. Questo fa sì che sia la Germania ad essere lo Stato europeo più adatto a sostenere la transizione democratica in Sudan e al tempo stesso ridurre la dipendenza di Khartoum dalla Russia.

Fino ad ora, il movimento di protesta in Sudan si è fatto carico della maggior parte del peso del processo di transizione democratica. È giunto il momento che i suoi partner occidentali diano il loro supporto.

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