Un approccio strutturale: come l’UE può prepararsi per la prossima ondata migratoria

La migrazione è prima di tutto un fenomeno strutturale, eppure l’Unione Europea continua a gestirlo come se fosse un’emergenza. Ora è il momento di cambiare rotta

A member of the Italian red cross stands on a pier next to a group of migrants
Image by The Red Cross

Durante la pandemia, la migrazione è stata lungi dal rappresentare una priorità per l’agenda europea; tuttavia, la questione è tutt’altra che risolta, come dimostrato dalle recenti tensioni tra Marocco e Spagna, e dai numeri crescenti di persone che cercano ogni giorno di attraversare il Mediterraneo.

L’Italia, dato il suo posizionamento nel cuore del Mediterraneo, è uno degli approdi privilegiati dai migranti che attraversano il Mediterraneo, in particolar modo da coloro che partono da Libia e Tunisia. Di fatti, l’Italia è attualmente il primo Paese europeo per arrivo di migranti, seguita dalla Spagna. Secondo i dati del Ministero dell’Interno, da inizio gennaio a inizio luglio 2021, 20.854 migranti sono sbarcati sulle coste italiane – un aumento significativo rispetto allo stesso periodo del 2020 (7.313 arrivi) e del 2019 (2.784 arrivi). In Europa, sono stati registrati circa 55 400 arrivi, di cui 38.000 hanno raggiunto via mare le coste di Italia, Spagna, Grecia, Malta e Cipro.

Il dossier migrazioni è estremamente delicato per l’Italia, indipendentemente da chi siede al governo. Non è quindi difficile comprendere perché il Presidente del Consiglio Mario Draghi abbia fatto pressione perché la questione fosse presente nell’agenda dell’ultimo Consiglio Europeo del 24-25 giugno 2021. Draghi è riuscito a far sì che gli altri leader europei discutessero della gestione dei flussi migratori, ma quanto emerso dal Consiglio – una maggiore cooperazione con i Paesi di origine e di transito per ridurre la pressione migratoria ai confini europei – non rappresenta certo una novità. Quando in passato l’UE ha adottato lo stesso approccio, non ha avuto successo, e difficilmente stavolta il risultato sarà diverso.

I flussi migratori hanno un carattere ciclico, il che rende la migrazione un fenomeno strutturale piuttosto che un’emergenza. Ed è come tale che l’UE e gli Stati membri dovrebbero considerarlo e gestirlo. D’altro canto, molti sono i fattori che probabilmente aumenteranno i flussi migratori nel prossimo futuro, tra cui le implicazioni socioeconomiche più immediate della pandemia e quelle di più lungo termine, le conseguenze del cambiamento climatico e i cambiamenti negli equilibri economici globali. Anche conflitti e instabilità politiche potrebbero causare nuovi esodi: il ritiro delle truppe americane e NATO dall’Afghanistan, che ha lasciato il Paese nelle mani dei Talebani, potrebbe spingere molti afghani a cercare asilo in Europa. Dal 2018, in Europa i richiedenti asilo di nazionalità afghana sono stati secondi solo ai siriani.

Nonostante queste considerazioni, l’UE non ha ancora fatto abbastanza per delineare una nuova politica migratoria. Negli ultimi anni, l’approccio europeo si è concentrato sulla securitizzazione dei flussi, portando alla firma di accordi con Turchia e Libia per limitare l’arrivo di migranti in Europa. Tale approccio ha senza dubbio ottenuto risultati immediati, riducendo gli sbarchi; tuttavia, è una strategia con limiti evidenti, che espone l’UE a ricatti politici da parte di Paesi terzi, concorrendo in modo indiretto ad alimentare pratiche in opposizione con i valori europei. Nelle circostanze attuali, l’UE rischia di essere impreparata per una nuova ondata migratoria, che con grande probabilità peserà ancora una volta sui Paesi costieri, e non sull’Europa nel complesso.

È risaputo che il dossier migratorio sia un argomento estremamente polarizzante, sia tra gli Stati membri che in seno agli stessi. Molti governi nazionali sembrano evitare di prendere decisioni in quest’ambito per paura che possano essere strumentalizzate dai partiti di destra. Anziché evitare di esporsi in merito, l’UE dovrebbe assumersi la responsabilità di sviluppare strumenti e meccanismi a sostegno di una strategia sostenibile e lungimirante di gestione della migrazione, che sia in accordo con il carattere strutturale del fenomeno e con i principi europei.

L’implementazione di un nuovo approccio europeo in ambito migratorio appare senza dubbio complesso. Tuttavia, l’Europa avrebbe il potere e l’influenza necessari per creare nuovi modelli positivi per tutte le parti coinvolte: i Paesi di partenza, di destinazione ed gli stessi migranti. Un successo in quest’ambito potrebbe alleggerire le politiche migratorie nazionali.

I meccanismi di ricollocamento dei migranti, lo sviluppo di vie legali per entrare nell’UE, e la promozione di una più profonda cooperazione economica, sociale e politica con i Paesi di origine, che vada alla radice delle cause dei flussi migratori: ecco alcune opzioni da considerare per una nuova politica migratoria. Alcune di queste alternative peraltro esistono già, come i meccanismi di migrazione legale dedicati ad alcune categorie di lavoratori. Quando Draghi ha incontrato Merkel lo scorso giugno, ha suggerito di lavorare anche su questa via. Definire nuovi meccanismi legali per emigrare nell’UE contribuirebbe anche a limitare il traffico di essere umani, colpendo così le reti criminali che sfruttano i migranti.

Concentrarsi sulle cause profonde del fenomeno migratorio attraverso una maggiore cooperazione con i Paesi di origine implica andare oltre i soli accordi di controllo dei flussi siglati tra UE e Paesi terzi. Questa forma di cooperazione dovrebbe invece essere parte integrante di una più ampia strategia europea finalizzata a promuovere stabilità e sviluppo socioeconomico nel Vicinato europeo e in Africa, perseguendo così uno degli obiettivi della politica estera dell’UE.

Infine, l’UE dovrebbe spingere per un dibattito effettivo sui meccanismi di ricollocamento dei migranti, che rappresentano ancora un tabù politico per molti Paesi europei, e che non sono stati affrontati durante il Consiglio europeo dello scorso giugno. Eppure, i ricollocamenti sono una priorità per i Paesi di primo arrivo come Italia, Grecia e Spagna; oltretutto, considerando come essi tendano a ricollocarsi sul territorio europeo indipendentemente dall’esistenza di accordi in merito, delineare dei meccanismi regolari sarebbe nell’interesse di tutti i Paesi europei.

Una revisione della politica migratoria dell’UE in questa chiave è senza dubbio ambiziosa nell’attuale atmosfera politica. È anche per questo che un successo in quest’ambito sarebbe un vero e proprio segno di coesione europea, e rappresenterebbe un messaggio sulla capacità europea di agire in modo unito e sovrano.