What next after the Doha Round?

The collapse of the WTO Doha round highlights the need for a new and improved global governance structure. An article in Italian from Il Sole 24 Ore.


This article was originally published in Il Sole 24 Ore on 29 July 2008.

Dopo sette anni di duro lavoro si è ormai concluso con un profondo disaccordo, in particolare tra gli Stati Uniti, Cina e India, l’ottavo negoziato commerciale multilaterale, noto come il “Doha Round”, dal nome della capitale del Qatar dove fu lanciato nel novembre 2001. In questi sette anni è cambiato il mondo, ma i negoziati del Doha Round sono rimasti sostanzialmente ancorati alla riduzione del livello dei dazi e delle sovvenzioni per i prodotti agricoli e industriali. Ma le grandi priorità sono oggi le sfide globali e tra le più importanti e urgenti quella di combattere il surriscaldamento del pianeta, con intrecci notevoli con le politiche commerciali. Queste sfide sono rimaste lontano dall’agenda, tranne indirettamente quella del forte aumento dei prezzi agricoli che ha spinto l’India a richiedere una clausola di salvaguardia speciale in difesa della propria produzione agricola contro forti importazioni. La Cina dal canto suo ha rifiutato qualsiasi liberalizzazione in material.

Intanto l’equilibrio geo-politico si è spostato verso l’Asia e le classificazioni economiche si sono arricchite di una nuova potente categoria, le economie emergenti. Si tratta di grandi paesi caratterizzati dalla contemporanea presenza di una vastissima povertà e da colossali ricchezze monetarie.

All’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) le tradizionali leadership degli Stati Uniti e dell’Unione Europea si sono ridimensionate per l’arrivo delle nuove economie emergenti, il cui peso è diventato determinante per il raggiungimento di un consenso finale. Per quanto riguarda l’Unione Europea, le cui posizioni sono state difese dal Commissario Mendelson, le critiche sostenute pubblicamente dal Presidente francese Sarkozy, con l’appoggio italiano e di altri sette paesi membri, hanno certamente limitato il ruolo del Commissario europeo.

Il Doha Round è quindi anche il negoziato globale che rappresenta un test importante di una nuova leadership multipolare che si sta creando.

Enormi flussi finanziari continuano ad alimentare, con le colossali rendite petrolifere e i notevolissimi surplus commerciali, le già sovradimensionate riserve monetarie e i relativi Fondi sovrani di investimento di alcuni paesi, prendendo il posto che avevano grandi istituzioni finanziarie americane ed europee.

E in questo mondo che cambia velocemente e profondamente, l’OMC si è trovata a dovere affrontare questi negoziati globali con procedure tradizionali inadeguate e tempi lunghissimi. Ognuno dei 153 Stati Membri ha un voto ed ogni voto ha lo stesso peso per raggiungere l’unanimità richiesta per ogni decisione.

Trovare il consenso è diventato sempre più difficile. Questa nuova realtà multipolare ha superato il tradizionale conflitto tra paesi avanzati e paesi in via di sviluppo. Ma nuovi conflitti si sono manifestati tra gli stessi paesi in via di sviluppo in nome di interessi diversi, così come tra paesi in via di sviluppo ed economie emergenti. Lo stesso fronte degli emergenti è apparso poco solidale.

Di fronte ad una così complessa situazione le forze economiche non sono più disponibili ad accettare tempi enormemente lunghi per trovare, e non sempre, le necessarie risposte ai bisogni sempre più complessi di un’economia globalizzante e interdipendente. Di qui il ricorso crescente ad accordi bilaterali e regionali a carattere preferenziale.

A questa data, ve ne sono in vigore 211, che coprono circa la metà del commercio mondiale. A questi se ne devono aggiungere 20 firmati, ma non ancora operativi e 70 in via di negoziato. Tra questi primeggiano gli accordi dell’Unione Europea con un gran numero di paesi asiatici. Gli Stati Uniti seguono a ruota insieme ad altri numerosi partner commerciali, grandi e piccoli, rendendo sempre più difficile il funzionamento del sistema multilaterale. Ora, dopo questo fallimento negoziale, il rischio vi è di una nuova pericolosa corsa ad accordi bilaterali preferenziali.

Ma la differenza tra il sistema multilaterale e gli accordi preferenziali è molto importante, sia commercialmente, sia politicamente. Il primo si fonda sulla clausola della nazione più favorita che estende a tutti i partner commerciali gli stessi benefici che si danno a quelli con cui si raggiungano accordi. In altri termini, si basa sul principio di non discriminazione. E il contrario avviene con gli accordi preferenziali, che limitano le preferenze ottenute ai soli membri degli accordi. Il numero e l’estensione raggiunto dagli accordi preferenziali rende ora il principio di non discriminazione l‘eccezione del sistema commerciale e non la regola. Ma vi è di più. Con la grande estensione degli accordi preferenziali, quella già avvenuta e quella che si prospetta con i nuovi accordi con i paesi asiatici, aumenta anche la dimensione politica degli accordi commerciali incrementando così anche i rischi di conflitti e la loro pericolosità. Ancora più grave la marginalizzazione del sistema per la soluzione delle controversie, forse la maggiore conquista del sistema multilaterale.

Ridare il primato al sistema multilaterale rispetto agli accordi preferenziali ed un’agenda di lavori che tenga presente i nuovi ruoli del sistema rispetto alle sfide globali devono essere ora gli obiettivi principali anche per rispondere alla crescente richiesta di protezionismo. Già in America vi sono autorevoli voci che chiedono “una pausa di riflessione” per rivedere, alla luce delle nuove situazioni competitive create dalle grandi economie emergenti, Cina e India in primo luogo, il principio del vantaggio comparativo. Statistiche americane ci dicono che il sostegno alla liberalizzazione degli scambi è diminuito negli USA del 25% dall’inizio del Doha Round. La globalizzazione incontra ovunque timori e critiche sempre maggiori. Questi timori richiedono la massima attenzione. E’, comunque, sempre più evidente l’assoluta necessità di nuove e poderose politiche e misure nazionali e internazionali per assorbire i costi sociali della liberalizzazione commerciale e della globalizzazione.

Non dimentichiamo che questo sistema commerciale multilaterale ha contribuito in modo fondamentale, in questi 60 anni dalla sua creazione, alla crescente prosperità del nostro pianeta, ad un periodo di crescita economica senza precedenti, ad una massiccia riduzione della povertà nel mondo. Ma le disuguaglianze e la povertà che ancora esistono rimangono inaccettabili e le nuove sfide globali ci impongono di operare internazionalmente per diminuire le discriminazioni e non di aumentarle.

Soltanto il sistema multilaterale, con il suo principio di non discriminazione e la partecipazione continua e diretta di tutti i paesi in via di sviluppo, inclusi quelli meno avanzati, potrà portare un contributo determinante per migliorare la situazione.

Negli ultimi mesi due grandi pilastri dell’economia globale sono entrati in crisi: il sistema finanziario e il sistema multilaterale degli scambi.

La distanza che ormai ci separa dal mondo che fu creato a Bretton Woods, alla fine della seconda guerra mondiale, rischia di diventare incolmabile senza una aggiornata revisione della governabilità globale e di un più efficiente funzionamento delle grandi istituzioni internazionali, Fondo Monetario e Organizzazione Mondiale del Commercio incluse.

Ambassador Renato Ruggiero is a Senior Adviser at Citigroup and former Foreign Minister. He is also a member of the European Council on Foreign Relations.

The European Council on Foreign Relations does not take collective positions. ECFR publications only represent the views of its individual authors.

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