Ucraina: la crisi dei rifugiati

Secondo Janek Lasocki, Advocacy Coordinator di ECFR: "E’ impossibile stabilire quale sia il numero esatto di rifugiati ucraini e l’unica certezza è che, indipendentemente dall’eventuale cessate-il-fuoco, il numero cresce su base giornaliera"

ECFR Alumni · Former Advocacy Coordinator

Dietro i titoli da prima pagina sull’annessione della Crimea, negli ultimi mesi si è aggravata una seria crisi umanitaria, causata dalle incursioni separatiste nel Donbass e dalle “operazioni antiterroristiche”. In Ucraina decine di migliaia di persone sono internamente dislocate (IDP) e il numero è in aumento. Gli IDPs sono ucraini che non hanno avuto altra scelta che lasciare le proprie abitazioni, spesso portando con sé pochi averi, non sapendo quando poter far ritorno. I comandanti separatisti, dopo aver perso molte città, hanno ordinato alle proprie truppe la ritirata nelle due grandi città orientali, Luhansk e Donetsk, minacciando un’altra Stalingrado. E’ difficile anche solo immaginare quale possa essere lo scenario peggiore, ma anche se l’esercito ucraino ottenesse presto la vittoria, ci potrebbe volere molto tempo prima che queste persone vengano reintegrate: un’altra sfida che le nuove autorità di Kiev potrebbero non essere preparate ad affrontare.

L’UNHCR è in Ucraina da più di 20 anni, ma ha dovuto rapidamente mettere da parte il focus esclusivo sui rifugiati in transito (coloro che sono di passaggio in Ucraina, diretti nell’UE), e ha inviato nuovo personale, coordinando una risposta internazionale più ampia. Secondo gli ultimi dati dell’UNHCR, aggiornati al 9 luglio, quasi 80.000 ucraini, proveniente dalla Crimea e dal Donbass, si sono registrati come IDP. Si stima che 114.000 persone si siano dirette in Russia a causa dei disordini nell’Est. E’ impossibile stabilire quale sia il numero esatto di rifugiati ucraini e l’unica certezza è che, indipendentemente dall’eventuale cessate-il-fuoco, il numero cresce su base giornaliera, come riportato dal rapportodella missione speciale di monitoraggio OSCE in Ucraina.

Soltanto nella scorsa settimana, 10.000 IDPs si sono formalmente registrati e si stima che il numero possa essere due o tre volte più elevato. Alcuni hanno raggiunto i propri parenti o alloggiano in villaggi turistici, sperando di far presto ritorno, altri temono rappresaglie contro i familiari in caso vengano diffuse le proprie generalità. Per molti il processo burocratico risulta essere troppo farraginoso e le statistiche non includono coloro che hanno lasciato le proprie abitazioni, ma sono rimasti nelle regioni orientali. Al contrario, i dati sugli IDPs in Russia, nonostante siano senza dubbio molto alti, sono stati messi in discussionein quanto basati solo su dati ufficiali di Mosca, la cui veridicità sta diventando sempre più difficile da dimostrare. L’ONU non è in grado di verificare i dati e ai giornalisti non è permesso controllarli. Ogni persona dislocata ha bisogno di rifugio, cibo e accesso ai servizi sociali e ogni partenza colpisce le economie e i servizi locali.

Gli IDPs lasciano le proprie città per svariati motivi. Molti di loro, alla luce dell’azione delle nuove autorità contro i Tatari di Crimea, la maggior parte dei quali (più di 10.000) sono di fatto ucraini, sono stati intimoriti dal tipo di vita che avrebbero condotto come parte della Russia. Nell’Ucraina dell’Est gli IDPs sono, dunque, persone ordinarie che abbandonano una zona di guerra. Anche se non si tiene in considerazione l’insicurezza, il deterioramento degli standard di vita è accelerato. Secondo dati dell’ONU, il 40% delle famiglie ha difficoltà a reperire viveri. L’accesso a servizi sanitari e cure mediche è limitato (in Slavyansk tutti gli ospedali, eccetto uno, sono stati chiusi), i servizi bancari sono interrotti (compreso l’accesso alle pensioni e al welfare) e in molte aree urbane, l’erogazione di acqua e elettricità è bloccata. Sebbene molte città siano tornate sotto il controllo di Kiev, non si può stabilire con sicurezza se le persone torneranno nelle proprie città a breve. Simon Ostrovsky, reporter di Vice News, tenuto in ostaggio per molti giorni, è tornato in Slovyanske ha trovato “il caos”.

In risposta a questa emergenza, la società civile ucraina si è messa in azione formando piccole ma iperattive organizzazioni di volontariato con sede a Kiev. Quando il primo “piccolo uomo verde” (come vengono chiamati i soldati russi) è stato avvistato in Crimea, quattro amici hanno fondato SOS Crimea come fonte di informazione attendibile su quello che stava accadendo nella penisola. Quando capirono che le persone stavano abbandonando la Crimea, i volontari di SOS Crimeahanno chiesto aiuto tramite Facebook e la risposta è stata sorprendente. SOS Crimea ha volontari che lavorano a Lviv nell’Est, Kherson nel Sud e nella capitale Kiev, e risponde alle richieste di aiuto tramite una linea telefonica, Facebook e Twitter. Le richieste riguardano soprattutto un posto in cui stare, spesso in case private. SOS Crimea si avvale di avvocati che aiutano pro bono gli IDPs e fornisce viveri e cure mediche. SOS Vostok, gestita da attivisti dei diritti umani della regione orientale di Luhansk, è una delle sue molte declinazioni, e si stima ad oggi abbia aiutato più di 4.000 persone.

Sebbene gli aiuti siano arrivati a livello regionale, le risposte del governo centrale sono state fortemente criticate. Le persone devono registrarsi per ricevere assistenza, ma non esiste ancora un sistema di registrazione attivo e funzionante. La recente legge su status e assistenza per gli IDPs non rispetta gli standard internazionali e solo recentemente un membro del governo, il Vice Primo Ministro Hroisman, è stato nominato responsabile degli IDPs.

Forse il paragone più vicino è la Georgia post agosto 2008, quando decine di migliaia di persone furono costrette a lasciare le loro abitazioni in Abcasia e Ossezia del Sud. Dal momento che molti non poterono fare ritorno, furono costruite nuove periferie per ospitarli, in parte finanziate da donatori internazionali. Non siamo ancora arrivati a questo punto, ma se si continua così, bisognerà affrontare una serie di questioni di breve e medio termine. Come trovare, entro settembre, edifici scolastici per le migliaia di bambini trasferiti in altre zone dell’Ucraina? Come riaprire i servizi essenziali se insegnanti e medici sono andati via? Come ricostruire ciò che è stato distrutto durante gli scontri? Come far ripartire le economie locali, considerato che solo nella regione di Donetsk il 60% delle aziende non sono più operative? Come si può convincere gli ucraini dell’Est a far ritorno e avere fiducia in comunità che sono visibilmente divise in fazioni?

Citando l’ONUla situazione non richiede ancora una risposta umanitaria su vasta scala” e il paese sta reagendo. Tuttavia, ad oggi i numeri stanno peggiorando e i carrarmati ucraini si stanno avvicinando alle regioni occupate di Luhansk e Donetsk, una delle città più grandi del paese che solamente due anni fa ha ospitato la squadra di calcio dell’Inghilterra durante gli Europei del 2012. Con la prospettiva dei combattimenti, la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente, ma anche nel migliore degli scenari, le questioni da affrontare nell’Ucraina dell’Est saranno più gravi di quanto previsto a febbraio in seguito alla destituzione di Yanukovich.