Thomas Klau citato su Left

Paola Mirenda, su Left, chiede aThomas Klau, Senior Policy Fellow di ECFR, di commentare l’avanzata  dell’euroscetticismo negli stati membri orientali

DIREZIONE BRUXELLES

Paola Mirenda, Left , 17 maggio 2014

Nel 2004 l'Unione si arricchiva di dieci nuovi Stati membri. Alla vigilia del voto del 25 maggio, non tutti pensano che sia stata un'opportunità. E c'è chi vorrebbe tornare indietro l premier polacco Donald Tusk per l'occasione ha anche intonato Hey Jude – invero con poca voce, come gli hanno rimproverato. Ma il decennale dell'adesione della Polonia alla Ue meritava anche uno sforzo canoro per accompagnare i 2 milioni di euro che Varsavia ha speso in celebrazioni. «Siamo il primo Paese beneficiario dell'Unione, dobbiamo pur spiegare i vantaggi del nostro ingresso nella Ue», si è giustificato il premier quando gli è stato chiesto conto dell'enorme costo sostenuto. Poi, serafico, ha precisato: «È stato pagato quasi tutto con i fondi comunitari». Nonostante lo scetticismo degli abitanti, Tusk non mente: Varsavia riceve da Bruxelles molto più di quello che versa, gode abbondantemente dei frutti della Politica agricola comune (Pac) e si fregia del suo ruolo di porta verso l'Oriente, che le vale considerazione diplomatica e aiuti militari. Nella crisi ucraina, Varsavia ha preteso (e ottenuto) di giocare un ruolo da protagonista attraverso il Triangolo di Weimar, l'alleanza che la lega a Parigi e Berlino. Merkel e Hollande hanno così potuto scavalcare la rappresentante Ue per la politica estera Catherine Ashton, e il premier Tusk guadagnare prestigio in patria e in Europa, sia pure in condominio con due figure pesanti come la Cancelliera tedesca e il presidente francese. Ma politicamente è stato un risultato notevole, che si aggiunge a quelli raggiunti sul versante economico. La disoccupazione, tra il 2003 e il 2013, è scesa dal 20 per cento al 13,4 per cento mentre il prodotto interno lordo, nello stesso periodo, è passato da poco più di 200 miliardi di euro a 391 miliardi. Merito anche dei fondi Ue, che Varsavia ha saputo ben contrattare anche nell'ultimo budget approvato da Bruxelles: a fronte di 30 miliardi di contributi, la Polonia ne riceve quasi 90 – il triplo -di sovvenzioni. Eppure nel 2009 solo il 23,5 per cento dei cittadini polacchi è andato a votare per l'europarlamento. E stavolta, dicono gli osservatori, potrebbe andare peggio: ci andranno in pochi, e voteranno contro l'Unione europea. Dei dieci Paesi che nel 2004 hanno raggiunto la Ue nel più grande allargamento di sempre – da 15 a 25 membri – la Polonia è uno dei più fortunati e uno dei meno euroscettici. Forse anche perché, assieme a Lituania, Ungheria e Repubblica ceca, è l'unica del gruppo a non essere entrata nella moneta unica. Cipro e Malta, che invece hanno aderito all'eurozona nel gennaio del 2008, scontano entrambe il peso della crisi economica. Cipro, costretta nel 2013 a pesanti piani di aggiustamento (e al taglio del 47,5 per cento dei depositi bancari sopra i 100mila euro), è il solo Paese per cui non è prevista crescita nel 2014 nelle pur tuttavia ottimistiche previsioni della Bce. Tra i 40mila giovani dell'isola, 18mila sono senza lavoro. Ragazzi per cui il “Piano per i giovani” (Youth Guarantee) varato a gennaio dalla Ue non servirà a nulla, e se lo dice il governo c'è da credergli. Come ha spiegato in una conferenza sul tema Andreas Christou, responsabile del progetto per Cipro, «si può addestrare un giovane a fare un lavoro particolare, è possibile dare un sussidio per il suo stipendio, ma se alla fine l'economia non è in grado di produrre nuovi posti di lavoro, tutto quello che avremo fatto sarà stato solo riciclare la disoccupazione». Se si passa dal piano economico quello politico – il dossier dei negoziati Ue con la Turchia brucia come un'offesa personale – si intuisce perché appena il 22 per cento dei ciprioti abbia oggi fiducia nell'Unione e il 46 per cento ne abbia una immagine negativa, la percentuale più alta tra i dieci. Alle urne però i ciprioti saranno molto più disciplinati, almeno quelli che andranno a votare: i sondaggi danno al 41 per cento Dimokratikos Synagermos, il partito di governo europeista convinto, e al 26,5 per cento la sinistra di Akel, formazione eurocomunista. Dunque, comunque vada, per la Ue sarà un successo. Ma non di pubblico: l'ultimo sondaggio, realizzato agli inizi di maggio, dice che il 48 per cento dei ciprioti non ha nessuna intenzione di partecipare al voto. Nicosia non è la sola a essere delusa da questo decennio. «Non c'è da stupirsi se cresce anche a Est una forma di euroscetticismo», dice Thomas Klau dell'European Council on Foreign Relations . «Al loro ingresso nell'Unione avevano la speranza di agganciare il tenore di vita degli europei dell'Occidente, quelli che per anni avevano guardato da oltre cortina. Quel salto non è avvenuto, le differenze in molti casi si sono fatte anche più sensibili. Ma la grossa opposizione alla Ue non verrà da loro. Verrà da Francia e Gran Bretagna, verrà dall'Austria. Verrà dai Paesi che rimpiangono “il bel tempo in cui si era in pochi”. Vista dai Baltici, l'Unione è solo una opportunità che non si è concretizzata, non un progetto fallito». Nonostante l'aumento di una estrema destra contraria alla Ue e all'euro – come il partito Jobbik in Ungheria – la pattuglia degli scettici non verrà da qui. Nella stessa Budapest si registra il 48 per cento di fiducia nell'operato di Bruxelles: meglio la padella che la brace. Non dovunque va così. L'ex presidente ceco Václav Klaus non si è spellato le mani ad applaudire l'anniversario dell'ingresso della Repubblica ceca nell'Unione. «Lo stile di Bruxelles mi ricorda il comunismo», ha detto in una intervista. Per carità, festeggiamo, ha aggiunto, «ma senza troppo entusiasmo». Però Praga – intesa come capitale – si sente da sempre europea. L'adesione alla Ue ha portato miglioramenti economici e un grosso afusso di turisti. Nei locali intorno a Vinohrady, la zona per eccellenza dove si concentrano gli stranieri, si può bere e mangiare con poche centinaia di corone, una birra costa l'equivalente di 80 centesimi, un museo pochi euro. Ma il potere di acquisto della popolazione locale è sceso con la svalutazione della moneta attuata nel 2013 per sconfiggere la crisi, dopo che i piani di austerità non avevano funzionato. Il nuovo governo (socialista) promette una rapida ripresa, le previsioni dicono che la crescita per il prossimo anno sarà del 2,6 per cento. I cechi aspettano fiduciosi, molto fiduciosi. Ma anche loro non andranno a votare. Non lo avevano fatto nemmeno nel 2003, quando per referendum hanno dovuto decidere se dire “sì” o “no” a Bruxelles. Alle urne il 55 per cento, a scegliere la Ue il 77 per cento dei votanti. In tutto, un terzo della popolazione. Però, alla domanda “sei soddisfatto della tua vita?”, l'80 per cento risponde di sì. Molto più soddisfatte vorrebbero essere le tre ex repubbliche sovietiche (Estonia, Lettonia, Lituania), che in Europa si sentono strette. Per Tallin il referente economico continua a essere Helsinky, non Bruxelles. La Ue va bene per gli aiuti che concede, ma non come motore di sviluppo. Ma se l'Estonia, a colpi di privatizzazioni, è uscita indenne dalla crisi, la Lettonia nel 2008 ha dovuto chiedere l'aiuto di Fondo monetario e Unione europea – oltre che dei Paesi nordici – per avviare un programma di ristrutturazione che ha abbattuto i salari e il welfare in cambio di un prestito di 7,5 miliardi. Una scelta difesa dall'ex ministro degli Esteri Berzins: «Senza la Ue saremmo al livello della Georgia. Ma senza il loro vino», ha detto alzando il calice del decennale. Crisi più o meno identica per la Lituania, uscita da una recessione al 15 per cento del Pil e ora avviata a una crescita superiore alla media Ue. Ma i Paesi Baltici, si sa, sono i bravi allievi di Bruxelles. Obbediscono senza repliche, si adattano ai diktat della Ue. Che quando si tratta di comandare, ha ragione Václav Klaus, somiglia tanto al comunismo. O, per essere esatti, allo stalinismo.

 

L'ANNO DEL BIG BANG

Dieci Paesi in un colpo solo. E sarebbero stati 12 se Bulgaria e Romania avessero rispettato i criteri imposti da Bruxelles. Invece Sofia e Bucarest sono state costrette a rimandare l'adesione alla Ue al 2007 ma, anche senza di loro, quello del 2004 è stato l'allargamento maggiore che l'Unione abbia mai avuto: la popolazione della Ue è cresciuta di 75 milioni arrivando a quota 454 milioni; il numero delle lingue uciali è salito da 11 a 20, la superficie dell'Unione è aumentata di 738mila metri quadrati. Meno rapida è stata l'integrazione reale: sono stati imposti limiti alla circolazione dei lavoratori e nel dibattito pubblico nei Paesi della “vecchia Europa ” è più volte echeggiata la paura dell'”invasione”. Nella realtà la mobilità interna alla Ue è passata dall'1,8% della popolazione al 2,4%, una percentuale irrisoria. Ma i sondaggi dicono che oggi, tra i 28 Stati membri, il consenso a nuovi ingressi non c'è.