Sconfiggere le armi con la governance: la sicurezza europea dopo le elezioni americane

Invece di copiare la NATO, l'UE dovrebbe focalizzarsi sulla 'difesa ibrida'

ECFR Alumni · Former Visiting Fellow
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La cooperazione in materia di sicurezza europea non è mai stata davvero esclusa dall'agenda dell'UE, sebbene controversie, divisioni e costi politici ad essa legati, l’abbiano esclusa dalle priorità. E’ inevitabile che l'elezione di Donald Trump – insieme alle crescenti preoccupazioni per un Vladimir Putin potenzialmente più sicuro di sé, porteranno ad un cambiamento.

La domanda da porsi è: come dovrebbe essere strutturata la nuova cooperazione in materia di sicurezza europea?

 

La soluzione del 2%

Lo Stato-nazione rimane l’elemento fondamentale della sicurezza internazionale. Ciò premesso, un maggiore numero di membri della NATO che rispettino il 2% del PIL, già fissato dall’alleanza come budget minimo da investire nella difesa, rappresenterebbe un utile passo in avanti. Allo stato attuale, solo quattro paesi europei – ovvero, Regno Unito, Polonia, Estonia e Grecia – lo stanno facendo. Un impegno comune volto ad affrontare questo nodo aiuterebbe a tenere in piedi l'alleanza, specie alla luce dell’apparente convinzione di Trump che le nazioni che non contribuiscono con la loro parte di budget non meritano la protezione degli Stati Uniti. Ormai non è più sufficiente essere seri in tema di sicurezza; bisogna dimostrare con i fatti di essere tali.

Certo, non tutti i paesi dell’UE sono anche membri della NATO, e viceversa. Per esempio, la Finlandia e la Svezia stanno pensando di aderire a quest’ultima, mentre la Turchia mantiene una difficile relazione di alti e bassi. Nonostante ciò, finché la potenziale minaccia russa – quella che, attualmente, rappresenta la più grande sfida militare – sarà viva, in pratica ci sarà poca differenza. Infatti, a prescindere dallo status formale di Svezia e Finlandia, è improbabile che la NATO si disinteressi della situazione e rimanga a guardare Mosca mentre la mette in discussione a nord; inoltre, l’UE già di per sé fornisce alcune garanzie di sicurezza.

 

Nessun esercito nei piani europei

Tuttavia, parlare di un ‘Esercito Europeo’ continua ad essere fuori luogo e inutile, anche immaginandolo come appendice della NATO. Creare una forza autonoma che va oltre i già esistenti gruppi tattici multinazionali, sarebbe semplicemente uno specchietto per le allodole e un doppione. Creare appositamente una struttura di comando e un apparato logistico richiederebbe tempo e risorse che, inevitabilmente, dovrebbero essere sottratte altrove – specialmente finché l’Europa non inizierà a tenere sotto controllo le proprie spese.

Oltretutto, chi potrebbe guidare tale forza militare? Dato che la diffusa diffidenza nei confronti dell’agenda centralizzatrice di Bruxelles è uno dei fattori cruciali alla base del crescente euroscetticismo, è improbabile che un esercito di Berlaymont venga accolto con grande entusiasmo. C’è sempre modo per espandere la cooperazione e la solidarietà in tutto, dagli appalti alla ricerca. Tuttavia, il concetto di un Esercito Europeo è più un sintomo di una teorica volontà di integrazione che una risposta seria alle sfide che l’UE dovrà affrontare.

In questo senso, nessuno degli ufficiali militari russi con i quali ho parlato ha accolto quest’idea senza entusiasmo. Chiaramente, Mosca crede che ciò eroderebbe la potenza della NATO e che imbriglierebbe la difesa occidentale in dispute legate a doppioni e sovrapposizioni. Ciò dovrebbe sicuramente essere sufficiente a mettere definitivamente da parte quest’idea.

 

 

La governance come arma risolutiva

Se forze armate potenti e credibili sono essenziali – non da ultimo per rassicurare gli alleati più vulnerabili e a fungere da deterrente contro potenziali avventurismi politici e non – queste sono solo una parte dell’arsenale necessario a far fronte a un conflitto nel XXI secolo. Alcuni potrebbero pensare che il panico (a volte esagerato) per una minaccia russa legata ad una ‘capacità bellica ibrida’ lo avrebbe già manifestato. In ogni caso, nel prossimo futuro, il pericolo principale per l’Europa non è l’improbabile prospettiva di una marcia verso occidente delle truppe di Putin, ma la realtà odierna fatta di sovversione politica, disinformazione, cyber guerra, diplomazia coercitiva e altri strumenti di ‘destabilizzazione non–cinetica’.

Il punto cruciale riguardante tali strumenti è che questi possono sfruttare le nostre stesse debolezze. La propaganda russa trova più spazio là dove quei cittadini ai margini della società diventano sospettosi nei confronti dei cosiddetti ‘media di regime’; inoltre, le spie russe sfruttano l’indolenza europea a sfidare l’aggressività di Mosca; infine, i soldi russi scorrono liberamente grazie alla nostra attitudine a chiudere un occhio quando si tratta di opportunità economiche.

La giusta risposta a queste minacce è migliorare i nostri standard di governance. Ciò include tutto, dall’integrare le comunità più emarginate all’educare gli elettori a riconoscere falsità e mezze-verità, con la consapevolezza che anche i politici europei saranno soggetti alle stesse verifiche adottate per gli strumenti di disinformazione russi. Questo significa inasprire i controlli sul riciclaggio di denaro, anche a scapito degli agenti immobiliari londinesi, dei banchieri di Francoforte o degli albergatori di Nizza. Inoltre, ciò significa rafforzare la solidarietà tra stati, in modo da poter espellere le spie russe senza doversi preoccupare di essere lasciati a secco quando Mosca risponderà con la sua consueta vendicatività.

Dopo tutto, la governance è ciò che l’Unione Europea – a differenza della NATO – dovrebbe incarnare. Invece di provare a copiare il ‘cugino in uniforme’, l’UE dovrebbe focalizzarsi sul concetto di ‘difesa ibrida’, per soddisfare un reale bisogno di sicurezza continentale, e per dimostrare la sua effettiva rilevanza.

Poiché gli interessi nazionali variano fra di loro in larga misura e poiché l’ingerenza di Bruxelles è di per sé una questione legata alla sicurezza, tutto ciò dovrà essere fatto con estrema attenzione. Invece di una strategia uniforme, le parole d’ordine dovrebbero essere bilateralismo e cooperazione regionale, con Bruxelles nel ruolo di facilitatore delle riforme. Certamente, va bene spendere quel 2% prefissato per la difesa, ma in un’era in cui gli agenti del controspionaggio e i contabili forensi possono ormai risultare importanti esattamente quanto gli stessi soldati, l’UE può ritagliarsi un nuovo ruolo da attore di sicurezza degno del XXI secolo.