Referendum turco: Erdoğan tranquillo, ma non troppo

Il sottile margine di vittoria al referendum presenta numerosi problemi per Erdoğan e suggerisce come ancora non sia tutto perduto per la democrazia turca.  

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Il sottile margine di vittoria al referendum presenta numerosi problemi per Erdoğan e suggerisce come ancora non sia tutto perduto per la democrazia turca.

Il referendum turco ha evidenziato ancora una volta la profonda e insanabile divisione della società turca, divisa quasi al 50% tra il voto favorevole e contrario al pacchetto di riforme di Recep Tayyip Erdoğan.
 
La mappa elettorale raffigura una nazione divisa, con le aree curde, la fascia costiera del Mediterraneo e dell’Egeo fino ad Istanbul che hanno rifiutato la proposta di Erdoğan. In contrasto con le regioni dell’Anatolia Centrale e del Mar Nero, meno sviluppate e socialmente più conservatrici, che hanno accolto il nuovo ruolo del presidente. I sostenitori del “No” si sono registrati maggiormente tra giovani, ceti più ricchi ed istruiti, specialmente nelle aree urbane: tutte le principali città – tra cui Istanbul, Ankara, Izmir, Diyarbakir, Antalya – e i centri industriali chiave della Turchia hanno votato “No”.

La vittoria referendaria consolida ulteriormente i poteri del presidente e, come ha sottolineato la Commissione di Venezia, accelera la deriva della Turchia verso un “sistema presidenziale autoritario”. Questo implica una revisione significativa della forma di Stato turco, verso un sistema praticamente privo di pesi e contrappesi.  

Tuttavia, la campagna elettorale di Erdoğan è stata molto meno efficace di quanto molti avessero previsto. L’alleanza con gli ultranazionalisti del MHP, l’utilizzo del simbolismo e dei network religiosi, e i diverbi con l’Europa sembrano avere allontanato gli elettori moderati. Di conseguenza, nonostante una campagna elettorale faziosa e finanziata con risorse statali (come notato dagli osservatori OSCE), il presidente turco è riuscito ad accaparrarsi solamente il 51% dell’elettorato.
Questo non rappresenta esattamente ciò che Erdoğan avrebbe sperato di ottenere e il sottile margine di vittoria anticipa numerosi problemi futuri.  

Brogli elettorali?

Il clima elettorale è stato il più squilibrato e fazioso dai tempi del referendum voluto dai generali dell’esercito post-golpe del 1982.

Mentre il principale partito di opposizione, il CHP, godeva di una certa visibilità nei quartieri tradizionali delle grandi città, il resto del paese è stato inondato da cartelli a favore del “Sì”, e sottoposto ad una campagna televisiva senza fine. Gli incentivi economici quali garanzie di prestiti bancari o di nuove opportunità lavorative nel settore pubblico hanno giocato un ruolo importante nel consolidare la base dell’AKP, mentre il fronte del “No” è stato regolarmente descritto dal presidente turco come un alleato dell’Occidente, del PKK e dei “terroristi” in generale.

Ancor più controversa è stata la decisione dell’Alto Consiglio elettorale, durante le ore di voto, di accettare come valide le schede elettorali “non sigillate a meno che non venisse dimostrata la loro provenienza esterna”, interpretata dall’opposizione come copertura di brogli e frodi elettorali. Tuttavia, benchè il tempismo della decisione sia sembrato straordinario, il consiglio aveva già preso tali decisioni provvisorie in precedenza. Come spiegato da un osservatore elettorale, la necessità di tale decisione derivava da schede elettorali di carta troppo sottile e dal sigillo sul retro che si sarebbe potuto confondere con il Sì o il No. Inoltre, resta poco chiaro se questa decisione abbia favorito il fronte del “Sì”, essendo difficile spiegare attraverso i soli brogli
una vittoria con un margine di 1.3 milioni di voti

Ciononostante, una parte considerevole di elettori del “No” crede che le irregolarità siano andate ben al di là della questione dei brogli: ci sono state numerose pressioni da parte dei funzionari pubblici, in particolare nelle regioni curde. Qualora il leader dell’HDP Selahattin Demirtas non fosse stato in prigione, qualora al partito filo-curdo HDP fosse stato concesso di fare campagna elettorale e qualora il consiglio elettorale non avesse posto il veto sulla partecipazione di osservatori dell’HDP, i risultati sarebbero probabilmente stati differenti.

Cosa accadrà adesso?

Anche se presumibilmente la maggior parte dei 18 emendamenti entrerà in vigore  nel 2019, ce ne sono diversi che saranno attuati immediatamente.  Erdoğan si registrerà come membro del proprio partito fino a diventarne il leader – una posizione che gli consentirebbe di guidare l’AKP verso le prossime elezioni e redigere le liste di partito che determinano chi verrà eletto nel prossimo parlamento. I tribunali militari verranno aboliti e la struttura dell’Alta Commissione dei magistrati e dei pubblici ministeri (HSYK) verrà riformata immediatamente. Molto presto ci saranno le nomine delle Alte Corti da parte di Erdoğan.

Il ruolo di Primo Ministro esisterà fino al 2019 anche se, d’ora in avanti, Binali Yildirim diventerà una figura molto meno centrale, dal momento che Erdoğan utilizzerà i suoi poteri esecutivi per guidare, de facto, il governo. Il genero del presidente, Berat Albayrak, probabilmente emergerà come figura chiave dei prossimi anni, e se Erdoğan vincerà le elezioni presidenziali del 2019, potrebbe diventare uno dei suoi sostituti. 

Tuttavia, siccome il margine della vittoria è stato così sottile e siccome ci sono state accuse di brogli elettorali, Erdoğan non governerà agevolmente. L’opposizione sembra galvanizzata dai risultati, anche se le attuali proteste di strada nelle città principali contro i brogli, non saranno probabilmente sostenibili per molto tempo, date le limitazioni alle manifestazioni pubbliche imposte dallo stato di emergenza in vigore.

Priorità: Economia e politica estera

Probabilmente, nei prossimi mesi Erdoğan si concentrerà sui punti di maggiore vulnerabilità per la Turchia: economia e politica estera.

Per molte ragioni l’economia ha attraversato un lento dissesto rispetto ai tempi della grande crescita, per motivi politici (debolezze istituzionali dovute alle epurazioni) e problemi fiscali (fluttuazioni valutarie globali, deprezzamento della lira ed elevato deficit di conto corrente della Turchia). Nel corso del referendum si è registrata una spesa pubblica spaventosa, che ha aumentato l'inflazione, peggiorando il deficit pubblico. La disciplina fiscale, una volta segno distintivo dell'AKP, è adesso in discussione. Le banche operano ancora abbastanza bene, tuttavia il rallentamento dell’economia potrebbe influenzare i loro bilanci entro la fine dell'anno qualora il governo continuasse a sottoporle a politiche di prestito più agevolato. E nonostante una campagna di assunzioni pubbliche, la disoccupazione giovanile è salita dal 13% al 25%.

La crescita economica della Turchia dipende fortemente dai ricavi su investimenti stranieri e turismo, entrambi settori in declino. La situazione attuale in cui versa la Turchia (problemi di sicurezza, questioni di ordine giuridico e incertezza politica) non è molto invitante per investitori o turisti, ed Erdoğan è consapevole della necessità di creare una nuova narrativa per poter cambiare tale situazione. La narrativa verterà probabilmente sui concetti di “stabilità e crescita”, anche se non è chiaro se l’attuale contesto economico permetterà tale strategia.

Possiamo anche aspettarci un focus maggiore e un impegno militare più consistente della Turchia in Siria e Iraq. In Siria, le forze statunitensi continueranno probabilmente a portare avanti la collaborazione con le forze di difesa siriane (SDF), la cui spina dorsale sono i combattenti YPG affiliati al PKK. Anche se Ankara ha cercato di dissuadere l'amministrazione di Trump da questa scelta politica e ha offerto le proprie truppe per condurre un'offensiva rapida a Raqqa, le proposte turche non hanno soddisfatto le aspettative degli Stati Uniti.

È possibile che il governo turco intraprenda un’offensiva militare contro la nuova roccaforte del PKK di Sinjar / Shengal in Iraq – forse con il tacito appoggio dell’amministrazione Trump desiderosa di soddisfare i Turchi e di ridurre le tensioni bilaterali che derivano dall’alleanza militare con i curdi del YPG in Siria.

La questione curda

I risultati del referendum e il lieve aumento dei voti aree rurali curde potrebbero essere interpretati da Erdoğan come una sorta di investitura per continuare con il pugno di ferro nelle aree curde. Tuttavia, questo sarebbe un errore di interpretazione delle dinamiche curde. Malgrado l’arresto del leader HDP Selahattin Demirtas, la detenzione di 13 deputati curdi e di 83 sindaci eletti, gli elettori delle principali città curde, hanno votato principalmente “no” al referendum.

Nelle aree rurali, le cose sono andate diversamente. Lo sfollamento di circa mezzo milione di curdi in seguito agli scontri tra forze di sicurezza e PKK nell’ultimo anno e mezzo, fenomeni di gerrymandering nelle città pro-HDP e la messa al bando di decine di osservatori dell’HDP, ha chiaramente ostacolato il voto curdo.

Ciò probabilmente delimiterebbe ulteriormente i processi democratici della Turchia agli occhi dei giovani curdi e aumenterebbe il loro senso di alienazione. Questo continuerà ad essere uno dei principali problemi della Turchia nel lungo termine.

Una possibilità per l’Europa?

L’Europa può ricavare tre lezioni. Prima di tutto, quasi la metà della popolazione turca sembra rifiutare le scelte anti-europeiste e autoritarie del proprio leader. L’Europa dovrebbe considerare l’effetto che avranno su questo gruppo di persone le proprie decisioni future sulla Turchia.

In secondo luogo, Erdoğan ha ripetutamente affermato, durante la sua campagna, la propria volontà di definire un nuovo quadro di relazioni con l’Europa- un quadro che sia circoscritto nel tempo e strutturato nella realtà. Ciò significa effettivamente la fine del processo di adesione, anche se non è chiaro che cosa potrebbe sostituirlo. Ankara vuole disperatamente aggiornare l’unione doganale con l’UE: per Ankara un accordo economico senza riferimenti ai diritti umani sarebbe probabilmente preferibile all’ormai moribondo processo di adesione.

Tuttavia, l’Europa dovrebbe ricordare che ciò che Erdoğan preferisce non è necessariamente preferibile per altri importanti gruppi elettorali come, ad esempio, quello degli operatori dei mercati finanziari e dei dirigenti d’azienda. I mercati turchi sono molto sensibili all’atteggiamento di Erdoğan nei confronti dell’Europa. Benchè vedano il “si” in termini positivi, in quanto porrebbe fine all’incertezza politica, sono consci che più i toni di Erdoğan sull’Europa si inaspriscono, più gli investitori si allontanano.

Inoltre, poichè 13 delle 20 principali  città della Turchia, che insieme producono circa il 62% del PIL del paese, hanno votato “no”, è improbabile che Erdoğan spingerà davvero per la reintroduzione della pena di morte o che cercherà ulteriori scontri con l’Europa. Probabilmente, egli continuerà ad utilizzare i concetti di “Europa” ed “Occidente”, come capri espiatori per l’audience nazionale, ma eviterà scontri diretti con Paesi o leader specifici.

La Turchia è una nazione che si fonda sul commercio e lo stesso Erdoğan è salito al potere in parte grazie alla sua capacità di rilanciare l’economia. La maggior parte dell’export turco confluisce in Europa e la maggioranza degli investimenti diretti della Turchia proviene dall’Europa. Una sospensione del processo di adesione all’UE finirebbe per esporre ulteriormente una già fragile economia, riducendo la fiducia degli investitori. Ciò complicherebbe di molto la crescita turca, accelerando probabilmente l’“emorragia” dell’economia.

In questo senso, l’UE mantiene un’influenza significativa sulla Turchia e dovrebbe tenerlo a mente, continuando a dimostrare il proprio sostegno alla democrazia e ai turchi filo-europei.  Il risultato del referendum potrebbe aver accelerato la deriva autoritaria della Turchia: tuttavia non tutto è perduto.