L’Asia e il dilemma della sicurezza

A prima vista, le dinamiche asiatiche ricordano quello che i teorici realisti delle relazioni internazionali chiamano “dilemma della sicurezza"

ECFR Alumni · Former Research Director

In Asia aleggia lo spettro della guerra. ECFR ha recentemente organizzato un viaggio studio a Tokyo, durante il quale abbiamo appreso come sia già in atto un conflitto tra Cina e Giappone nelle “zone grigie”, come i combattenti delle Forze di Autodifesa dell’aviazione giapponese siano regolarmente addestrati a rispondere alle incursioni dell’aviazione cinese nell’area delle isole Sankaku (chiamate Diaoyu dalla Cina),  occupate dai giapponesi e reclamate da Pechino, e come la Cina usi “pescatori armati” per conquistare territori a Est e a Sud del Mare Cinese. Secondo uno dei nostri interlocutori giapponesi, tale situazione “potrebbe degenerare in uno scontro militare in qualsiasi momento”.

In questo contesto, molti analisti sottolineano la necessità di forti azioni di deterrenza e maggiore collaborazione per la sicurezza, in modo da contenere la Cina, che nell’ultimo decennio ha incrementato notevolmente la spesa militare, sebbene ci siano divergenze sul significato di tale incremento in termini di capacità militari. Dal 2010 la Cina è diventata più assertiva e per questo motivo molti paesi asiatici hanno rafforzato la collaborazione sulla sicurezza. Sin dalla Seconda Guerra Mondiale, la sicurezza in Asia si è basata su un sistema “hub-and-spoke” avente come perno gli Stati Uniti. Tuttavia, i “raggi” (spokes) stanno stabilendo legami sempre più stretti. In particolare, durante il viaggio a Tokyo, si è discusso molto delle relazioni sempre più strette tra India e Giappone.

Tuttavia, secondo alcuni dei nostri interlocutori a Tokyo, la crescente collaborazione sulla sicurezza, per esempio tra India e Giappone, potrebbe rivelarsi controproducente. Il pericolo è che il rafforzamento dei legami di sicurezza potrebbe portare alla percezione della nascita di una coalizione anti-cinese, che rafforzerebbe la paura cinese di accerchiamento e porterebbe Pechino a sviluppare ulteriormente la propria capacità militare, e forse a stringere proprie alleanze.

Per evitare questa spirale, la maggior parte delle collaborazioni in Asia tendono a mantenere un profilo basso: i paesi coinvolti non pubblicizzano i loro accordi e sottolineano strenuamente che non hanno intenzione di “contenere” la Cina, prevenire o rallentare la sua avanzata. Tuttavia, questo approccio spesso viene criticato per mancanza di trasparenza.

In altre parole, gli asiatici si trovano di fronte ad un dilemma: da un lato, necessitano di forti azioni di deterrenza e comunicazione, dall’altro lato, temono che la deterrenza stessa possa portare all’escalation. Questa tensione li pone di fronte a scelte difficili, quasi impossibili, soprattutto per quanto riguarda le garanzie di sicurezza.

Le garanzie di sicurezza, e in particolare quelle statunitensi verso i paesi asiatici come il Giappone, aiutano a prevenire la guerra, o la rendono più probabile?

Molti nostri interlocutori giapponesi hanno criticato la comunicazione “confusa e fuorviante” del Presidente Barack Obama, come nel caso del discorso a West Point, e hanno richiesto maggiore chiarezza da parte degli Stati Uniti sull’impegno in Asia, in generale, e in Giappone, in particolare. Tuttavia, durante il viaggio di aprile in Giappone, Barack Obama ha precisato chiaramente che l’Articolo 5 del Trattato di Sicurezza Nippo-americano “include tutti i territori amministrati dal giapponese, comprese le isole Senkaku”. Questo messaggio renderà l’atteggiamento cinese più moderato o aumenterà le probabilità di un coinvolgimento statunitense in un conflitto tra Cina e Giappone?  

A prima vista, le dinamiche asiatiche ricordano quello che i teorici realisti delle relazioni internazionali chiamano “dilemma della sicurezza”, ossia una situazione in cui gli stati, per migliorare la propria sicurezza in un ambiente anarchico attraverso l’incremento della propria capacità militare o istaurando nuove alleanze, inavvertitamente minacciano altri stati, i quali in risposta cercano di rafforzare la propria sicurezza, e così via. Uno dei casi paradigmatici del dilemma sulla sicurezza nelle relazioni internazionali è quello dell’avanzata della Germania alla fine del XIX secolo. Molti analisti, quali Aaron Friedberg vedono dei parallelismi tra il passato dell’Europa, in particolare la competizione delle grandi potenze culminata nella Prima Guerra Mondiale, e il futuro dell’Asia. Tuttavia, altri ritengono che l’Asia sia così diversa dall’Europa che tale analogia storica (e geografica) sia fuorviante. 

In base agli incontri avvenuti a Tokyo, la questione cruciale è se la situazione odierna in Asia costituisca un dilemma della sicurezza, o se sia in qualche modo differente dai casi pregressi, quali l’Europa di 100 anni fa. Nel caso in cui la situazione asiatica fosse un dilemma della sicurezza, ci si porrebbe il problema di come distinguere le mosse in grado di dissuadere la Cina da quelle che invece aumentano il senso di accerchiamento cinese rendendo la guerra più probabile.  Molti gli interrogativi: Quali casi di dilemma della sicurezza del passato possono essere applicati all’Asia? In particolare, in che modo gli stati possono comunicare reciprocamente le proprie intenzioni così da evitare quella dinamica auto-avverante che portò alla Prima Guerra Mondiale?

Questi dubbi sono rilevanti non solo per l’Asia, ma anche per l’Europa. La questione principale per l’Europa è decidere se superare l’atteggiamento neutrale per giocare un ruolo più attivo nella sicurezza asiatica, cosa che i nostri interlocutori, soprattutto i giapponesi, auspicano. Sebbene alcuni stati europei, come la Francia e la Gran Bretagna, stiano silenziosamente incrementando la collaborazione sulla sicurezza con i paesi asiatici, soprattutto con il Giappone (come analizzato da François Godement nel rapporto “France’s ‘pivot’ to Asia”) e stiano quindi entrando nella coalizione anti-cinese, altri stati dell’UE sono molto reticenti a prendere parte in tale competizione. Dunque, in Europa esiste un reale pericolo di divisione sulla questione della sicurezza dell’Asia. Tuttavia, prima che gli stati europei decidano per l’attuazione di una politica coerente, devono prima concordare su comune interpretazione del dilemma della sicurezza asiatica.