I buchi neri dell’Europa

Secondo Francisco de Borja Lasheras, Direttore Associato dell'Ufficio di Madrid di ECFR, "L’Europa è a un bivio, sia internamente che nel vicinato" (...) "È necessaria un’agenda esterna e interna completamente nuova, altrimenti ci dirigeremo verso un’Europa frammentata, sgradevole, debole e, soprattutto, circondata da buchi neri nell’est e nel sud".

ECFR Alumni · Head of ECFR Madrid Office & Policy Fellow

In questi tempi non abbiamo né la memoria né la prospettiva necessaria per affrontare nel modo giusto le sfide della vita di tutti i giorni, al contrario dei nostri telefoni cellulari e computer. La politica internazionale moderna è dominata dal pensiero a breve termine. Interessata perlopiù a gestire agende, summit, e personalità internazionali, non presta abbastanza attenzione a risolvere conflitti o a gestire i complicati “dossier” diplomatici che richiedono più “hard diplomacy”, forza di volontà politica, e pazienza rispetto a quanto i leader Occidentali siano oggigiorno virtualmente disposti a mettere in gioco. I nostri leader danno la priorità al successo istantaneo e al modello “missione compiuta”, rispetto al vero progresso, come dimostrato dal ritiro delle truppe dall’Afghanistan. “L’effetto CNN” degli anni ‘90 mobilitò l’opinione internazionale, portando la sofferenza dell’assedio di Sarajevo direttamente nelle nostre case. Ora siamo passati alla “Twitter diplomacy”, che affronta problemi radicati da generazioni in 140 caratteri.

I giorni d’oggi, troppo focalizzati su obiettivi di breve periodo, insieme all’opportunismo politico che li contraddistingue, rendono più difficile l’affrontare quei problemi di lungo periodo, come democratizzazione e trasformazione sociale. Alcuni europei, confondendo la politica di vicinato con quella di allargamento, hanno fatto promesse poco chiare di una prospettiva europea per l’Ucraina. Per come stanno le cose oggi, l’Unione Europea non può mantenere queste promesse. Oltre alla geopolitica, l’Ucraina ci ha dimostrato che la prossima crisi della politica estera dell’UE sarà l’allargamento, oltre a essere la prossima sfida per la coesione interna europea. Più vicine a casa rispetto a Kiev e all’incirca nello stesso periodo degli eventi di Maidan, le proteste nella dimenticata Bosnia portarono all’incendio di edifici pubblici e all’organizzazione di assemblee popolari per chiedere cambiamenti ad un sistema politico esausto. Proprio come affondava nelle inondazioni di maggio, la Bosnia continua ad affondare come stato. È tornata sull’agenda dei Ministri degli Affari Esteri europei, anche se solo per la durata di un pranzo di lavoro.

Tre mondi paralleli nei Balcani

Nei Balcani esistono tre mondi paralleli. Quello europeo mantiene il ritmo dell’agenda dell’UE. La quotidianità dei cittadini balcanici consiste in amministrazione democratica debole, crisi economica, nazionalismo e assenza di opportunità per grandi segmenti della popolazione. Talvolta si palesa il regno della grande diplomazia, come nell’accordo tra Serbia e Kosovo, il cui potenziale potrebbe appassire se la forza di volontà politica diminuisse e se il Kosovo fallisse nel salire sul treno europeo con la Serbia. L’allargamento, una volta un successo, ora minaccia di attirare fallimenti simbolici come la Bosnia e di diventare fattore aggiuntivo nelle divisioni interne dell’UE. Tra le questioni in gioco: il dilemma tra allargamento e coesione, i costanti dubbi riguardo il livello reale dell’”Europeizzazione” degli stati candidati e la veemenza di un’Europa eurofoba che al momento attacca i fondamenti europei come la libertà di movimento. Prima di essere eletto Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker annunciò che si sarebbe posto un freno all’allargamento nel caso in cui Parlamenti, come quello dei Paesi Bassi, avessero votato per la sospensione. Questa cacofonia negativa indebolisce la potenza trasformativa europea non solo nei Blacani ma anche in Ucraina e in tutta l’Europa dell’Est.

L’Europa è a un bivio, sia internamente che nel vicinato. La soluzione non deve essere né un ritiro né una vittoria di Pirro della “Twitter diplomacy”. È necessaria un’agenda esterna e interna completamente nuova, altrimenti ci dirigeremo verso un’Europa frammentata, sgradevole, debole e, soprattutto, circondata da buchi neri nell’est e nel sud: aree di insicurezza e instabilità che confermano il fallimento delle nostre politiche.