“Così i russi vedono la crisi”, Marta Dassù, La Stampa

Vista da Mosca, l'Europa divisa non è un interlocutore strategico

COSÌ I RUSSI VEDONO LA CRISI

 

Marta Dassù, La Stampa, 17 Aprile 2014

 

Mosca col sole. E con il traffico in via Tverskaya, caffè e ristoranti pieni di gente. Quella gente, la classe media in ascesa, che solo pochi mesi fa era alquanto scontenta di Putin ma che oggi, dopo l'annessione della Crimea e i bagliori in Ucraina, applaude lo zar del Cremlino. Lo indicano i sondaggi del centro «Levada», che dà un po' di fastidio al potere russo ma che il potere non tocca – ci dice così il nostro interlocutore, uno dei più noti «pollsters» di Mosca – perché anche un tipo di regime come quello della Russia di oggi ha bisogno di sapere cosa pensano le persone. Cosa pensano i russi? La nostra missione a Mosca, organizzata dallo European Council on Foreign Relations, dura solo qualche giorno e prevede solo incontri non governativi. Troppo poco, in teoria, per farsi davvero un'idea. Ma qualche segnale c'è; e si tratta di segnali che vanno tutti nello stesso senso. Tento di metterli in fila. Primo: l'attivismo di Putin in politica estera è visto qui – dalle élites e da una grande maggioranza dell'opinione pubblica – come un ritorno dell'orgoglio russo: un nazionalismo legittimo e patriottico, che riprende il progetto imperiale là dove lo aveva lasciato non Gorbaciov ma Nicola II. E quindi, ci spiega davanti a un bicchiere di birra uno dei migliori politologi in circolazione, non dobbiamo guardare a una nuova guerra fredda; l'Urss è finita per sempre. Dobbiamo tuttavia prepararci a un lungo e difficile periodo di competizione fra una Russia che si è sentita umiliata e bistrattata dal 1991 in poi e un Occidente che non può contare di allargare ancora la sua area di influenza ai confini orientali senza trovare resistenze. L'Ucraina di faglia fotografa questa tensione e ne è espressione diretta. Secondo: il progetto neo-imperiale del Cremlino, dicono i nostri interlocutori, esclude i paesi Baltici, membri della Nato. E' un punto importante, anche visto il tono etnico (la difesa dei russi fuori di Russia) della proiezione del Cremlino. Include non solo la Crimea (come era del resto evidente a chi avesse studiato gli oltre due secoli di storia della flotta russa a Sebastopoli) ma anche l'Ucraina orientale e quella parte del Caucaso che la Russia intende integrare nell'Unione euro-asiatica. La sfida all'ordine europeo post 1989 è sui principi ed è psicologica, prima che militare. Per questo, è una sfida sistemica e ad alto rischio, da gestire con molta attenzione e da non sottovalutare. Terzo: c'è una forte dose di «complacency» – a Mosca parliamo in inglese, nonostante tutto – sull'economia della crisi. La tesi dominante è che le sanzioni, anche se si indurissero, aiuterebbero Putin a «rimpatriare» parte dei capitali in perenne fuga all'estero. Insomma, a rinazionalizzare l'economia, mettendo ancora sotto controllo vecchi e nuovi oligarchi. A noi europei, questa tesi convince poco: ma visto che le sanzioni non mordono certo, almeno per ora, è un argomento poco rilevante. Nel frattempo, la strategia di «modernizzazione» sembra sparita dal vocabolario. Quarto: what next in Ucraina, fra i bagliori di una guerra civile strisciante? Il test politico sono le elezioni del 25 maggio, che Mosca ha un interesse evidente – viene detto senza troppi imbarazzi nei colloqui che abbiamo – a non rendere possibili sul territorio nazionale. In modi diversi, con parole diverse, la tesi dei russi è sempre la stessa: l'unica soluzione accettabile e negoziabile per il Cremlino – come alternativa a una spartizione violenta – è una Federazione ucraina: una Federazione molto lasca, per dire il vero, garantita da accordi internazionali. Da qui all'eventuale lì, la Russia è decisa a giocare le sue carte senza linee rosse particolari: il gioco è duro, le incognite sono forti, incluso il peso delle spinte locali, l'azzardo voluto e rischioso. Quinto e ultimo: a pochi metri dall'albergo in cui stiamo, c'è la sede della delegazione europea. L'ambasciatore, in giorni come questi, è via. Il suo vice ci riceve gentilmente. Ma che l'ambasciatore europeo sia via, nel bel mezzo della fase più critica della tensione con Mosca sull'Ucraina, è una triste conferma. Di quello che ci dicono tutti i russi – di strada e di governo – che incontriamo: ce la giochiamo con gli Stati Uniti. All' Europa (o meglio a una parte dei governi europei) Vladimir Putin ha mandato una lettera secca sull'esportazione di gas. Vista da Mosca, l'Europa divisa non è un interlocutore strategico.