Come può Bruxelles gestire efficacemente la crisi

L'UE ha commesso degli errori nella crisi finanziaria e ne ha pagato il prezzo. Tuttavia, questa volta potrebbe andare diversamente.

Head, ECFR Madrid
Senior Policy Fellow
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Già nel 2008, gli Stati Uniti – paladini in liberalizzazione finanziaria, deregolamentazione e riduzione della presenza dello Stato – erano intervenuti in modo rapido e deciso per salvare banche, assicurazioni e case automobilistiche che rischiavano il collasso. Al contrario, gli Stati membri dell'UE hanno agito separatamente, diventando sempre più divisi e incolpandosi l'un l'altro di aver perso tempo e aver ottenuto scarsi risultati. Di conseguenza, molti Stati membri hanno vissuto una profonda crisi economica o di legittimità, o a volte entrambe, con milioni di cittadini che hanno voltato le spalle al progetto europeo sostenendo forze anti-UE.

In teoria, gli europei dovrebbero aver imparato dagli errori del passato e quindi questa volta andrà diversamente, oppure no?

In primo luogo, la crisi del coronavirus è diversa. Mentre quella del 2008-2009 era di origine finanziaria, manifestatasi pericolosamente nel circolo vizioso tra banche private e debito sovrano, ha portato a programmi di salvataggio per cinque Stati dell'eurozona e a un massiccio intervento della Banca Centrale Europea (BCE). Questa volta invece, la Presidente della BCE Christine Lagarde ha commesso un grave errore dichiarando di non credere che la BCE dovesse fermare l'aumento dello spread italiano. Eppure, fortunatamente, ha cambiato rapidamente rotta, approvando un programma di acquisto del debito di 750 miliardi di euro e promettendo che la BCE avrebbe fatto “tutto il necessario” per affrontare la crisi. Questo replica la promessa del “Whatever it takes” del predecessore, Mario Draghi, nel 2012, con l'obiettivo di contenere gli spread e controllare il debito sovrano e privato – una mossa che ha effettivamente salvato l'euro. Questa volta, quindi, qualcosa è cambiato; la BCE ha impiegato solo quattro giorni, e non quattro anni, per reagire.

Riguardo al lato fiscale, qual è stato l'altro punto debole delle politiche adottate nella precedente crisi? Anche in questo caso l'Unione Europea è stata più rapida a reagire rispetto alla precedente crisi; ciò si è visto il 20 marzo, quando la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha annunciato la temporanea rimozione del tetto del deficit dell'eurozona. Eppure c'è ancora molto da fare e, a giudicare dalle discussioni passate sugli Eurobond, non sarà facile.

Molti paragonano gli eventi in Francia, Italia e Spagna a una guerra, ma l'impatto del coronavirus potrebbe essere ancora più grave. Mentre una guerra richiede la mobilitazione di tutte le risorse nazionali per aumentare la produzione – convertendo, ad esempio, le fabbriche di automobili alla realizzazione di veicoli blindati – questa crisi sta portando a un improvviso arresto della produzione in tutti i settori, tranne in quelli essenziali che aumenteranno invece la propria attività. In altre parole, i Paesi stanno lasciando a terra gli aerei mentre chiudono fabbriche di automobili, alberghi e negozi in quella che è una recessione auto-indotta di proporzioni senza precedenti.

Quindi, l'UE è pronta ad agire fiscalmente? Non ancora, ma il dibattito è iniziato. Gli economisti avanzano proposte riguardanti gli Eurobond, già circolanti durante le crisi precedenti ma respinte da Germania e da altri Paesi fiscalmente conservatori. Questa volta, però, ci sono segnali di flessibilità da parte di Germania e Paesi Bassi.

Due fattori sembrano impedire una risposta rapida. Il primo è che il coronavirus ha colpito prima quei Paesi con una cattiva reputazione fiscale, alti deficit pubblici e poco spazio fiscale (Italia, Spagna e Francia), facendo sì che ci vorrà un po' di tempo prima che l’idea di un'espansione fiscale convinca tutti gli Stati membri.

L'altro fattore è la lentezza con cui i paesi dell'UE imparano gli uni dagli altri. Di conseguenza, continuano a essere impreparati davanti all'emergenza, nonostante abbiano assistito alle esperienze prima della Cina, poi di altri Paesi asiatici, e ora di Italia e Spagna. Le reazioni nazionali alla crisi sono comprensibili: i sistemi sanitari sono competenze nazionali e, in questo settore, il ruolo dell'UE si limita a coordinare le iniziative e a fornire sostegno agli Stati membri. Le reazioni nazionalistiche, tuttavia, sono senza senso, perché tutti gli Stati membri dell'UE affronteranno crisi sanitarie ed economiche molto simili.

Al momento, lo shock è asimmetrico. Ciò significa che è improbabile che l'UE possa intervenire pienamente con degli aiuti sotto forma di nuovi strumenti fiscali, politiche e regole fino a quando ogni Stato membro non avrà vissuto la stessa esperienza. Così come i leader europei sono stati lenti nel comprendere la gravità della crisi sanitaria, lo saranno altrettanto nel costruire un consenso sulla necessità di utilizzare gli strumenti di bilancio e di politica dell'UE per evitare il disastro economico. Tuttavia, anche se in ritardo, alla fine si renderanno conto che è in gioco non solo la sopravvivenza dell'UE, ma anche quella delle proprie economie e società, e capiranno che devono agire insieme. È probabile che questa sia una guerra, oppure no – gli esperti, come al solito, non sono d'accordo sulla questione – ma per una generazione che non ne ha mai vissuta una, lo sembra certamente. Se fosse così, l'UE ha la risposta migliore.