Cosa pensano gli italiani dell’Europa

La visione italiana dell’Europa, un commento di Silvia Francescon sui risultati forniti dall’ultimo Eurobarometro

Silvia Francescon
ECFR Alumni · Head, ECFR Rome Office

Cosa pensano gli italiani dell'Europa

Nonostante la diffusa preoccupazione per l’incertezza politica in Italia e per la modalità d’uscita da questa situazione di stallo, ciò che emerge dall’ultimo Eurobarometroè che gli italiani sembrano volere più Europa. Anche se la fiducia nell’Unione Europea è diminuita nella maggior parte dei paesi intervistati (si veda l’articolo del mio collega José Ignacio Torreblanca), quando viene chiesto se si voglia lasciare l’Unione e la moneta unica, la risposta è stata per lo più “no”. Solo l’uno per cento dei 10.321 italiani intervistati vogliono che il paese lasci l’Unione europea, e l’euro è considerato (anche se solo per il 31 %), il secondo traguardo più grande dell’Unione Europea dopo la libera circolazione delle persone, delle merci e dei servizi.

La crisi dell’euro continua a essere un problema importante per molti. Il 59% degli intervistati italiani si aspetta che l’Unione si impegni nella ricerca di una soluzione (dieci punti al di sopra della media europea, anche se quattro in meno rispetto ai risultati del sondaggio precedente del maggio 2012). Tuttavia, nonostante il miglioramento della situazione verso la fine del 2012, è chiaro che la crisi potrebbe cambiare come gli europei vedono l’Unione Europea (il Presidente Van Rompuy ha osservato che ” è di vitale importanza risolvere la crisi tutti insieme poiché ciò che è in gioco è molto più di semplici operazioni monetarie, è il progetto europeo”). Anche se José Ignacio Torreblanca suggerisce che “l’Europa ha perso i suoi cittadini”, sono più ottimista (almeno per l’Italia).

Il 51% degli intervistati italiani ancora si considera cittadino europeo (l’ultima volta la cifra era inferiore al 50%). Anche se non emergono modelli significativi sulla base del sesso o dell’età, vi è una notevole disparità tra la percentuale del 66 dei manager, il 44% dei disoccupati e il 42% dei pensionati. La Cittadinanza europea riceve anche maggiore sostegno da parte dei più istruiti e soprattutto nel nord-est del paese (il 60%), rispetto al 39% in centro Italia. Nonostante il dato complessivo sia molto elevato, considerato l’impatto della crisi in Italia, è notevolmente inferiore al 74% registrato in Germania e Polonia.

Questo atteggiamento postivo nei confronti dell’Europa è una risorsa che non dovrebbe essere sprecata. Dobbiamo lavorare con una doppia strategia, prendendo un’iniziativa immediata e concreta da un lato, mentre lavoriamo per obiettivi più vasti.

Sul primo piano abbiamo già due possibilità: la rinegoziazione del quadro finanziario pluriennale dell’UE per il 2014-2020 (appena respinto dal Parlamento europeo), e il prossimo Consiglio europeo, che si terrà da oggi (dal 14 al 15 marzo). Purtroppo, nel respingere il bilancio il Parlamento europeo non ha contestato la spesa stabilita dai leader europei lo scorso febbraio nella sua totalità: ha solo posto alcune condizioni. Il mese scorso, i leader europei hanno tutti cantato vittoria per il loro paese nei negoziati sul bilancio. Mario Monti, per esempio, si è dichiarato soddisfatto per essere riuscito a risparmiare 500 milioni di euro per l’Italia. Era soltanto una vittoria di Pirro. Il taglio del bilancio dell’UE non aiuterà la creazione di “più Europa” che i leader affermano di volere. Questi tagli vincoleranno l’Europa per i prossimi sette anni, ma almeno il Parlamento potrebbe riuscire ad ottenere una clausola di revisione che permetta una valutazione a medio termine nel prossimo periodo di bilancio.

Il Consiglio europeo di domani, che si terrà un anno dopo l’adozione del Patto Fiscale, dovrebbe avviare una “seconda fase” dedicata alla crescita, alla flessibilità e alla lotta contro la disoccupazione. Sarà l’ultimo Consiglio europeo di Mario Monti come Primo Ministro italiano. Monti si è già consultato con il “primo classificato, ma non vincitore” delle elezioni, Pier Luigi Bersani. I due hanno discusso ciò che è negli interessi dell’Italia e che sia per “più Europa”, concordando sul fatto che la dimensione sociale della crisi debba essere discussa dai leader.

L’importanza della dimensione sociale è un punto cruciale, ignorato dall’inizio della crisi. Gli economisti ci dicono che le misure di austerità fiscale associate alle riforme strutturali stanno funzionando, e che abbiamo solo bisogno di più tempo e dobbiamo essere pazienti. Ma, come mostrano gli esiti elettorali, non ci sono più né tempo né pazienza. Ci abbiamo già messo troppo tempo e ulteriori ritardi con costi sociali insopportabilmente elevati potrebbero durare troppo a lungo per evitare una rivoluzione (la disoccupazione giovanile è attualmente al 40%). È per questo che una maggiore flessibilità rappresenterebbe un successo in questo prossimo Consiglio, sia per l’Italia che per l’Europa nel suo insieme. In particolare, l’Italia ha bisogno di tornare a casa con una vittoria reale, non una vittoria di Pirro, ad esempio con la possibilità di escludere taluni elementi dal calcolo del debito pubblico, come gli investimenti per l’impiego giovanile e il debitp delle amministrazioni pubbliche nei confronti imprese (che ammonta a 71 miliardi di euro). Ciò rilancerebbe l’intero sistema italiano molto più di qualsiasi taglio al bilancio europeo. E’ ancora incerto se i partner europei saranno d’accordo su tale concessione, come lo è il futuro della stessa Italia: i leader europei potrebbero esigere maggiori garanzie da parte di chi sta per governare il paese e se possa usare al meglio tale flessibilità.

Si tratta di azioni rapide che possono essere messe in pratica in un periodo di tempo molto breve. Ma, come ho detto, abbiamo anche bisogno di una visione. Dobbiamo essere chiari sul tipo di Europa che vogliamo. Sembra che, almeno in Italia, sia i cittadini che gli operatori economici chiedano una vera unione politica. Ancora una volta, secondo l’Eurobarometro, l’euro è percepito dagli italiani come un mezzo per un fine, come uno strumento per creare più Europa e non a sé stante. I dati dell’Eurobarometro mostrano una forte domanda di più Europa, per un’Europa diversa, per un’Europa più democratica: l’Europa che al momento è solo sognata, che si occupa dell’economia reale e della vita reale, più che delle politiche fiscali. Tutto questo si sposa perfettamente con il risultato delle elezioni italiane di febbraio. Come ho già sostenuto, il messaggio lanciato dalle elezioni è una chiara richiesta di cambiamento all’Italia e all’Europa. Non vi è alcun anti-europeismo. Gli italiani vogliono semplicemente un’Europa diversa, con meno austerità, con maggiore flessibilità e con investimenti nell’economia reale, e un cambiamento radicale verso un’Europa unita, non asimmetrica.