Promuovere la sovranità strategica europea in Asia

Janka Oertel
Director, Asia programme
Senior Policy Fellow
Andrew Small
Associate Senior Policy Fellow
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In breve

  • La costante ascesa della Cina e lo scoppio della pandemia hanno reso ancora più complesso e difficile per l’Europa affermare la propria sovranità strategica in Asia e hanno evidenziato come l’economia, la sicurezza e le questioni tecnologiche in Asia siano ormai profondamente interdipendenti.
  • Da un lato questo rende l’Europa vulnerabile in virtù della crescente dipendenza dalla Cina e il sistema di sicurezza che ha permesso all’EU di sviluppare proficui rapporti economici con l’intera regione asiatica è ora sotto pressione.
  • Tuttavia, l’impronta geoeconomica che caratterizza l’approccio alla competizione strategica emergente da parte delle altre potenze asiatiche e degli Stati Uniti con la nuova amministrazione Biden offre all’Europa la possibilità di esercitare maggiore influenza e offre nuove opportunità di partnership.
  • L’Europa dovrebbe ripensare la sua politica di sicurezza e cogliere l’opportunità per posizionare le istituzioni multilaterali in cima all’agenda delle priorità, ma sarà la connettività europea a offrire un filo conduttore tra la politica estera e il perseguimento di obiettivi ambientali, industriali, commerciali, di sviluppo, di condivisione di valori e di sicurezza nella regione.

Introduzione

Migliorare la capacità di azione dell’UE in Asia è fondamentale per il futuro dell’economia europea, ma è altrettanto essenziale per la sopravvivenza nel lungo periodo di un ordine internazionale basato sulle regole e sostenuto dalle norme e dai valori che l’Europa rappresenta.

La crisi del coronavirus ha rafforzato una serie di tendenze, rischi, dipendenze e opportunità preesistenti nella regione. Insieme al Nord America, l’Asia è la regione a cui l’Unione Europea e gli Stati membri sono più intimamente legati dal punto di vista economico, non solo per quanto riguarda gli scambi commerciali ma anche rispetto alle catene di approvvigionamento, gli investimenti, i flussi finanziari e la reciproca dipendenza dalla domanda del mercato. Tale dinamica è destinata ad aumentare ulteriormente in futuro, considerato che le economie asiatiche saranno tra le prime a riprendersi dalla crisi e che anche prima della pandemia si prevedeva che avrebbero rappresentato una quota crescente del PIL globale. Probabilmente tale dinamica è dovuta anche alla Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), il recente accordo di libero scambio, per quanto relativamente limitato, che promuove le relazioni economiche tra il Sud-est asiatico, l’Australia, il Giappone, la Corea del Sud e la Cina.

Benché la Cina sia in prima linea nello sviluppo economico dell’Asia, gli ultimi anni hanno dimostrato che le politiche interne attuate da Pechino (che spaziano dai sussidi all’industria alla localizzazione dei dati, dalla politica sanitaria alla libertà di stampa) avranno un impatto importante sul futuro economico e politico dell’Europa. Inoltre la Belt and Road Initiative ha esteso la portata di molte pratiche interne della Cina su scala globale. Tutto questo ha spinto l’Unione Europea a considerare il suo rapporto con Pechino da una prospettiva più “sistemica” a livello regionale e globale. La strategia europea in Asia richiede ora una prospettiva molto più integrata rispetto a valori, sicurezza, diplomazia ed economia. I limiti della capacità logistica nel sud-est asiatico, il rischio di un conflitto militare nel Mare Cinese Meridionale e nel Mare Cinese Orientale, le scelte dell’India riguardo alle infrastrutture digitali e la dipendenza economica dalla Cina da parte degli stati della regione avranno un impatto crescente sulla resilienza dell’UE, sulla sua sovranità tecnologica e sulla crescita economica e influenzeranno in maniera più generale la visione dell’UE e dei suoi Stati membri riguardo a quale ordine regionale o globale ritenere preferibile. L’avvento dell’amministrazione Biden offre oggi nuove opportunità di partenariato nella regione su questioni che vanno dall’architettura multilaterale e la crescita verde alla connettività e alle catene di approvvigionamento.

Come per gli Stati Uniti e il Giappone, l’impatto della pandemia e il clima più ostile creato dalla guerra commerciale USA-Cina hanno portato l’Europa a valutare una ulteriore diversificazione delle relazioni economiche che guardi oltre la Cina. Se in alcuni casi è possibile ipotizzare di affidarsi al re-shoring e al near-shoring in Europa e nella sua periferia, molte delle principali alternative riguardo alla produzione di beni ad alto e basso valore si trovano comunque in Asia, nello specifico in Vietnam, Indonesia, Malaysia, India, Taiwan e Corea del Sud. Non va dimenticato che nel prossimo decennio diversi paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) e l’India saranno tra le economie mondiali in più rapida crescita.

Gli stati asiatici e i principali attori esterni, come gli Stati Uniti, stanno ora analizzando attentamente le dinamiche dell’interconnessione economica, tecnologica e di sicurezza. Queste hanno implicazioni dirette anche per l’Europa: gli accordi di libero scambio dell’UE non riguardano più “solo” il commercio, l’assistenza allo sviluppo non si riferisce più “solo” agli aiuti, i sistemi per le telecomunicazioni delle aziende europee non riguardano “solo” il business e l’accettazione degli standard tecnici europei non è più “solo” una questione di regolamentazione. Si tratta, al contrario, di ambiti che forniscono all’UE e agli Stati membri opportunità per rafforzare i loro interessi e promuovere i loro valori strategici.

La grande forza dell’UE e dei suoi Stati membri in Asia è rappresentata dalla sua influenza economica. Mano a mano che l’ambiente geopolitico cambia, i Paesi asiatici rivalutano le rispettive opzioni economiche in chiave più strategica. Questo potrebbe spostare la discussione sull’influenza europea nella regione oltre il ristretto ambito della partecipazione a operazioni marittime o della vendita mirata di armi. Allo stesso modo, se le priorità economiche dell’Europa nella regione dipendono in maniera crescente da un quadro politico e di sicurezza globale sempre più complesso, l’UE può rafforzare la sua capacità di influenzare tale contesto attraverso il ricorso agli strumenti economici, assicurandosi al tempo stesso che tali capacità siano più apprezzate tanto dalle grandi potenze che dai piccoli Stati regionali. Questo documento intende esplorare come l’Europa può fare un uso efficace di tali strumenti.

L’evoluzione delle relazioni con la Cina

Al centro dell’approccio dell’Europa verso l’Asia si trova l’evoluzione delle relazioni con la Cina. Gli interessi dell’UE e dei suoi Stati membri nella regione sono profondamente influenzati dalle dinamiche di questo rapporto bilaterale, a partire dall’atteggiamento nei confronti di Pechino all’interno dell’Unione per arrivare a questioni di più ampio respiro relativamente al ruolo della Cina nel vicinato europeo e il suo peso crescente a livello globale nelle organizzazioni multilaterali. L’anno scorso la posizione europea rispetto alla Cina ha subito un significativo riorientamento sintetizzato, nel marzo 2019, nel documento “Strategic Outlook” presentato dalla Commissione Europea e dall’Alto Rappresentante. Da allora si è sviluppato un intenso dibattito sull’adozione di un approccio più assertivo basato sull’utilizzo di una serie di strumenti economici difensivi (dallo strumento per gli appalti internazionali al meccanismo di screening degli investimenti dell’UE al Libro bianco sulle sovvenzioni estere) mentre, in parallelo, l’Europa ha cominciato a esigere una maggiore reciprocità nelle relazioni economiche, anche attraverso i negoziati in corso sull’accordo globale sugli investimenti.

A seguito della pandemia, appare opportuno valutare i più recenti sviluppi della situazione e prendere nota di eventuali variazioni in termini di opportunità e sfide in tale contesto. La crisi ha evidenziato i rischi di un’eccessiva dipendenza dalla Cina quale “principale anello debole”, una strozzatura nel sistema commerciale globale che riguarda non solo le attrezzature mediche critiche e i prodotti farmaceutici, ma anche molte altre catene di approvvigionamento che potrebbero subire brusche interruzioni nel caso si verifichino una serie di scenari altamente prevedibili. Ma sono in evoluzione anche le valutazioni riferite ad altri ambiti rilevanti, come la natura delle operazioni cinesi nel campo dell’informazione nell’UE, la posta in gioco sul ruolo e l’impatto della Cina nelle istituzioni multilaterali, gli investimenti cinesi in infrastrutture strategiche europee e le implicazioni degli oneri del debito dei Paesi in via di sviluppo sulla competizione economica della Cina con l’Europa.

In primo luogo, in ambito politico gli europei tendevano in precedenza a distinguere nettamente la Cina dalla Russia riguardo ai rispettivi atteggiamenti verso il progetto europeo, alla gestione delle crisi globali, all’uso della disinformazione e alla natura degli sforzi volti a promuovere l’autoritarismo, ma il comportamento di Pechino durante la crisi del coronavirus ha messo in discussione tale distinzione. Dalle attività anti-UE sui social media alla volontà di ricorrere a minacce economiche e applicare la condizionalità politica alle forniture sanitarie, la Cina non sembra più l’attore cauto di un tempo, interessato a mantenere lo status-quo e la stabilità del sistema economico globale, un ruolo che aveva assunto in precedenza durante la crisi finanziaria e le successive crisi del debito sovrano.

Nel 2019 la strategia politica europea considerava già la Cina un partner, un concorrente e un “rivale sistemico che promuove modelli alternativi di governance”, ma è probabile che l’ultima categoria assumerà maggiore rilevanza nella realtà post-pandemica e a seguito delle elezioni americane. Questo potrebbe avere particolari implicazioni per l’UE e i suoi Stati membri riguardo alla gestione di questioni politiche particolarmente delicate. Finora l’approccio europeo rispetto, ad esempio, ad Hong Kong e Xinjiang e allo status internazionale di Taiwan si è tradotto solamente in misure di policy moderate, ma la situazione sembra destinata a mutare gradualmente. Il deliberato ringraziamento a Taiwan per l’invio di mascherine sanitarie, così come la condanna espressa dall’UE nei confronti della nuova Legge Nazionale sulla Sicurezza di Hong Kong e della sospensione dei trattati di estradizione sono segnali della posizione che l’Europa potrebbe assumere qualora lo ritenesse necessario e dimostra una svolta più geopolitica da parte della Commissione Europea. Se Pechino intende adottare un approccio più sfrontato nel perseguire la sua agenda ideologica, l’Europa non avrà più interesse a mostrarsi accomodante, tanto in termini di retorica che attraverso il ricorso a strumenti concreti come le sanzioni per le violazioni dei diritti umani su larga scala. Un’Europa meno dipendente sarebbe più decisa nella difesa dei suoi valori.

In secondo luogo, si pone la questione degli obbiettivi europei nelle relazioni con la Cina. Molti negoziati attualmente in corso si basano sulla premessa che entrambe le parti siano interessate a creare legami più stretti tra le rispettive economie, ad esempio attraverso mercati più aperti in Cina, un maggiore accesso reciproco ai contratti di appalto, nonché relazioni commerciali e di investimento rafforzate ma più eque e benefiche per entrambi. Se, da un lato, i negoziatori europei non si fanno illusioni sul probabile esito a cui si giungerà e hanno dedicato molte energie alla costruzione di nuovi strumenti di attuazione, tale atteggiamento che potrebbe avere un effetto distorsivo sulla strategia europea, dato che è attualmente solo in questo ambito che l’UE incanala praticamente tutto il suo peso politico. Gli Stati membri dell’UE vogliono aumentare, non diminuire, i rapporti commerciali con la Cina.

Allo stesso tempo, è improbabile che il mercato cinese diventi più aperto. L’attenzione di Pechino è rivolta a sviluppare ulteriormente i grandi colossi nazionali e a diventare più resiliente, secondo quella che Xi Jinping ha definito la strategia della “doppia circolazione” volta a potenziare l’autosufficienza della Cina. Investire in partnership economiche in Asia al di fuori della Cina potrebbe favorire l’ascesa di nuovi mercati, aumentando così la domanda di partner europei nella più ampia regione dell’Indo-Pacifico. L’UE e i suoi Stati membri non hanno bisogno di inimicarsi la Cina o di inquadrare tale atteggiamento come “decoupling”. Piuttosto, l’UE nel suo insieme dovrebbe definire chiaramente le proprie politiche e intensificare la cooperazione con i paesi terzi nell’Indo-Pacifico sia su base bilaterale che multilaterale, sondando il potenziale di cooperazione con la nuova amministrazione statunitense. Un coordinamento più ampio di tale sforzo aiuterebbe a spianare la strada a una minore dipendenza dell’offerta nei settori critici. Tale strategia richiede un approccio globale e olistico al potenziamento della connettività europea nella regione, volto a costruire reti e fissare standard che si applichino tanto al finanziamento delle infrastrutture che alla tecnologia verde. Se dotata della necessaria forza finanziaria e di adeguato slancio politico, questa strategia fornirebbe una solida base su cui costruire la collaborazione con i partner della regione, raggiungendo al contempo molteplici obiettivi di policy.

Dipendenze e vulnerabilità dell’Europa

Prima di delineare le tendenze che si stanno sviluppando in Asia a livello politico, economico e di sicurezza, è importante individuare le condizioni che sfuggono al controllo diretto dell’UE e che limitano la sua capacità di azione in Asia.

L’alto livello di integrazione economica e di produttività della regione dipende in larga misura da uno scenario di sicurezza relativamente stabile. Il sistema di reti di alleanze con gli USA e la cooperazione per la sicurezza intraregionale hanno rappresentato per sette decenni un vantaggio per l’Europa, ma non tali soluzioni non sono risultate necessariamente gradite a tutti i Paesi della regione. L’UE e i suoi Stati membri hanno beneficiato di un accordo a basso rischio e a basso costo e hanno avuto pochi incentivi a investire nello sviluppo di capacità militari indipendenti e di forti relazioni di sicurezza con i paesi della regione, né sono stati invogliati a contribuire significativamente alla sicurezza per garantire libere vie di comunicazione marittime, che sono essenziali per il commercio degli Stati membri con la regione.

Ora che la potenza militare cinese si è rafforzata e la sua crescente assertività è diventata il nuovo fattore dominante per la sicurezza regionale, gli Stati membri dell’UE devono valutare le loro vulnerabilità nel caso di deterioramento del quadro di sicurezza esistente. Una svolta significativa verso una maggiore instabilità e possibili scontri sarebbe dannosa per gli interessi europei.

Questa tendenza si è ulteriormente rafforzata a seguito della pandemia. Nel corso della crisi del coronavirus il comportamento cinese si è fatto più assertivo nelle zone marittime limitrofe e lungo il confine sino-indiano, tanto che la situazione è degenerata nel giugno 2020 arrivando a un sanguinoso scontro armato.

La preoccupazione europea è legata al fatto che l’Europa si è affidata finora alla capacità dei Paesi asiatici di risolvere le controversie senza ricorrere alla forza. L’equilibrio di potere in ambito militare ha contribuito a dare vita al programma “East Asian Peace”, ma l’assenza scontri significativi nella regione è dovuta anche ad altri fattori, come il successo dei meccanismi di gestione dei conflitti tra gli Stati della regione, comprese le dispute territoriali e di confine sia interstatali che rispetto alla Cina.

Gli Stati della regione hanno spesso dato prova di grande pragmatismo e hanno adottato atteggiamenti moderati nei momenti di potenziale escalation. Tuttavia l’approccio sempre più assertivo della Cina mette ora in discussione tali prassi consolidate e le iniziative di Pechino sul campo, soprattutto rispetto alle più veementi rivendicazioni territoriali nel Mare Cinese Meridionale, saranno sempre più difficili da fermare e praticamente impossibili da ribaltare. Se tale contesto appare problematico, occorre considerare che l’evolvere delle priorità dei Paesi della regione, in particolare l’India, l’Australia e l’Indonesia, probabilmente aumenterà il loro appetito per le coalizioni con altre potenze medie, compresi gli Stati membri dell’UE e il Regno Unito.

Sfruttando il relativo vantaggio economico nel mondo post-pandemico, la Cina coglierà l’opportunità per agire allo scopo di guadagnare una posizione dominante non solo nella regione ma anche oltre. Esistono già aree in cui questo processo è ben avviato, come le telecomunicazioni e la tecnologia cloud, ma il fenomeno potrebbe espandersi anche al commercio e alla definizione degli standard. In patria, la prima ambiziosa misura di stimolo adottata da Pechino per far ripartire l’economia nazionale è stata un massiccio investimento per il rollout del 5G su scala nazionale attraverso la creazione di 600.000 stazioni radio base entro la fine dell’anno e un impegno per la digitalizzazione che preveda l’esborso di 1,4 trilioni di dollari nei prossimi cinque anni. Questo non solo rafforzerà la posizione degli operatori cinesi, ma essendo il primo Paese a disporre del 5G su larga scala per scopi commerciali, la Cina potrà godere dei relativi vantaggi, non ultima la possibilità di avere accesso prima degli altri alle tecnologie basate sul 5G. Inoltre, le esportazioni tecnologiche verso i Paesi in via di sviluppo in tutto il mondo, che stanno affrontando le conseguenze della crisi sanitaria, sono diventate ormai parte integrante della diplomazia cinese “delle mascherine” che mira ad aumentare la penetrazione del mercato cinese.

Gli Stati membri dell’UE dipendono anche dall’accesso al mercato asiatico dei dati per rimanere competitivi in tutte le tecnologie emergenti e abilitate dall’intelligenza artificiale. Gli enormi mercati di Cina, India e Sud-est asiatico e il loro valore per la nuova economia dei dati rendono la cooperazione un imperativo assoluto. L’Asia in generale, e alcuni mercati in particolare, sono già decisivi per la capacità delle aziende europee di competere a livello globale e potrebbero diventarlo ancora di più se l’India e le nazioni ASEAN assumeranno un ruolo più centrale nella crescita economica globale. Questo è particolarmente vero per il crescente mercato dei dati, considerato che l’Asia ospita i centri più popolosi del mondo e un mercato di consumatori della classe media in rapida crescita. L’e-commerce cinese sta vivendo un boom indotto dal coronavirus, che comporta l’ulteriore aumento della quota di mercato globale detenuta dai giganti cinesi del commercio online come Alibaba. Se questo è indubbiamente vero sia per la Cina che per l’India, non si dovrebbe ignorare il potenziale degli Stati dell’ASEAN, la cui economia è grande collettivamente più o meno quanto quella dell’India ed è caratterizzata da fattori di crescita interni altrettanto significativi. La capacità di restare attive nella nuova economia digitale porterà le imprese europee a dipendere ancora di più dalla domanda asiatica e dalla cooperazione con la regione sull’innovazione.

A lungo la comunità imprenditoriale europea si è ripetuta che “non c’è una seconda Cina” per giustificare l’accettazione di condizioni sfavorevoli nelle relazioni con Pechino, compresi i trasferimenti forzati di tecnologia, le joint venture forzate e le restrizioni di accesso al mercato. Sebbene tale affermazione sia fondata se si considerano le opportunità economiche immediate e le dimensioni del mercato interno cinese, esiste un significativo potenziale economico non sfruttato per il business europeo, specialmente nell’Asia meridionale, che potrà materializzarsi pienamente per l’UE e i suoi Stati membri solo se l’India scenderà in campo.

L’India gioca un ruolo chiave in Asia meridionale non soltanto nell’ambito della sicurezza, ma anche ad esempio rispetto allo spazio marittimo e alla gestione politica dei suoi vicini più piccoli, un impegno regionale che aveva iniziato a intensificarsi già prima della pandemia. Con la risposta alla pandemia l’India ha dato prova di grande reattività di fronte alle crisi, provvedendo a fornire attrezzature mediche e assistenza militare ai Paesi dell’Asia meridionale oltre ad occuparsi dei propri cittadini. Ma la relativa assenza dell’India, fino a poco tempo fa, nel commercio regionale o nello sviluppo delle infrastrutture è una delle ragioni per cui l’Asia meridionale è così poco integrata sia internamente che con la regione asiatica in senso lato. Affinché l’UE possa attingere a una regione indo-pacifica più integrata, sono necessarie una leadership e una visione indiane. Dopo i recenti scontri sul confine tra Cina e India, l’umore in India sta rapidamente cambiando, cosa che fornisce all’UE un’opportunità per rilanciare e sviluppare un dialogo più esteso sul miglioramento della cooperazione economica. Allo stesso tempo, in termini di PIL l’India deve fare i conti con le enormi perdite derivanti dall’impatto del Covid-19 e potrebbe essere interessata a promuovere una maggiore cooperazione economica con l’UE quale attore economico chiave per la ripresa.

Infine, la lotta ai cambiamenti climatici, un obiettivo politico chiave per l’UE, dipende in larga parte dalla riduzione delle emissioni di tutte le economie asiatiche. La Cina, a lungo ritenuta un partner europeo nelle discussioni multilaterali sui cambiamenti climatici, si trova oggi ad affrontare una significativa contrazione economica e il governo di Pechino ha deciso di concentrarsi sull’aumento dei consumi interni e sulla creazione di posti di lavoro. Una caratteristica fondamentale di tale approccio è la maggiore dipendenza dai combustibili fossili, in diretto contrasto con le politiche cinesi a lungo termine sui cambiamenti climatici. La contraddizione insita in tale approccio è apparsa evidente negli ultimi mesi: a maggio non si faceva accenno ai “cambiamenti climatici” nella relazione del premier Li Keqiang presentata al 13° Congresso Nazionale del Popolo, mentre a settembre Xi ha fatto notizia all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite impegnandosi affinché l’economia cinese raggiunga la neutralità carbonica entro il 2060. L’UE e i suoi Stati membri dovranno quindi adattarsi alla realtà di un approccio cinese più complesso sulla riduzione delle emissioni e dovranno inoltre fare i conti con una competizione molto più accesa con le aziende cinesi per la leadership nelle tecnologie verdi, dato che lo stato cinese sta investendo massicciamente in questi settori creando incentivi e vantaggi per la sua industria nazionale.

Tendenze principali

La tendenza di fondo più significativa in Asia rimane la lotta di potere in corso tra Stati Uniti e Cina, che ha immense ripercussioni globali ed è stata ulteriormente accelerata dalla pandemia di Covid-19. Approfittando del declino del ruolo commerciale ed economico degli Stati Uniti, la posizione della Cina in ambito economico e militare continua a rafforzarsi, accompagnata da un importante incremento dei bilanci militari in tutta la regione e da una pressione costante su altri importanti attori regionali, come il Giappone e l’India, affinché si assumano maggiori responsabilità strategiche.

Un nuovo equilibrio di potere

Se si accetta come dato di fatto il nuovo scenario di potere in Asia in cui la Cina risulta l’attore dominante, quali sono le possibili implicazioni per l’Europa? Ci saranno conseguenze sulla capacità dell’UE di agire e compiere scelte dettate dai propri interessi? In altre parole, una Pax Sinica avrebbe per l’UE e i suoi Stati membri gli stessi benefici stabilizzanti della Pax Americana? La stabilità alle condizioni cinesi creerebbe nuove dipendenze, poiché sarebbe la Cina a fissare norme e standard. Una fase unipolare in un’Asia sino-centrica limiterebbe le capacità degli altri Paesi di prendere decisioni politiche, economiche e di sicurezza. Se ne è avuto un assaggio con la Belt and Road Initiative che, secondo un recente studio della Camera di Commercio Europea a Pechino, ha avuto effetti ampiamente negativi per le aziende europee in mercati terzi cruciali in Asia e altrove.

La Cina potrebbe utilizzare in maniera sempre più strumentale l’accesso al mercato nella regione, nonché l’accesso a specifiche tecnologie o materie prime e il ricorso a sanzioni e controlli sulle esportazioni, cosa che costringerebbe le aziende e i governi europei a soddisfare le ambizioni e le richieste di Pechino. La legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong (specialmente gli articoli 29 e 38) e la nuova legge di Pechino sul controllo delle esportazioni sono molto esplicite nell’uso risoluto di misure extraterritoriali per esercitare pressione su aziende e individui al fine di soddisfare i desiderata e gli interessi cinesi.

Il commercio nella regione dipendenza in misura variabile dal quadro multilaterale, per lo più riferita all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). L’UE e i suoi Stati membri hanno raggiunto accordi di portata limitata con alcuni Paesi (in particolare Cina e India) e accordi di libero scambio con altri (Corea del Sud, Giappone e Vietnam) che sono più robusti riguardo a tariffe, standard e meccanismi di funzionamento e permettono di gestire eventuali controversie in maniera efficace anche al di fuori dello strumento di risoluzione delle controversie dell’OMC.

Se gli Stati Uniti vantano una supremazia militare schiacciante in Asia in termini di attrezzature e numeri, la Cina sta investendo pesantemente nelle capacità asimmetriche, soprattutto nel settore spaziale e informatico nonché nei missili ipersonici. L’erosione della supremazia militare statunitense ridisegnerebbe la mappa del potere in Asia. Parallelamente all’indiscutibile e relativo declino del potere americano, si può anche osservare in tutto il mondo un’erosione, che ha coinciso con l’amministrazione Trump, della fiducia rispetto all’impegno degli Stati Uniti verso i suoi alleati. Tale sentimento è certamente più pronunciato in Europa e in Medio Oriente, mentre in Asia non si è assistito a un significativo ritiro di truppe o a una drastica diminuzione delle esercitazioni congiunte volte a garantire la reattività militare. Resta il fatto che l’approccio transazionale ai partenariati dell’amministrazione Trump ha impresso una pressione significativa sui Paesi asiatici, in particolare il Giappone e la Corea del Sud.

Anche se un ritiro militare degli Stati Uniti dalla regione è improbabile, l’incapacità degli Stati Uniti di affrontare la percepita mancanza di leadership e di dare prova di risolutezza può potenzialmente indebolire le alleanze ed erodere la capacità di deterrenza tra gli Stati della regione, considerato che tali rapporti sono essenzialmente costruiti sulla fiducia. Questo potrebbe avere un effetto a catena sulla proliferazione e portare il Giappone e la Corea del Sud ad acquisire una potenza nucleare indipendente. I conflitti subregionali potrebbero divampare e la Cina potrebbe intraprendere azioni unilaterali a Taiwan o procedere a dimostrazioni di forza ancora maggiori nel Mare Cinese Meridionale. Il neoeletto presidente Biden ha promesso di cambiare rotta restituendo importanza agli impegni e alle alleanze, una volontà che ha già dimostrato in varie conversazioni con i principali leader democratici della regione e attraverso un rafforzamento degli impegni verso i propri alleati, soprattutto il Giappone.

Trasformazione del ruolo di Giappone e India

Il Giappone è stato un fornitore di beni pubblici economici per decenni, specialmente nel Sud-est e in Asia centrale e, sempre più spesso, anche in Asia meridionale. Negli ultimi anni ha intensificato ulteriormente gli investimenti, soprattutto in reazione all’assenza di leadership statunitense, e ha portato avanti attività nell’ambito del Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP) dopo che l’amministrazione Trump ha abbandonato la versione originale dell’accordo, il Trans-Pacific Partnership Agreement, che era stato pensato per plasmare il sistema commerciale multilaterale nella regione. Il Giappone ha anche contribuito in maniera massiccia al finanziamento di infrastrutture sostenibili in Asia collaborando con la Banca Mondiale per la Quality Infrastructure Initiative (QII) e impegnandosi per lo sviluppo sostenibile attraverso Aiuti Ufficiali allo Sviluppo tramite la sua Agenzia di Cooperazione Internazionale. Ha anche adottato iniziative di credito responsabile tramite la Banca Asiatica per lo Sviluppo, in cui rimane il primo azionista insieme agli Stati Uniti (nel 2018 entrambi detenevano una quota pari al 15,6%).

La posizione del Giappone e dell’India in Asia sta attraversando una profonda trasformazione. Il Giappone si è assunto un ruolo più importante nel plasmare l’architettura commerciale e tecnologica della regione, prendendo gradualmente maggiore distanza dalle limitazioni costituzionali pacifiste. L’India, oltre a espandere la sua posizione geopolitica a lungo termine, diventa sempre più impegnata economicamente e militarmente nelle zone limitrofe. Entrambe le potenze sono alla ricerca di partnership più significative con altri attori al di fuori della regione per rafforzare le rispettive posizioni e rappresentano i due estremi di una vasta ridefinizione della geografia economica e di sicurezza nella regione. Il Giappone, l’India, l’Australia, gli Stati dell’ASEAN e gli Stati Uniti hanno tutti adottato la terminologia “Indo-Pacifico” a indicare il superamento della concezione dell’Asia orientale e meridionale come regioni distinte. Altri attori regionali, specialmente quelli del Sud-est asiatico, e l’Indonesia in particolare, diventeranno anch’essi potenze importanti nel lungo periodo. Le loro economie stanno crescendo a ritmo costante, si tratta di Stati popolosi con un enorme potenziale e questo significa che i Paesi del Sud-est asiatico potrebbero alla fine giocare un ruolo significativo nel bilanciamento dell’equilibrio regionale.

L’India è impegnata a fare il punto sui suoi rapporti con la Cina, a partire dalla questione degli investimenti cinesi fino alla penetrazione del mercato, alla concorrenza leale e alla reciprocità. I recenti scontri sul confine hanno dato nuovo slancio a questa tendenza. La decisione presa dall’India la scorsa estate che ha messo al bando più di 220 app cinesi, tra cui TikTok e WeChat, è molto significativa a questo proposito, considerato che l’India era l’unico grande mercato non cinese in cui la penetrazione di Pechino nel settore delle app aveva già molto successo.

Con questa mossa l’India non solo ha messo fine a tale ascesa, ma ha invertito la tendenza limitando significativamente l’accesso cinese all’enorme mercato indiano dei servizi digitali. Nel frattempo, in Giappone la crisi del coronavirus sta mettendo in guardia i politici sulla necessità di riequilibrare il rapporto con la Cina. Con le dimissioni di Shinzo Abe, il primo ministro più longevo del Giappone, le prossime mosse di Tokyo saranno potenzialmente più complicate in quanto il suo successore Yoshihide Suga ha molta meno esperienza. Probabilmente ci sarà uno sforzo per garantire continuità, ma per qualche tempo il nuovo premier non avrà lo stesso peso politico e sarà probabilmente aperto a nuove partnership anche più strette. Questo scenario crea spazio per un dialogo rafforzato con l’UE al di là delle già intense partnership esistenti sia per il Giappone che soprattutto per l’India, che da una prospettiva strategica e normativa ha maggiore interesse a influenzare la risposta di altri attori alle sfide lanciate dall’economia statale capitalista di Pechino e a sorvegliare comportamenti che distorcono il mercato.

Le vulnerabilità interne rendono le opzioni politiche meno prevedibili

Soprattutto in Cina, ma anche in India, le enormi vulnerabilità interne (dal debito alla governance, alle questioni di successione, ai conflitti etnici) possono creare una significativa volatilità. Questo influenza la valutazione complessiva dei rischi nella regione.

L’economia cinese è ora tanto possente da rendere improbabile che le turbolenze interne, per quanto significative, possano fiaccare lo slancio generale verso una maggiore crescita. La battuta d’arresto causata dalla pandemia e durata vari mesi ha portato a una massiccia contrazione dell’economia, ma le proiezioni per il 2020 e il 2021 sembrano più promettenti. Il debito locale rimarrà fonte di grande preoccupazione, poiché può potenzialmente danneggiare l’economia cinese in modo sostanziale, aumentando il peso del debito dei governi locali a scapito della sostenibilità finanziaria a lungo termine. 

Anche se i Paesi di tutta l’Asia, compresa la Cina, si sono dimostrati molto abili nella gestione della crisi del Covid-19 e nel contenimento della diffusione del virus, molte sono le importanti sfide economiche e strutturali interne che devono ancora essere affrontate. La mappatura dei potenziali scenari interni può aiutare i politici europei a prepararsi a sviluppi verosimili che potrebbero influenzare le loro decisioni. Tali sviluppi potrebbero tradursi in nuove decisioni volte ad aumentare il livello di diversificazione delle catene di approvvigionamento e potrebbero anche avere un impatto sulle decisioni di investimento delle imprese europee, aumentando la consapevolezza europea del rischio di potenziali interruzioni piuttosto che della progressione lineare degli sviluppi in tutta l’Asia. La crisi del coronavirus ha dimostrato quanto velocemente le cose possano cambiare e l’immenso impatto che le questioni di governance interna possono avere non solo sulla salute globale ma anche sull’economia. I politici europei attualmente non tengono sufficientemente conto della fragilità intrinseca della governance interna in Asia, il che può portare a valutazioni distorte che ignorano rischi importanti e prevedibili.

Imprevisti prevedibili: L’escalation su Taiwan

Lungi dall’essere un “cigno nero”, la recente pandemia era stata prevista e in molti casi esistevano piani per farvi fronte. Alla luce di ciò, la Commissione Europea dovrebbe rivedere la pianificazione europea per garantire la reattività di fronte ad altre crisi altamente prevedibili, come un’invasione di Taiwan, un conflitto nel Mare Cinese Meridionale, una transizione politica nella Cina stessa o un grande disastro naturale che potrebbe colpire gli interessi degli Stati membri dell’UE in Asia.

Lo scenario più plausibile ad alto rischio e bassa probabilità sarebbe un’escalation riguardo a Taiwan. Soprattutto alla luce dell’accelerazione delle attività dell’Esercito Popolare di Liberazione intorno all’isola, anche al culmine dell’emergenza sanitaria in Cina, non si dovrebbe sottovalutare la determinazione di Pechino a realizzare il suo obiettivo ultimo di riportare Taiwan sotto il suo controllo. Il fatto che la risposta di Taiwan al coronavirus sia stata pubblicamente lodata in tutto il mondo e che il Paese si sia anche prodigato a fornire aiuti concreti e attrezzature sanitarie agli Stati membri dell’UE ha contribuito ad aumentare le tensioni tra Pechino e Taipei. Taiwan è un importante hub tecnologico della regione, il colosso locale TSMC è un produttore chiave di semiconduttori avanzati ed è leader nel mercato globale. Le aziende europee dipendono anche da Taiwan per tali forniture. Al di là dell’impatto economico, il caso di Taiwan obbligherebbe l’UE e i suoi Stati membri a compiere scelte scomode riguardanti la difesa della democrazia, le alleanze, le strutture multilaterali e lo stato di diritto. Gli Stati regionali potrebbero giustamente concludere che se la difesa di una democrazia vivace, economicamente e politicamente di successo nella regione non merita la massima attenzione dell’UE, allora l’impegno dell’Europa nei confronti di un ordine basato sulle regole e della difesa dei suoi valori deve essere meno prioritario di quanto suggerisca la retorica di Bruxelles. Le conseguenze di un’escalation nello Stretto di Taiwan per gli Stati membri dell’UE e il Regno Unito sarebbero molto concrete e sarebbe opportuno concordare in anticipo le potenziali risposte.

Raccomandazioni: migliorare la capacità dell’Europa di agire in e con l’asia

Considerati i legami di dipendenza illustrati sopra e le tendenze che si stanno sviluppando per lo più al di fuori dell’influenza diretta dell’Europa, è essenziale esaminare quali politiche migliorerebbero la capacità di azione dell’UE in Asia, contribuendo a potenziare la sovranità strategica europea.

La dimensione internazionale dell’architettura

La pandemia ha rappresentato un momento di svolta che ha evidenziato le preoccupazioni globali relative allo svuotamento e alla politicizzazione delle organizzazioni multilaterali da parte della Cina. La questione dei presunti errori commessi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nelle prime fasi della pandemia è meno importante della perdita di fiducia, da parte di Paesi e popolazioni, nelle istituzioni multilaterali creata dalla percezione che l’allineamento agli interessi politici cinesi ne abbia alterato le priorità. Dalla sicurezza alimentare al crimine internazionale, i rappresentanti di Pechino hanno assunto posizioni di leadership in istituzioni di rilevanza critica e hanno approfittato del disinteresse degli Stati Uniti per promuovere la loro agenda su questioni che vanno dai diritti umani agli standard tecnici. La crisi dell’OMS richiede e offre l’opportunità di rivalutare la situazione. Anche prima che la crisi iniziasse, i diplomatici europei erano in prima linea nella battaglia contro la Cina in molte di questi consessi. Ora che, con l’amministrazione Biden, gli Stati Uniti probabilmente torneranno a imboccare la strada multilaterale, la credibilità della leadership transatlantica in queste aree potrebbe uscirne rafforzata. La situazione attuale dà all’UE e ai suoi Stati membri l’opportunità di spingere le istituzioni multilaterali in cima alle priorità tanto di altre grandi potenze che di piccoli Stati che potrebbero altrimenti essere inclini a vedere il sostegno a Pechino come merce di scambio potenzialmente conveniente.

Il sistema multilaterale è in continua evoluzione. Lungi dall’essere stagnante, si è sempre dimostrato in grado di gestire nuove problematicità e nuove dinamiche soprattutto a seguito di crisi importanti. Il G20/G7 ne è un esempio significativo. La Cina ha creato l’embrione di un’architettura globale alternativa coinvolgendo tutti, dall’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai ai vari organismi della Belt and Road Initiative, mentre cerca al contempo di farsi largo a forza nelle strutture esistenti. La costruzione o il potenziamento di una nuova architettura forte in vari settori è un modo per tutelarsi contro il costante declino dell’efficacia delle istituzioni globali e per mandare chiari segnali che la politicizzazione di queste istituzioni alla fine potrebbe segnare la loro fine, poiché i Paesi chiave reindirizzeranno le loro risorse e competenze altrove.

La pandemia da coronavirus è una crisi di proporzioni epiche e sarebbe irrealistico immaginare che non ne conseguiranno variazioni alle dinamiche multilaterali. Parallelamente alla rinnovata spinta per un migliore funzionamento delle istituzioni multilaterali esistenti, esiste ormai anche la possibilità di costruire o rafforzare nuove strutture al loro fianco. Proprio come i fallimenti del Doha round hanno portato l’UE ad accettare con riluttanza l’agenda commerciale plurilaterale, pur continuando a sostenere l’OMC l’UE potrebbe decidere di procedere a un’analisi dell’intero panorama multilaterale per capire quali istituzioni andrebbero rinvigorite e quali invece andrebbero create ex novo per poi farvi affidamento insieme a partner che condividono la stessa visione. Questo può comportare una maggiore formalizzazione di coalizioni come l'”Alleanza per il multilateralismo” e la creazione di nuovi organismi incentrati sull’Indo-Pacifico. In questo contesto, le nuove linee guida tedesche per l’Indo-Pacifico preparano il terreno per una più intensa cooperazione franco-tedesca e una più ampia accettazione non solo dell’espressione come definizione per la regione, ma anche dell’agenda che la riguarda. Il nuovo documento strategico, lanciato durante la presidenza tedesca del Consiglio dell’UE, segna l’inizio di un dibattito paneuropeo sul ruolo dell’UE nell’Indo-Pacifico delineando una vasta serie di sfide che spaziano dalla sicurezza e dal libero scambio alla digitalizzazione e ai cambiamenti climatici.

La dimensione della sicurezza

Istintivamente, la politica di sicurezza è l’area in cui è meno probabile che l’UE abbia un impatto significativo sull’equilibrio di potere in Asia, ma gli Stati membri potrebbero almeno migliorare la loro influenza in questo ambito e favorire, in una certa misura, una parte rispetto a un’altra. Quasi un quarto delle armi vendute a livello globale proviene dai primi cinque Paesi europei esportatori, ad esempio nel periodo 2014-2018 la Germania ha esportato più materiale di difesa in Asia che in qualsiasi altra regione del mondo, Europa compresa.

La regione Asia-Pacifico è ora il più grande mercato mondiale di armi. Per gli Stati membri dell’UE e il Regno Unito, le vendite in Asia sono essenziali dal punto di vista commerciale ma, come sostengono da anni gli osservatori, gli Stati membri dell’UE fanno un uso strategico pressoché nullo di queste partnership mentre dovrebbero rielaborare le loro strategie legando strettamente tali esportazioni a obiettivi diplomatici e di sicurezza. Una politica di esportazione di armi più uniforme potrebbe migliorare notevolmente la capacità europea di influenzare le dinamiche di sicurezza nella regione. Gli Stati membri dell’UE possono costruire una rete più fitta di relazioni europee attraverso partenariati con l’industria della difesa, ma anche definendo una politica comune di controllo delle esportazioni – specialmente per i prodotti dual-use (a doppio utilizzo), che rappresentano uno degli argomenti al centro del più ampio dibattito sulla sovranità tecnologica e sul confronto strategico ed economico USA-Cina. La revisione del regolamento sul doppio utilizzo, concordato sotto la presidenza tedesca del Consiglio, è un passo importante in questa direzione e, tra le altre cose, affronta le sfide tecnologiche riguardo alla sorveglianza e il relativo ruolo nelle violazioni dei diritti umani.

Le Operazioni per la Libertà di Navigazione (FONOPS) sono spesso citate come strumenti con cui i Paesi europei potrebbero dare prova della loro volontà di difendere lo stato di diritto internazionale nella regione, ma il loro potenziale è limitato, soprattutto se non vengono condotte su base regolare e su una scala relativamente ampia.

La mancanza di una presenza costante all’interno della zona di 12 miglia intorno ai territori rivendicati dalla Cina nel Mare Cinese Meridionale, in contrasto con le disposizioni internazionali, potrebbe creare l’impressione che l’UE e il Regno Unito siano solo marginalmente interessati al graduale aumento del controllo cinese in questa zona. Le flotte europee, specialmente quelle di Francia e Regno Unito, possono e devono investire in operazioni marittime che enfatizzino il rispetto del diritto internazionale e la sicurezza delle linee di comunicazione marittime, ma avranno un effetto significativo solo se saranno sostanziali, continue e ulteriormente europeizzate nella loro impostazione, trasportando marinai di vari Stati membri dell’UE su navi francesi o, teoricamente, anche tedesche. Queste operazioni avrebbero un potenziale di deterrenza limitato in relazione alle rivendicazioni cinesi in acque contese, ma l’UE e i suoi Stati membri, insieme al Regno Unito, potrebbero utilizzare le FONOPS per dare prova della loro determinazione ai partner regionali, in particolare nel contesto dell’Indo-Pacifico. La nuova disponibilità a impegnarsi per un ruolo di sicurezza nella regione da parte della Germania rappresenta un importante cambiamento di rotta.

Gli Stati membri dell’UE e l’UE stessa potrebbero inoltre associare l’assistenza allo sviluppo al capacity building mirato in settori come le attività di guardia costiera e i partenariati di sicurezza non tradizionali, specialmente rispetto alla cooperazione sulla sicurezza informatica, che è fonte di grande preoccupazione per la maggior parte degli Stati asiatici. Un più stretto coordinamento e maggiore cooperazione con il Giappone in questo settore non solo sosterrebbe gli sforzi regionali dell’UE, ma migliorerebbe anche le relazioni di sicurezza con uno dei principali partner economici europei nella regione.

Il ruolo della Cina nel ciberspazio asiatico dovrebbe essere un elemento chiave del dialogo strategico con i partner dell’Indo-Pacifico, soprattutto Giappone, Corea del Sud, India e Australia, ma anche i paesi ASEAN. Il dialogo sulla sicurezza informatica dovrebbe rivolgersi in primis alle democrazie della regione, in quanto entrambe le parti potrebbero beneficiare di uno scambio concertato sulla sicurezza informatica, potenzialmente a livello ministeriale, compresi contatti più assidui e la condivisione di conoscenze per contrastare la crescente minaccia informatica proveniente sia dalla Cina che dalla Corea del Nord nella regione. Gli europei dovrebbero investire molto nelle capacità di difesa informatica per dimostrare a Washington di poter contribuire attivamente alla sicurezza globale, un segnale che sarebbe importante per la l’amministrazione Biden.

La dimensione tecnologica

L’Europa viene spesso ritenuta molto indietro nella corsa alla leadership tecnologica globale, ma tale convinzione è infondata. Un mito persistente è che gli Stati membri dell’UE non hanno quello che serve per affermarsi nel mondo tecnologico del ventunesimo secolo e quindi l’unica scelta a loro disposizione è tra l’asservimento alla Silicon Valley o a Shenzhen.

È vero che nessuno Stato membro dell’UE può attualmente contrapporre un concorrente alle grandi aziende tecnologiche negli Stati Uniti come Amazon, Facebook e Google, o i loro equivalenti cinesi come Alibaba, Tencent e Baidu. Questo non significa però che gli Stati membri dell’UE non possiedano ciò che serve per essere una potenza riconosciuta in ambito tecnologico. L’Europa è la patria di 6,1 milioni di sviluppatori di software (rispetto ai 4,3 milioni negli Stati Uniti) e di numerosi centri tecnologici, dai classici tre principali di Londra, Berlino e Parigi ad altri meno noti ma altrettanto vivaci a Stoccolma, Amsterdam, Barcellona, Dublino, Helsinki e Madrid. I Paesi dell’UE hanno enormi vantaggi che consistono nella libertà di movimento di persone e capitali, un quadro normativo comune e un clima sempre più attrattivo per gli investitori di capitale di rischio. La Commissione Europea ha fissato obiettivi ambiziosi per rendere l’Europa non solo un grande mercato ma anche un leader innovatore nelle tecnologie emergenti, non ultimo il 5G.

Ma l’UE e i suoi Stati membri dovranno lavorare a stretto contatto con i partner asiatici per continuare a giocare un ruolo significativo nel mondo tecnologico. Un primo passo importante in questo senso è stato l’accordo sul libero flusso di dati che l’UE ha concluso con il Giappone nel 2019. In base all’accordo, il Giappone e l’UE hanno creato la più grande area di flusso sicuro di dati al mondo. I partenariati cibernetici e la diplomazia cibernetica con le democrazie asiatiche sono fondamentali per costruire un quadro di fiducia, con standard elevati e maggiore apertura tra partner che condividono la stessa visione. L’India è particolarmente rilevante in ambito tecnologico, dato l’interesse dell’UE e dei suoi Stati membri nel facilitare l’accesso alle informazioni su argomenti come la governance di internet, la ricerca e l’innovazione in ICT e la sicurezza delle reti e delle informazioni. L’approccio europeo “whole-of-government” dovrebbe prestare particolare attenzione al rafforzamento della cooperazione sulla standardizzazione in ambito ICT.

Esiste un potenziale significativo per una politica industriale coordinata e una regolamentazione tecnologica tra l’UE e le potenze tecnologiche asiatiche, specialmente il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan. Insieme, l’UE e questi Paesi potrebbero trovare nuove forme istituzionalizzate di scambio tra chi subisce la pressione del capitalismo di stato cinese. Nei Paesi democratici dell’Asia, gli alleati chiave condividono la preferenza dell’Europa per uno spazio tecnologico aperto e inclusivo. Gli interessi europei non coincideranno sempre con quelli dei partner asiatici come il Giappone, ma saranno spesso complementari. Poiché non esiste un interesse a strumentalizzare l’accesso alle tecnologie del futuro, l’UE e i suoi Stati membri dovrebbero perseguire più aggressivamente partnership con i paesi asiatici che condividono questo obiettivo. Le analisi costi-benefici nella regione varieranno, le scelte saranno diverse. Un esempio è la decisione del Giappone di optare per la tecnologia cloud degli Stati Uniti, mentre gli Stati membri dell’UE discutono possibili alternative locali a livello nazionale. Tuttavia, in ultima analisi, il coordinamento potrebbe rappresentare una protezione contro i giochi di potere in atto. I Paesi europei dovrebbero rapportarsi a Taiwan come a uno dei principali attori tecnologici della regione attraverso scambi diplomatici di alto livello sulla governance digitale e sulle lezioni apprese, per esempio, su misure di mitigazione efficaci contro la disinformazione tramite i social media.

La dimensione commerciale

L’accordo di partenariato economico (APE) UE-Giappone, entrato in vigore all’inizio del 2019, è il più recente successo diplomatico dell’UE in Asia. L’utilità economica dell’accordo deve ancora essere testata a fondo, in particolare alla luce della recessione economica globale indotta dalla pandemia, ma il commercio bilaterale tra le parti è cresciuto di oltre il 6 per cento nel primo anno. L’APE ambisce a diventare l’antidoto all’azione unilaterale degli Stati Uniti e a sancire l’impegno di entrambe le parti nei confronti di valori comuni, del rafforzamento dei diritti del lavoro, della responsabilità sociale e degli obiettivi dell’accordo di Parigi sul clima.

Di fronte all’incertezza commerciale globale, l’UE e il Giappone hanno rafforzato la loro influenza attraverso la cooperazione. L’APE sottolinea la capacità di azione di Bruxelles ed è l’esempio di un accordo commerciale ambizioso del tipo che potrebbe aiutare a mantenere e a rafforzare un ordine commerciale multilaterale basato sulle regole. Sul modello dell’APE UE-Giappone, accordi commerciali e di investimento più significativi in tutta l’Asia, specialmente con l’India e gli stati ASEAN, potrebbero ridurre la dipendenza dalla Cina, aumentare la capacità dell’UE di fissare gli standard ed essere integrati ad accordi più ambiziosi man mano che il quadro dell’OMC si indebolisce. Esiste il potenziale per un accordo UE-CPTPP, che andrebbe a coprirebbe nazioni che rappresentano il 35% del PIL mondiale. Non si tratta di un’idea inverosimile, dato che l’UE ha negoziato o sta negoziando accordi di libero scambio con tutti i paesi membri del CPTPP tranne il Brunei. Gli accordi dell’Europa vanno ben oltre il quadro normativo altamente limitato sancito dal RCEP e possono aggiungere benefici per gli attori regionali, specialmente nell’ambito dei dati e della governance tecnologica.

Tuttavia, anche in assenza di accordi commerciali formali che, specialmente nel caso dell’India, rimangono probabilmente un progetto più a lungo termine, un processo a guida UE potrebbe offrire maggiore integrazione alle democrazie asiatiche e migliorare la cooperazione con loro nei settori della tecnologia, della ricerca, dei dati e anche della politica industriale dell’UE.

L’UE deve riconsiderare il suo attuale approccio che favorisce gli accordi ad ampio raggio. Accordi settoriali iniziali, che coprono aree attualmente non regolate dalle norme dell’OMC, potrebbero aiutare a proteggersi dalla dipendenza economica ed essere di mutuo beneficio, senza precludere accordi più vasti in futuro, specialmente per quanto riguarda l’India. Gli accordi sul libero flusso di dati potrebbero rappresentare un primo passo in tal senso, specialmente in considerazione del ripensamento tecnologico in atto a causa dell’evoluzione delle dinamiche USA-Cina. I cambiamenti geopolitici portati dalla crisi del coronavirus altereranno l’analisi costi-benefici dell’Europa sulle varie forme di impegno con i Paesi asiatici che non siano la Cina, che generalmente accolgono con favore gli investimenti europei, cosa che probabilmente migliorerà la situazione sul campo. Ad esempio, l’India ha annunciato di voler destinare alcuni territori allo sviluppo delle imprese, ovviando a uno degli ostacoli che hanno ostacolato gli investimenti in passato.

L’UE si sta già muovendo per affrontare le potenziali implicazioni del crollo economico provocato dalla pandemia in termini di valutazioni economiche e vulnerabilità alle acquisizioni cinesi di infrastrutture strategiche e tecnologie sensibili, ma la crisi ingigantirà anche le sfide competitive esistenti che la Belt and Road Initiative pone in Asia e in gran parte del resto del mondo. La Cina ha accettato di congelare in qualche misura i pagamenti del debito dei Paesi in via di sviluppo, ma un pacchetto ancora più ambizioso sarebbe auspicabile. Pechino cercherà quasi certamente di usare le rinegoziazioni sul finanziamento del debito per promuovere i suoi obiettivi economici, politici e di sicurezza.

La strategia di connettività dell’UE è stata parzialmente abbandonata dalla nuova Commissione Europea, poiché la questione possiede meno rilevanza strategica rispetto a priorità come il Green Deal europeo, la nuova strategia industriale e l’agenda digitale. Sarà notevolmente più difficile ottenere successi in ciascuna di queste aree se molti Paesi aderiranno alle pratiche energetiche della Belt and Road Initiative, compreranno infrastrutture digitali cinesi e prenderanno decisioni che favoriscono le aziende cinesi. Alla luce della pandemia, esistono validi motivi per rifocalizzare l’attenzione europea sull’agenda della connettività come trait d’union tra la politica estera e gli obiettivi ambientali, industriali, commerciali, di sviluppo, di condivisione di valori e di sicurezza in diverse regioni, tanto più se tale orientamento sarà associato all’agenda della “diversificazione”.

Nota sugli autori

Janka Oertel è Direttrice del programma Asia dello European Council on Foreign Relations. In precedenza ha lavorato come Senior fellow nel programma Asia presso l’ufficio di Berlino del German Marshall Fund of the United States (GMF), dove si è concentrata sulla politica transatlantica della Cina, comprese le tecnologie emergenti, la politica estera cinese e la sicurezza in Asia orientale. Ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’Università di Jena. La sua tesi si è concentrata sulle politiche cinesi all’interno delle Nazioni Unite. È stata Visiting fellow presso l’Istituto tedesco per gli affari internazionali e la sicurezza (SWP di Berlino) e ha lavorato presso la sede delle Nazioni Unite a New York come Carlo Schmid Fellow. Ha pubblicato numerosi contributi su argomenti relativi alle relazioni UE-Cina, alle relazioni USA-Cina, alla sicurezza nella regione Asia-Pacifico, alla politica estera cinese e al 5G.

Andrew Small è Senior Transatlantic Fellow del Programma Asia per il German Marshall Fund of the United States (GMF). È inoltre associate senior policy fellow presso lo European Council on Foreign Relations. Ha lavorato per cinque anni nell’ufficio di Bruxelles del GMF, dove ha fondato il programma Asia e lo Stockholm China Forum, la conferenza biennale sulla politica cinese del GMF. In precedenza è stato Direttore dell’ufficio di Pechino del Foreign Policy Centre, Visiting fellow all’Accademia cinese delle scienze sociali e borsista ESU presso l’ufficio del senatore Edward M. Kennedy. È autore di The China-Pakistan Axis: Asia’s New Geopolitics.