Nuovo report-sondaggio ECFR: The European archipelago: Building bridges in a post-Western Europe
L’Europa entra in una fase “post-occidentale” in cui cresce la diffidenza verso l’affidabilità americana e, insieme, la consapevolezza della necessità di rafforzare la sicurezza. La sfida decisiva è costruire coalizioni trasversali capaci di tenere insieme realismo geopolitico e progetto europeo
Dopo un anno in cui l’Europa ha dovuto affrontare l’aggressione russa dell’Ucraina, la concorrenza economica della Cina e l’approccio intimidatorio dell’America di Trump, gli europei sono pessimisti riguardo al futuro del mondo e dei loro paesi. A preoccuparli vi è il rischio che possa scoppiare una grande guerra in Europa, o addirittura che il loro paese possa essere attaccato dalla Russia. Dubitano, infatti, che il 2026 possa portare alla fine della guerra in Ucraina.
Sono soprattutto due gli aspetti su cui gli europei comprendono le difficoltà che devono affrontare. La maggior parte di loro si rende conto che gli Stati Uniti non possono più essere considerati un alleato affidabile, e accetta la necessità di aumentare la spesa per la difesa, È quanto emerge nel nuovo report basato su sondaggi multinazionali intitolato “The European archipelago: Building bridges in a post-Western Europe”, pubblicato oggi dall’European Council on Foreign Relations (ECFR). Il problema è che gli europei che la pensano così non appartengono sempre agli stessi schieramenti politici. È necessario creare coalizioni come mai prima d’ora.
I leader europei devono quindi “riflettere attentamente sulle possibili coalizioni e sulle narrative politiche che portano avanti”, sostengono Célia Belin e Pawel Zerka, autori di questo nuovo studio. La loro analisi si basa sui dati d’opinione pubblica raccolti a novembre 2025 in 13 paesi europei (Germania, Francia, Italia, Polonia, Portogallo, Spagna, Danimarca, Estonia, Bulgaria, Ungheria, Ucraina, Svizzera e Regno Unito). Insieme al report, ECFR pubblica anche la serie completa dei risultati dei sondaggi europei e globali, disponibile sul sito dedicato.
Nella loro analisi, gli autori del report affermano che gli europei attualmente assomigliano a un arcipelago, date le posizioni isolate e distanti tra loro. Solo una minoranza è pienamente consapevole della brutalità del mondo degli anni 2020. Per identificare possibili coalizioni, a livello nazionale e in tutta Europa, gli autori dividono l’opinione pubblica europea in sei gruppi, in base alle percezioni relative a Stati Uniti, Unione europea e spesa per la difesa. Inoltre, Belin e Zerka propongono delle narrative che potrebbero aiutare a creare le coalizioni necessarie per “salvare l’Europa”, poiché l’alternativa è lasciare che i nemici interni ed esterni del continente dominino il campo.
Ecco alcuni dei principali risultati dell’ultima indagine multinazionale di ECFR:
- La maggior parte dei cittadini europei si rende conto che gli Stati Uniti non possono più essere considerati un alleato affidabile. In tutta Europa, la percezione degli Stati Uniti è ulteriormente peggiorata rispetto a novembre 2024, quando Trump è stato rieletto. La prospettiva dominante in ogni paese è che gli Stati Uniti siano solo un “partner necessario”, su cui fare affidamento ma senza alcuna garanzia di sostegno. Questo è vero anche nei paesi fortemente pro-NATO come Danimarca (58%), Polonia (47%) e Regno Unito (53%). Solo una minoranza di europei – con i risultati più alti in Polonia (31%), Ungheria (26%) e Regno Unito (25%) – considera gli Stati Uniti come “un alleato”. Vi sono poi paesi in Europa – tra cui Bulgaria (25%), Francia (28%), Germania (28%), Spagna (28%) e Svizzera (39%) – dove un quarto o più della popolazione considera attualmente gli Stati Uniti un “rivale” o addirittura un “avversario”. In Italia, solo il 12% degli intervistati vede attualmente gli Stati Uniti come un alleato dell’UE, mentre il 49% li considera un partner necessario, il 15% un rivale e il 7% un avversario.
- La questione se gli Stati Uniti possano ancora essere considerati un alleato affidabile divide fortemente l’opinione pubblica solo in pochi paesi. Tre partiti trumpiani in Ungheria, Polonia e Regno Unito – Fidesz, Legge e Giustizia (PiS) e Reform UK – si distinguono come i principali outlier europei, con molti dei loro elettori (rispettivamente il 39%, il 45% e il 50%) che continuano a considerare gli Stati Uniti un alleato. Questa prospettiva, tuttavia, non è ampiamente condivisa da altri partiti della nuova destra europea, tra cui il tedesco Alternative fur Deutschland (AfD) (17%), il Rassemblement National (RN) francese (19%) o Fratelli d’Italia (FdI) (24%). Tra i loro elettori, le opinioni sugli Stati Uniti non sono cambiate, nonostante un anno ricco di eventi e gli sforzi assertivi del movimento MAGA per avvicinare questi partiti alla sua orbita. Inoltre, gli elettori di alcuni di questi partiti (ad esempio, FdI e AfD) sono diventati più critici rispetto a un anno fa nei confronti di ciò che Trump rappresenta per gli americani.
- La maggioranza dei cittadini europei è favorevole a un aumento della spesa per la difesa nazionale. Molti sostengono anche la reintroduzione del servizio militare obbligatorio o addirittura lo sviluppo di una deterrenza nucleare europea. Il sostegno all’aumento della spesa per la difesa è più forte in Polonia (68%), Danimarca (63%), Regno Unito (59%), Estonia (56%), Portogallo (57%) e Germania (55%). L’Italia è un caso anomalo, con solo il 26% del campione a favore di un aumento della spesa per la difesa nazionale, mentre il 59% è contrario. Il sostegno alla reintroduzione del servizio militare obbligatorio è più forte in Francia (62%), Germania (54%), Bulgaria (57%) e Polonia (44%).
- Tuttavia, questi due elementi di “risveglio geopolitico” dell’Europa non coincidono necessariamente nella mente delle persone. Molti europei si oppongono a un aumento della spesa per la difesa pur rendendosi conto che l’Europa non può più fare affidamento sugli Stati Uniti. Vi sono poi alcuni che continuano ad avere un’immagine rosea delle relazioni transatlantiche, pur ritenendosi favorevoli a una maggiore spesa per la difesa.
- Molti europei dubitano che il futuro porterà qualcosa di buono per i loro paesi o per il mondo. I meno ottimisti sul futuro del mondo sono i cittadini di Italia (7%), Francia (8%), Regno Unito (9%), Germania (9%), Spagna (10%) e Portogallo (10%), mentre gli intervistati dello stesso gruppo – Italia (8%), Francia (9%), Regno Unito (9%), Germania (13%), Spagna (14%) e Portogallo (15%) – sono anche i meno ottimisti riguardo al futuro del proprio Paese.
Se l’Europa si trova ad una resa dei conti geopolitica, questa è tuttavia vista come disomogenea, con cittadini che hanno tratto conclusioni diverse dagli stessi shock, scrivono gli autori. Essi identificano sei gruppi distinti di europei, in base alle loro opinioni sulle relazioni con gli Stati Uniti, sulla spesa per la difesa e su quanto l’UE abbia fatto un buon o un cattivo lavoro nel sostenere i valori che considerano importanti.
- Gli Euro-falchi (Euro-hawks), il gruppo più numeroso (28% complessivo):include quegli europei che non vedono (o non vedono più) gli Stati Uniti come un alleato, sostengono un aumento della spesa nazionale per la difesa e assumono una posizione positiva (o almeno neutrale) nei confronti dell’UE odierna. Essi rappresentano una quota particolarmente ampia dell’opinione pubblica in Danimarca (44%), Portogallo (40%) e Germania (33%), dove costituiscono anche il gruppo più numeroso a livello nazionale. Ma sono presenti in modo significativo anche in quasi tutti gli altri paesi, senza scendere al di sotto di un quinto dell’opinione pubblica nazionale in nessun paese tranne in Italia e Ungheria. Costituiscono il 15% della popolazione adulta italiana.
- Le Euro-colombe (Euro-doves), (21% in totale): si differenziano dagli Euro-falchi in quanto non sostengono la spesa per la difesa. Sono altrettanto sobri nei confronti degli Stati Uniti e legati all’UE, ma non hanno abbracciato la necessità di armarsi. Costituiscono un gruppo particolarmente importante nei paesi dell’Europa meridionale, in particolare in Italia (34%) e Spagna (30%), dove rappresentano il gruppo più numeroso a livello nazionale. I due paesi in cui sono meno presenti sono la Polonia e l’Estonia, dove la popolazione, data la vicinanza anche geografica alla guerra, è generalmente più mobilitata.
- Gli Atlantisti (Atlanticists) (12% in totale): considerano gli Stati Uniti un alleato, pur ritenendo che l’UE non stia facendo un cattivo lavoro nel difendere i valori che si ritengono importanti. Qualunque sia la loro opinione sulla difesa – e la maggioranza di loro sostiene varie forme di potenziamento militare – la mentalità degli Atlantisti è radicata nel passato di una relazione transatlantica ben funzionante. Questo gruppo è particolarmente coeso nei paesi che supportano la NATO, guidati dalla Polonia (20% della popolazione nazionale) e seguiti dall’Estonia (17%) e dalla Gran Bretagna (16%). In Italia, il 10% appartiene a questo gruppo.
- I Critici (Renegades), (15% in totale): dicono no a tutto. Non vedono gli Stati Uniti come un alleato. Non pensano che l’UE stia facendo un buon lavoro, o almeno un lavoro neutrale, sul fronte dei valori. Non sostengono l’aumento della spesa per la difesa. Questo gruppo antisistema è maggiormente rappresentato tra l’elettorato della sinistra populista, come il Movimento 5 Stelle (32%) in Italia o La France Insoumise (35%) in Francia; è influente anche tra i cittadini che non votano. La folla antisistema è più visibile in Italia (22%) e in Bulgaria (23%).
- Nazionalisti (Nationalists), (12% in totale): non credono molto nell’Europa, ma piuttosto nel potere dello stato-nazione. Non considerano gli Stati Uniti un alleato e non ritengono che l’UE stia facendo un buon lavoro, o almeno un lavoro neutrale, sul fronte dei valori. Tuttavia, sono favorevoli ad un aumento della spesa nazionale per la difesa. In un ordine globale in fase di disgregazione, sembrano pronti a difendersi, ma sono molto scettici nei confronti della cooperazione europea. I nazionalisti sono particolarmente influenti in Polonia e Francia, dove rappresentano il 18% della popolazione nazionale. In Italia, solo il 6% degli intervistati appartiene a questo gruppo.
- Trumpisti (Trumpists), (solo il 5% in totale): vedono gli Stati Uniti come un alleato, mentre considerano l’UE inadeguata sul fronte dei valori. Qualunque sia la loro opinione sull’aumento della spesa per la difesa – e la maggioranza di loro lo sostiene – difficilmente credono nello sforzo di rendere l’Europa più indipendente dall’America ai tempi di Trump. Sebbene siano un gruppo esiguo, i Trumpisti sono comunque piuttosto influenti in Polonia (11% della popolazione nazionale), Ungheria (10%) e Regno Unito (9%). Solo il 6% degli italiani appartiene a questo gruppo.
Poiché nessuno di questi gruppi detiene la maggioranza in nessun paese, gli autori individuano possibili coalizioni che i leader potrebbero costruire. Una potrebbe essere composta da quegli elettori che sostengono un aumento della difesa, indipendentemente dalla loro posizione sugli Stati Uniti e sull’UE (la coalizione baionetta – the bayonet coalition). Un’altra è costituita dai pro-europei che non nutrono illusioni sull’America, indipendentemente dalla loro opinione sulla spesa per la difesa (la coalizione dei valori –the values coalition). Una terza riunirebbe gli oppositori dell’integrazione europea (la coalizione euroscettica – the Eurosceptic coalition). “La sola possibilità che ciò si concretizzi dovrebbe costituire un’ulteriore motivazione per i leader filoeuropei a considerare seriamente la disponibilità delle prime due opzioni”, sostengono gli autori.
Secondo Célia Belin e Pawel Zerka, la via da seguire per l’Europa risiede nella “coalizione dei valori”. Ciò richiederà un compromesso in tutto il continente: una maggiore spesa per la difesa nei paesi più “Euro-colombi” (come l’Italia e la Spagna); un maggiore realismo riguardo alle pressioni degli Stati Uniti nei paesi in cui la nostalgia atlantista è forte (ad esempio in Polonia ed Estonia); e un coordinamento più stretto con i loro omologhi europei da parte dei paesi in cui gli Euro-falchi sono più forti (come Francia e Germania). Una narrativa lucida sull’Europa e sulle relazioni transatlantiche potrebbe ripristinare la fiducia dell’opinione pubblica, frenare la polarizzazione dell’elettorato e sostituire la frammentazione con un senso di scopo comune, concludono gli autori.
Commentando i risultati, la coautrice e Direttrice dell’ufficio di Parigi di ECFR, Célia Belin, ha dichiarato:
“I leader europei continuano a scendere a compromessi con Washington per evitare uno strappo con gli Stati Uniti, ma il nostro sondaggio mostra che il costo politico è alto. La loro risposta moderata alle provocazioni degli Stati Uniti rischia di minare la fiducia non solo nella leadership, ma nell’Europa stessa, nella sua unità, nel suo potere e nel suo futuro”.
Il Senior Policy Fellow Pawel Zerka ha aggiunto:
“Il nostro sondaggio trasmette un messaggio chiaro: una maggioranza europea mobilitata può essere composta dal pubblico disperso del continente. Ma questo richiede che i leader si facciano avanti e costruiscano ponti tra i cittadini. Anziché accettare il pessimismo, dovrebbero sfidarlo, convincendo l’opinione pubblica che gli europei possono superare le sfide odierne se rimangono uniti”.
Questo nuovo sondaggio e l’analisi che lo accompagna fanno parte di un progetto più ampio di ECFR volto a comprendere le opinioni dei cittadini sulle principali questioni globali. Le precedenti pubblicazioni basate sui sondaggi sono disponibili qui.
AUTORI
Pawel Zerka è Senior Policy Fellow presso l’European Council on Foreign Relations.
In qualità di lead analyst per ECFR, Zerka guida i sondaggi e le ricerche sui dati relativi alla politica estera. Tra le sue recenti pubblicazioni, “Reality show: Why Europe must not cave in Trump’s culture war” (2025) e “Welcome to Barbieland: European sentiment in the year of wars and elections” (2024).
Célia Belin è Senior Policy Fellow presso l’European Council on Foreign Relations e dal gennaio 2023 è Direttrice dell’ufficio di Parigi. Tra il 2017 e il 2022, Célia Belin è stata Visiting Fellow presso il Center on the United States and Europe della Brookings Institution, a Washington DC. È anche autrice di “MAGA goes global: Trump’s plan for Europe” (2025) e “Imagining Trump 2.0: Six scary policy scenarios for a second term” (2024).
SONDAGGIO E METODOLOGIA
Il presente rapporto si basa su un sondaggio di opinione pubblica condotto a novembre 2025 su una popolazione adulta (di età superiore ai 18 anni) in 13 paesi europei (Bulgaria, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Polonia, Portogallo, Russia, Spagna, Svizzera, Regno Unito).
I sondaggi sono stati condotti online da Datapraxis e YouGov in Bulgaria (1.020; 5-21 novembre); Danimarca (1.029; 5-13 novembre); Francia (1.518; 5-18 novembre); Germania (2.028; 5-14 novembre); Ungheria (1.020; 5-14 novembre); Italia (1.501; 5-19 novembre); Polonia (1.525; 5-14 novembre); Portogallo (1.030; 5-17 novembre); Spagna (1.566; 5-13 novembre); Svizzera (1.104; 5-14 novembre) e Regno Unito (2.034; 5-15 novembre). I sondaggi sono stati condotti online da Datapraxis e Norstat in Estonia (1.018; 7-19 novembre).
In Ucraina, i sondaggi sono stati condotti da Datapraxis e Rating Group (1.501; 8-11 novembre) tramite interviste telefoniche con persone selezionate utilizzando numeri di telefono generati in modo casuale. I dati sono stati poi ponderati in base ai dati demografici di base. È difficile tenere pienamente in considerazione i cambiamenti demografici dovuti alla guerra, ma sono state apportate delle rettifiche per tenere conto del territorio sotto l’occupazione russa. Questo, combinato con l’approccio di campionamento basato sulla probabilità, rafforza il livello di rappresentatività dell’indagine e riflette in generale l’atteggiamento dell’opinione pubblica ucraina in condizioni di guerra.
Nota bene: la serie completa di dati, compresi i risultati di diversi paesi non europei, può essere consultata sul nostro portale di raccolta dati aggiornato.
La segmentazione dell’opinione pubblica europea descritta in questo comunicato stampa si basa sulle seguenti domande: (a) In generale, pensando agli Stati Uniti, quale delle seguenti affermazioni riflette meglio la sua opinione su chi sono per l’UE*? (*o, nel caso della Svizzera e del Regno Unito, “… per il suo paese?”); (b) Al momento attuale, sarebbe favorevole o contrario ad un aumento della spesa per la difesa nazionale del suo paese?; e (c) Ritiene che l’UE abbia svolto un lavoro positivo o negativo sui valori che considera importanti?
A seconda delle risposte a queste tre domande, gli intervistati sono stati inclusi in uno dei sei segmenti, ovvero:
- “Euro-falchi”: se non hanno identificato gli Stati Uniti come un alleato; hanno ritenuto che l’UE abbia svolto un lavoro “buono” o almeno “né buono né cattivo” sul fronte dei valori; e hanno sostenuto l’aumento della spesa per la difesa;
- “Euro-colombe”: se non hanno identificato gli Stati Uniti come alleati; hanno ritenuto che l’UE abbia svolto un lavoro “buono” o almeno “né buono né cattivo” sul fronte dei valori; e non hanno sostenuto l’aumento della spesa per la difesa;
- “Atlantisti’: se hanno identificato gli Stati Uniti come alleati; e non hanno ritenuto che l’UE abbia svolto un lavoro “cattivo” sul fronte dei valori;
- “Critici”: se non hanno identificato gli Stati Uniti come un alleato; non hanno ritenuto che l’UE abbia svolto un lavoro “buono” o almeno “né buono né cattivo” sul fronte dei valori; e non hanno sostenuto l’aumento della spesa per la difesa;
- “Nazionalisti”: se non hanno identificato gli Stati Uniti come un alleato; non hanno ritenuto che l’UE abbia svolto un lavoro “buono” o almeno “né buono né cattivo” sul fronte dei valori; e hanno sostenuto l’aumento della spesa per la difesa;
- “Trumpisti”: se hanno identificato gli Stati Uniti come alleato e hanno ritenuto che l’UE stia facendo un lavoro “cattivo” sul fronte dei valori.
I restanti intervistati, che hanno risposto “Non so” ad almeno due delle tre domande, non sono stati inseriti in nessuno dei sei segmenti, ma sono stati invece inseriti nel residuo “Resto”.
ECFR non assume posizioni collettive. Le pubblicazioni di ECFR rappresentano il punto di vista degli autori.