Nuovo Policy Brief ECFR: The electric endgame – Europe’s clean path out of vassalage

La transizione energetica determinerà il potere geo-economico dell’UE nei prossimi decenni: allentare oggi le regole per logiche di “competitività” sui mercati internazionali aumenta i rischi di stagnazione nel 2040. Standard, clean-tech e finanza climatica sono leve di autonomia strategica

Green transition world order
Illustrazione di Portia Kentish

Transizione energetica, competitività e autonomia strategica: le scelte europee su tecnologie e finanza climatica determineranno il peso geoeconomico dell’UE in un mondo sempre più elettrificato.

Il nuovo Policy Brief dell’European Council on Foreign Relations “The electric endgame: Europe’s clean path out of vassalage”, a cura di Alberto Rizzi, Policy Fellow dell’ufficio di Roma e dell’Iniziativa Geoeconomics & Tech, analizza come la transizione energetica stia diventando misura di potere economico e influenza internazionale, e quali rischi correrebbe l’Europa se dovesse rallentare fortemente le proprie politiche climatiche.

L’autore sostiene che l’attuale tendenza a privilegiare la competitività di breve periodo – attraverso l’ammorbidimento della regolazione climatica e il rinvio di alcuni obiettivi – può produrre effetti opposti a quelli desiderati: stagnazione industriale, riduzione degli export e maggiore dipendenza sia da gas importato sia da tecnologie pulite prodotte in Cina. In un’economia sempre più elettrificata, spiega il Policy Brief, standard regolatori, capacità produttiva nelle tecnologie pulite e finanza climatica sono strumenti di potere: definiscono le regole del mercato ed influenzano le relazioni di influenza con i paesi emergenti.

L’analisi passa in rassegna le pressioni che spingono parte della politica europea verso un rallentamento, dalle controversie commerciali su strumenti come il CBAM e le norme anti-deforestazione, alle tensioni su auto e ETS, fino al timore di dipendenza da fornitori esterni. Ma evidenzia che rallentare non è la soluzione: significherebbe cedere ulteriore spazio a chi sta già consolidando leadership industriale e standard globali, a partire dalla Cina, e ridurre la capacità europea di costruire partnership credibili attraverso investimenti e finanza per clima e sviluppo.

  • Costruire partnership internazionali per ampliare il ventaglio di alleanze e ridurre le dipendenze strategiche.
  • Diversificare le risorse energetiche ed accelerare l’elettrificazione, rafforzando reti e infrastrutture critiche per resilienza e sicurezza energetica.
  • Usare lo spazio temporale offerto dalle deroghe in modo produttivo, vincolando rinvii e flessibilità a piani industriali di recupero di competitività.
  • Adottare un protezionismo mirato e intelligente, difendendo i settori europei dove esistono capacità da preservare e scale-up, ma evitando misure generalizzate inefficaci.
  • Trovare un equilibrio finanziario sostenibile, rafforzando strumenti come i debt-for-climate swap e legando gli aiuti esterni a condizioni chiare: rispetto di standard di governance e, quando possibile, utilizzo di filiere e tecnologie o standard europei.

Per l’autore, la posta in gioco è la posizione dell’Europa nel 2040: un’UE che arretra rischia di perdere mercati e potere regolatorio. Un’UE che combina pragmatismo industriale e ambizione climatica può invece trasformare la leadership regolatoria in competitività duratura e autonomia economica. 

SULL’AUTORE
Alberto Rizzi è Policy Fellow dell’ufficio di Roma e dell’Iniziativa Geoeconomics & Tech dell’European Council on Foreign Relations (ECFR). Si occupa principalmente di temi legati alle politiche economiche europee e alla geopolitica di energia ed infrastrutture.

PARTNER 
Questa analisi è parte del progetto Re:Order ed è stata realizzata con il gentile supporto della Stiftung Mercator.

ECFR non assume posizioni collettive. Le pubblicazioni di ECFR rappresentano il punto di vista degli autori.