Nuovo Policy Brief ECFR: Beijing hold’em: European cards against Chinese coercion 

L’Europa ha un problema con la Cina e far finta che non sia così complica le cose. Le esportazioni cinesi a basso costo e il monopolio di Pechino sulle terre rare non costituiscono solo un cruccio economico, ma una forma di potere esercitato in modo deliberato. Gli europei non possono continuare solo con il de-risking, hanno bisogno di una strategia di deterrenza forte

BeijingHoldem GandT
Illustrazione di Chris Eichberger

Il controllo cinese di molti minerali critici e l’esportazione massiccia di prodotti a basso costo che minacciano l’industria europea richiedono una risposta più decisa da parte dell’UE. Il nuovo policy brief dello European Council on Foreign Relations (ECFR) mostra come l’Europa sia pericolosamente impreparata ad affrontare le prossime battaglie economiche e indica come i costi dell’inattività siano ben più alti dei rischi di una posizione più assertiva.  

Nel policy brief Beijing hold’em: European cards against Chinese coercionTobias Gehrke e Nina Schmelzer, rispettivamente Senior Policy Fellow dell’Iniziativa Geoeconomics & Tech e Research Assistant dell’Iniziativa DARE*, mappano i principali punti di leva a disposizione dell’UE in ambito commerciale, nonché a livello di investimenti e di infrastrutture critiche, utili a costruire una deterrenza economica solida nei confronti della Cina. La ricerca sostiene che un approccio risoluto, chiaro e credibile rafforzerebbe la capacità dell’Europa di resistere alla coercizione, proteggendo la propria base industriale, i propri interessi di sicurezza e la propria sovranità economica. 

“L’Europa ha beneficiato della tregua tra Trump e Xi sulle terre rare, ma non se l’è guadagnata. Qualora dovessero arrivare nuove frizioni, l’UE dovrà essere presente al tavolo pronta a giocare le sue carte e con una strategia chiara”, afferma Gehrke. “Conoscere le proprie carte non è infatti abbastanza. Bisogna avere anche un piano che consenta di giocarle al meglio” aggiunge Schmelzer.

Secondo gli autori, l’Europa deve trasformare la propria agenda di sicurezza economica, passando dal de-risking all’uso attivo delle proprie leve economiche e della deterrenza. Non si tratta di un’agenda separata da quella della competitività, ma di una sua precondizione. “La sovraproduzione cinese e gli strumenti coercitivi di Pechino sono due facce della stessa medaglia. Non si possono difendere le industrie europee dalla prima se non si è disposti ad affrontare i rischi dalla seconda”, afferma Gehrke. 

I punti chiave emersi dal policy brief sono: 

Mappatura delle leve europee: la ricerca offre una mappatura strutturata dei potenziali punti di leva che l’UE ha a disposizione nei principali ambiti economici, tra cui: 

  • Restrizioni alle importazioni: l’UE è il più grande mercato di esportazione per la Cina e gli esportatori cinesi dipendono sempre più dalla domanda europea. 
  • Restrizioni alle esportazioni: l’Europa dispone di leve rilevanti in settori come macchinari per la produzione di semiconduttori, aerospazio, macchinari industriali avanzati e materiali speciali. 
  • Infrastrutture critiche e cybersicurezza: le imprese cinesi sono integrate nelle infrastrutture critiche europee, dai porti ai data center fino alle reti energetiche. Questo rappresenta al tempo stesso una vulnerabilità e una leva per l’UE. 
  • “Carte jolly”: restrizioni all’accesso della Cina ai mercati di capitali dell’UE e alla ricerca europea.

Una dottrina di deterrenza economica: il policy brief delinea una vera e propria dottrina di deterrenza economica per orientare l’azione dei governi su questo fronte strategico. Tale dottrina dovrebbe essere in grado di imporre costi, definire chiaramente linee rosse e soglie di intervento, e risultare credibile. La ricerca propone quindi alcune raccomandazioni di policy lungo tre dimensioni, che includono: 

  • Creare una EU Economic Statecraft Unit per mappare le capacità e le leve europee, coordinare le risposte e monitorare un database sugli episodi di coercizione. 
  • Rafforzare, accelerare e utilizzare l’Anti-Coercion Instrument, anche tramite una sua rapida applicazione provvisoria. 
  • Sviluppare pacchetti di risposta pre-autorizzati, pronti ad affrontare diversi livelli di escalation. 
  • Istituire un fondo di solidarietà per le regioni e le imprese colpite, finanziato in parte attraverso i proventi dei dazi anti-coercizione. 

Molte delle misure elencate comporterebbero rischi e costi economici, politici e giuridici significativi per l’UE, ma opzioni a costo zero non esistono più. “Gli europei temono più il costo di affrontare la Cina che quello dell’inazione. I costi di quest’inerzia sono la deindustrializzazione e l’estrazione coercitiva sistematica”, conclude Gehrke. 

SUGLI AUTORI

Tobias Gehrke è Senior Policy Fellow presso ECFR, dove si occupa di geoeconomia, con particolare attenzione alla sicurezza economica, alla strategia economica europea e alla competizione tra grandi potenze nell’economia globale. In precedenza, Gehrke è stato Research fellow presso l’Egmont Royal Institute di Bruxelles. È stato inoltre Visiting fellow presso la National University of Singapore, l’University of Nottingham e l’American German Institute della Johns Hopkins University, a Washington DC. Ha conseguito un PhD in Economia politica internazionale presso la Gent University. Il suo profilo è consultabile qui

Nina Schmelzer è Research Assistant dell’iniziativa DARE* di ECFR. Supporta un’ampia gamma di attività legate alla competitività industriale europea, alla leadership nelle tecnologie pulite e alla sicurezza nel contesto dei mutamenti geopolitici ed economici globali. Il suo profilo è consultabile qui

ECFR non assume posizioni collettive. Le pubblicazioni di ECFR rappresentano il punto di vista degli autori.