Le divisioni invisibili dell’Europa: come il covid-19 sta polarizzando la politica europea

L’esperienza del Covid-19 in Europa racconta due pandemie diverse – le diverse esperienze potrebbero avere ripercussioni sul continente per molti anni a venire

Berlaymont building, headquarters of the European Commission in Brussels
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  • Il nuovo rapporto basato su sondaggi svolti da ECFR in 12 Stati membri dell’UE, scritto da Ivan Krastev e Mark Leonard, rileva che 1 italiano su 6 si sente “libero” nella vita di tutti i giorni, mentre il 64% afferma che si sentiva libero prima della pandemia. 
  • Mentre ci dirigiamo verso l’autunno il sostegno ai “lockdown” è molto diversificato in tutta Europa; lo scetticismo sulle cause delle restrizioni è più pronunciato in Polonia, Bulgaria e Francia. In Italia, il 67% si fida della strategia del governo. 
  • Il sondaggio rivela anche un divario generazionale e geografico in Europa: i giovani, in particolare, non solo si sentono più colpiti dalla pandemia, ma sono anche più propensi ad essere considerati responsabili per il suo impatto costante. 
  • Sebbene la maggior parte dei cittadini europei affermi di non essere stata colpita dalla pandemia, la maggioranza degli intervistati nell’Europa meridionale e orientale rivela conseguenze come gravi malattie, lutti o difficoltà economiche. Il 72% dei danesi, ad esempio, non è stato “affatto” colpito dal COVID-19, rispetto al 65% degli intervistati ungheresi, che afferma di aver dovuto affrontare sfide personali. La maggioranza (51%) degli italiani afferma che il virus ha avuto un impatto sulla salute o a livello economico. 
  • Le divergenze geografiche e generazionali causate dal COVID-19 potrebbero avere “conseguenze di lungo periodo” in Europa, in particolare nei dibattiti sulla salute pubblica, l’equità economica e l’idea di libertà. 
  • Polonia, Germania e Francia potrebbero emergere come archetipi della politica post-pandemia. 

Secondo un nuovo rapporto basato su un sondaggio condotto dallo European Council on Foreign Relations (ECFR) e pubblicato oggi, a diciotto mesi dalla diffusione del COVID-19 in Europa, profonde divisioni geografiche e generazionali minacciano di modificare l’atteggiamento dei cittadini nei confronti del ruolo dello Stato e della percezione dell’idea di libertà in molti paesi dell’UE, tra cui l’Italia. 

L’indagine di ECFR in 12 Stati membri dell’UE che, complessivamente, comprendono oltre 300 milioni di cittadini e rappresentano l’80% del PIL del blocco europeo, ha rilevato che la maggioranza degli europei (54%) ritiene di non essere stata “affatto” colpita dalla pandemia. 

Tuttavia, secondo i dati di ECFR, ciò che emerge in realtà è la storia di due pandemie all’interno dell’Europa: la maggioranza nella parte meridionale e orientale afferma che il virus ha causato gravi malattie, lutti o difficoltà economiche, mentre nella parte occidentale e settentrionale si è verificato il contrario e la maggior parte degli intervistati vive il COVID-19 più in quanto spettatori di uno sport raccapricciante. 

Ad esempio, in Ungheria, il 65% degli intervistati ha dichiarato di aver subito ripercussioni a livello personale a causa del virus, mentre il 72% dei danesi ha affermato di non essere stato “affatto” colpito della pandemia. La maggioranza degli italiani (51%) afferma di essere stata personalmente colpita dal virus. Il sondaggio ha rivelato anche un’ulteriore divisione intorno all’idea di libertà individuale: solo il 22% degli europei afferma di sentirsi attualmente “libero”, un dato in calo rispetto al 64% di due anni fa. Questa percezione è più pronunciata in Germania, dove quasi la metà degli intervistati (49%) ha affermato di non poter vivere la propria vita quotidiana come vorrebbe. Un quarto (25%) degli intervistati italiani la pensa allo stesso modo. L’Ungheria rappresenta un caso estremo ma opposto tra i 12 Stati membri intervistati, poiché l’88% afferma di sentirsi “libero” o “in parte libero”. 

Il sondaggio ha anche portato alla luce un preoccupante divario generazionale all’interno della società europea. Infatti, quasi i due terzi (64%) delle persone di età pari o superiore a 60 anni non si sente personalmente colpito dalla crisi, mentre la maggioranza dei minori di 30 anni (57%) riferisce di aver dovuto affrontare malattie e difficoltà economiche negli ultimi diciotto mesi. 

È anche emerso un divario tra coloro che si fidano delle motivazioni del proprio governo per l’introduzione di restrizioni nazionali a causa del coronavirus e coloro che invece credono che i lockdown imposti dallo stato siano “una scusa per controllare le masse” o un modo per far sembrare che i governi sappiano tenere la crisi sotto controllo. Gli intervistati in Polonia rappresentano un caso anomalo, poiché il 62% non si fida delle motivazioni del governo. In Francia, dove un gran numero di cittadini afferma di non essere stato personalmente colpito dal COVID-19, il 44% ha espresso scetticismo nei confronti del governo e della sua strategia contro il coronavirus. In Italia, invece, il 67% degli intervistati si fida della gestione della crisi sanitaria da parte del governo. 

I risultati emersi dal rapporto, Le divisioni invisibili dell’Europa: come il covid-19 sta polarizzando la politica europea, scritto dagli esperti di politica estera Ivan Krastev e Mark Leonard, suggeriscono che queste nuove divisioni causate dal coronavirus all’interno dell’Europa potrebbero avere profonde ripercussioni per alcuni dei più grandi progetti europei, come la libertà di movimento, il futuro del piano di ripresa del blocco paneuropeo e le sue relazioni con il resto del mondo condotte attraverso la diplomazia dei vaccini, gli aiuti all’estero e altro ancora. 

L’indagine paneuropea di ECFR in  12 Stati membri dell’UE ha rilevato quanto segue: 

  • La maggioranza degli europei ritiene di non essere stata personalmente colpita dal COVID-19. Il 54% degli intervistati del sondaggio ECFR ha affermato che il coronavirus non ha causato loro gravi malattie, lutti o difficoltà economiche negli ultimi diciotto mesi, soprattutto in Danimarca (72%), Germania (65%), Francia (64%) e Paesi Bassi (63%). 
  • Tuttavia, nell’Europa meridionale e orientale si è verificato il contrario. In Ungheria (65%), Spagna (64%), Portogallo (61%), Polonia (61%), Bulgaria (59%) e Italia (51%), la maggioranza degli intervistati ha dichiarato di aver subito impatti personali a causa del COVID-19. 
  • Solo 1 europeo su 5 (22%) si sente “libero” nella vita quotidiana, per quanto riguarda la possibilità di condurre la propria vita come meglio crede. Questo dato è in calo rispetto al 64% rilevato due anni prima della crisi. La quota di coloro che “non si sentono liberi” è maggiore (37%) tra quanti affermano che la pandemia ha causato loro difficoltà economiche, ma non legate alla salute, rispetto a coloro che hanno subito effetti a livello sanitario (26%), o non sono stati affatto colpiti dal COVID-19 (25%). Nel complesso, questa sensazione è maggiormente avvertita nella principale economia dell’UE, la Germania, dove quasi la metà (49%) degli intervistati ha dichiarato di “non sentirsi libero” nella vita di tutti i giorni. Italia e Spagna sono i due Paesi in cui una minoranza di intervistati si sentiva “libera” prima della pandemia, rispettivamente al 46% e al 48%. Ora invece il 16% degli italiani afferma di poter condurre la propria vita come desidera. 
  • In linea di massima, gli intervistati negli Stati europei oggetto del sondaggio (48%) ritengono che le persone che non rispettano le regole, chi rientra dai viaggi e i cittadini stranieri siano i maggiori responsabili della diffusione del coronavirus nel loro Paese. Maggioranze che credono che le minacce provengano da altri sono emerse nei Paesi Bassi (63%), in Portogallo (57%), Austria (56%), Svezia (54%), Danimarca (54%) e Germania (53 %). In Italia, il 46% degli intervistati concorda su questo punto. 
  • Quasi la stessa percentuale (43%) dei cittadini europei attribuisce la responsabilità dell’epidemia e della diffusione del COVID-19 ai governi, compresi i propri, e ad attori stranieri, come il governo cinese o le istituzioni. In Polonia (58%), Spagna (57%) e Francia (52%) la maggioranza dei cittadini è di questa opinione. In Italia, Paese che ha ricevuto assistenza cinese di alto profilo durante la prima ondata della pandemia sotto forma di attrezzature mediche, competenze e supporto alla ricerca, i cittadini sono indecisi: quasi la metà degli intervistati (47%) accusa governi e istituzioni per lo scoppio dell’epidemia e la diffusione del virus. 
  • C’è un significativo divario generazionale in Europa sull’impatto della pandemia. Mentre quasi i due terzi (64%) degli intervistati con più di 60 anni affermano di non aver subito ripercussioni personali a causa del COVID-19, la percentuale scende al 43% tra gli under 30. Francia e Danimarca sono gli unici paesi in cui la maggioranza degli under 30 afferma di non essere stata colpita dalla crisi. Le eccezioni tra gli over 60 sono Spagna, Portogallo, Ungheria e Polonia, dove la maggioranza si sente colpita dalla crisi. 
  • I giovani europei sono inoltre più propensi a mettere in discussione le restrizioni imposte dal governo. Il 43% degli under 30 ritiene che i governi nazionali abbiano introdotto il lockdown come “una scusa per controllare le masse” (20%) o per dare l’impressione di “avere il controllo della situazione” (23%). Il 71% degli over 60, invece, considera i lockdown come un modo per limitare la diffusione del virus. 
  • Tuttavia, da un punto di vista paneuropeo, la maggior parte dei cittadini si fida delle motivazioni che giustificano le strategie adottate dal proprio Paese contro il coronavirus. Quasi i due terzi degli intervistati (64%) ritengono che i lockdown siano stati introdotti per contenere la diffusione del virus. In Italia questa quota sale al 67%. 
  • Sull’applicazione delle restrizioni, tra coloro che hanno riferito di essere stati colpiti dalla malattia o da un lutto, la maggioranza degli intervistati in Ungheria (71%), Danimarca (62%), Bulgaria (56%), Portogallo (55%) e Austria (52%) ritiene che gli interventi del loro governo siano stati “giusti”. In Italia, poco meno della metà (48%) ritiene che le restrizioni siano adeguate. Diversamente, in Svezia la maggioranza (52%) di coloro che hanno riferito di essere stati colpiti dalla malattia o da lutto ritiene che le restrizioni “non fossero abbastanza severe”; la stessa opinione è stata condivisa dal 42% dei francesi e dal 40% dei tedeschi nelle stesse condizioni. In Polonia, la quota maggiore di intervistati con problemi di salute (43%) ha dichiarato che le restrizioni fossero “troppo rigide”. 
  • C’è un forte scetticismo nei confronti delle motivazioni dei governi nazionali in alcune parti d’Europa. Il 17% degli intervistati ritiene che le motivazioni del proprio governo relative alle restrizioni imposte negli ultimi diciotto mesi siano un tentativo di “controllare le masse”. Dei 12 Stati membri oggetto del sondaggio, gli intervistati in Polonia sono i più scettici su questo punto, con solo il 38% che crede che la strategia contro il COVID-19 del proprio governo fosse intesa esclusivamente a limitare la diffusione del virus. Anche in Francia, un’ampia minoranza (24%) ritiene che la motivazione principale dell’intervento statale sia quella di “controllare le masse” (questo dato è ancora più alto, al 37%, tra gli attuali sostenitori della candidata presidenziale di destra, Marine Le Pen). In Italia, il 14% ritiene che le restrizioni avessero lo scopo di controllare i cittadini. 

Nella loro analisi, Ivan Krastev e Mark Leonard affermano che la storia di due pandemie è la storia di due Europe, con le differenze nelle esperienze dei Paesi che ricordano quelle tra Paesi creditori e Paesi debitori nella crisi dell’euro, e tra Stati membri che hanno accolto rifugiati nel 2015 e quelli che non lo hanno fatto. 

La pandemia, nelle sue fasi iniziali, sembrava aver unito gli europei, poiché i governi hanno acquistato collettivamente i vaccini e hanno compiuto il passo coraggioso di lanciare il fondo di recupero. Tuttavia, poiché l’Europa inizia ad affrontare l’impatto a lungo termine del COVID-19, le disparità nell’esperienza personale potrebbero passare dall’essere un “divario silenzioso” a una “grande scissione”. 

Per quanto riguarda le divisioni generazionali, Krastev e Leonard mettono in guardia sulla possibilità che i governi nazionali e l’UE potrebbero trovarsi ad affrontare problemi, in particolare relativi alle politiche di salute pubblica, alle opportunità economiche e all’idea di libertà, e sostengono che, mentre i governi europei “hanno fatto bene a concentrarsi sul salvare le vite dei più anziani nel pieno della crisi”, “è giunto il momento di concentrarsi sui problemi dei giovani”. 

Il coautore e direttore fondatore di ECFR, Mark Leonard, ha dichiarato

Mentre, nelle prime fasi della pandemia di coronavirus, sembrava che gli europei si stessero avvicinando e fossero uniti attorno a una risposta unificata, da allora sono emerse forti divisioni che potrebbero essere gravi come quelle verificatesi durante le crisi dell’euro e dei rifugiati. 

Oggi l’Europa è un continente che vede esperienze diverse: coloro che hanno affrontato il trauma personale della pandemia e coloro che non l’hanno fatto. Quanti favoriscono le restrizioni a lungo termine e quanti pensano che le libertà civili dovrebbero essere completamente ripristinate. E infine, e forse è questo il dato più preoccupante, mentre cerchiamo di trovare un’uscita da questa crisi sanitaria, quelli che si fidano delle motivazioni del loro governo e quelli che invece non si fidano. 

Ciò crea un clima fragile in molte parti d’Europa e potrebbe causare problemi per i governi nazionali e per l’UE, mentre cercano di ripristinare le libertà personali e implementare i pacchetti di ripresa post COVID-19”. 

Il co-autore e presidente del Centre for Liberal Strategies, Ivan Krastev, ha aggiunto: 

Fin dalla sua nascita, l’Unione Europea è stata plasmata dalle crisi. È troppo presto per comprendere il pieno impatto che il COVID-19 avrà sulla vita pubblica europea. Tuttavia, le divisioni che stanno diventando evidenti in tutto il continente potrebbero creare una nuova era politica in Europa. Le differenze non sono visibili solo tra Stati, ma anche in seno agli stessi: in molti Paesi le tensioni sociali stanno venendo a galla. 

Una delle conseguenze fino ad ora più evidenti, e potenzialmente la più drammatica, è il gap generazionale. In tutta Europa, i governi hanno fatto bene a concentrarsi sulle vite dei più anziani, ma questo ha avuto un costo. Un’intera generazione sente che il proprio futuro è stato sacrificato per il bene dei propri genitori e nonni. Mentre i politici continuano a lavorare sulla ripresa dalla pandemia, è tempo che si concentrino sui problemi dei giovani. 

La pandemia sembra aver portato a un grande cambiamento nel modo in cui i partiti politici si relazionano nei confronti della libertà: molti partiti tradizionali hanno preferito immergersi nell’azione del governo, mentre molti partiti populisti stanno diventando più libertari”. 

Questo rapporto e le sue raccomandazioni fanno parte di un progetto più ampio di ECFR, finalizzato a comprendere i desideri degli europei in materia di politica estera. Le pubblicazioni precedenti del progetto “Unlock Europe’s Majority” includono analisi su come la crisi causata dal COVID-19 abbia avuto un impatto sulle opinioni e le identità politiche negli ultimi 18 mesi, nonché ricerche basate su sondaggi sugli atteggiamenti e le aspettative degli europei nei confronti degli Stati Uniti durante le presidenze Trump e Biden. 

Per maggiori informazioni e dettagli sui risultati di questo programma di ECFR, visitare: https://www.ecfr.eu/europeanpower/unlock

Questa settimana, Penguin Random House lancerà anche il nuovo libro di Mark Leonard, intitolato “The Age of Unpeace – How Connectivity Causes Conflict“. È possibile trovare maggiori informazioni su questo volume e ordinarne una copia qui.