Una guida alle elezioni iraniane

Venerdì 26 si terranno le elezioni del Parlamento e dell'Assemblea degli Esperti. Sarà la prima occasione in cui gli iraniani si recheranno alle urne dall'inizio del mandato del presidente Hassan Rouhani, nel 2013.

Deputy Director, Middle East and North Africa programme
Senior Policy Fellow

Venerdì 26 febbraio si terranno le elezioni del Parlamento e dell'Assemblea degli Esperti. Sarà la prima occasione in cui gli iraniani si recheranno alle urne dall'inizio del mandato del presidente Hassan Rouhani, nel 2013. Le dinamiche di queste elezioni, e il loro esito, costituiranno un test fondamentale per capire i futuri equilibri del sistema di potere iraniano . Quello che è emerso, nel percorso che ha condotto a queste elezioni, è una coalizione tra i riformisti, centristi e alcuni conservatori moderati per impedire una grande vittoria degli estremisti, il cui potere si è rafforzato durante la presidenza di Mahmoud Ahmadinejad. L'obiettivo primario di questo nuova alleanza non è quello di promuovere cambiamenti sostanziali nella politica interna ed estera iraniana. Si tratta piuttosto di un tentativo di diluire la forza degli estremisti negli organi di potere, al fine di consentire più margine all'amministrazione Rouhani nella realizzazione delle priorità economiche e nel promuovere le riforme politiche.

1) L’Assemblea degli esperti (Majles-e Khobregan): gli 88 membri dell’Assemblea saranno eletti per un periodo di otto anni e avranno il compito di scegliere e supervisionare il Leader Supremo.

Nell’Assemblea sono rappresentate 31 province e il numero dei seggi è proporzionale al numero della popolazione delle singole provincie.

I candidati ammessi a questa tornata elettorale sono 161. Il meccanismo della tornata elettorale consiste in un solo turno di votazione e non richiede il voto di maggioranza.

La composizione politica dell'Assemblea potrebbe segnare un importante punto di svolta per il futuro dell'Iran, dato che probabilmente, durante il suo mandato, l’Assemblea e le fazioni di potere che influenzano ciascuna il proprio rappresentante, avranno il compito di scegliere un sostituto dell’anziano Ayatollah Khamenei.

2) Parlamento (Majles): 290 rappresentanti (suddivisi per 207 collegi elettorali) verranno eletti per un periodo di quattro anni. Di questi, 285 saranno eletti direttamente, mentre i rimanenti seggi saranno riservati ai gruppi di minoranza (ebrei, assiri, zoroastriani e cristiani). Un totale di 6.229 candidati sono stati approvati per essere eletti. Il processo elettorale prevede due turni di votazione e i risultati saranno definitivi i primi di marzo. L’attuale Parlamento è stato eletto nel maggio 2012, durante la presidenza di Ahmadinejad, e non sorprende che, al suo interno, le fazioni conservatrici estremiste rappresentino la maggioranza. Questo Parlamento ha sempre cercato di ostacolare Rouhani, bloccando le sue politiche interne e contrastando le sue iniziative di politica estera. Qualora dalle prossime elezioni risultasse un indebolimento delle fazioni radicali, le politiche economiche interne di Rouhani potrebbero essere dispiegate più velocemente rispetto a prima.

La leadership iraniana si è unanimemente appellata agli elettori affinché ci sia un'alta affluenza alle urne. Si stima che il numero di aventi diritto al voto nel 2016 sia di circa 54,9 milioni, con una partecipazione prevista di circa il 65% circa. La Guida Suprema ha pubblicamente sollecitato a partecipare al voto anche coloro che non credono nella Repubblica Islamica. Per l'Ayatollah Ali Khamenei, l’alta affluenza elettorale ha legittimato la Repubblica Islamica e, di conseguenza, il suo ruolo di Leader Supremo.

Gli estremisti hanno chiesto agli elettori di votare in massa, con il duplice obiettivo di sconfiggere gli eversivi legati al Movimento Verde del 2009  e, al contempo, di opporsi alle politiche di Rouhani, percepite come ostacolo ai  valori rivoluzionari fondamentali.

Nel frattempo, i riformisti e i conservatori moderati sostengono Rouhani e hanno chiesto a tutti i propri elettori di votare, nel tentativo di indebolire gli estremisti. C’è preoccupazione attorno alla possibilità che, coloro i quali hanno sostenuto Rouhani nel 2013, si astengano dal voto, a causa del malcontento circa la lentezza dei progressi politici. Lo scorso weekend, l’ex Presidente Mohammad Khatami, uno dei fondatori del movimento riformista sotto la Repubblica Islamica, ha incoraggiato a votare in favore di candidati che lui stesso ha definito appartenenti alla “lista della speranza”. L’ex Presidente Akbar Hashemi Rafsanjani ha detto che le prossime elezioni rappresentano “una preziosa opportunità per prevenire l’istituzionalizzazione della radicalizzazione politico e dell’estremismo religioso nella società”.

A Gennaio, il Consiglio dei Guardiani, un organismo di non eletti con il compito di valutare i candidati, ha escluso il 99 % dei candidati riformisti in corsa per il Parlamento. Con una mossa controversa, il Consiglio dei Guardiani ha anche rifiutato la nomina di Hassan Khomeini alla Assemblea degli Esperti. Khomeini, 43enne religioso e nipote del Leader Supremo e fondatore della Repubblica islamica, ha stretti legami con le forze centriste e riformiste dell'Iran ed è stato lanciato come candidato a diventare il prossimo leader supremo dell'Iran.

Il blocco in massa dei candidati era prevedibile, dato il numero senza precedenti del primo turno (circa 12.000 candidati per il Parlamento e 800 per l’Assemblea degli Esperti). 

Da una parte, l’alto numero è stato attribuito ad una tattica messa in campo dai moderati e riformisti, volta a presentare nomi di candidati relativamente sconosciuti con un “profilo pulito” in quanto ai legami con il Movimento Verde del 2009. Tuttavia, la misura e la portata delle esclusioni hanno creato molto scetticismo sul fatto che queste elezioni possano avere un impatto importante sulla traiettoria della politica iraniana.

Il Leader Supremo ha espresso la propria preferenza riguardo la marginalizzazione dei riformisti, attraverso l’ultimo giro di vite sui candidati approvato dal Consiglio dei Guardiani, organismo che risponde direttamente a lui.

Infatti quando il Consiglio dei Guardiani è stato criticato dai leader riformisti, come Rouhani e Rafsanjani, il Leader Supremo è intervenuto a sostegno di tali decisioni, sostenendo come coloro che non credono nella Repubblica Islamica non dovrebbero essere candidabili. Dato il processo di valutazione, molti ipotizzano che il Leader Supremo preferisca mantenere lo status quo in termini di rapporti di forza tra le fazioni iraniane, con gli estremisti fedeli alla Guida Suprema, che continuano così a prevalere.

Rouhani ha condannato l’alto tasso delle esclusioni e si è impegnato in una delicata negoziazione con il Consiglio dei Guardiani, ma non ha ottenuto un cambio di rotta rispetto le decisioni iniziali. Tra 1.500 candidati parlamentari che hanno avuto successo in appello contro l’esclusione, pochissimi appartengono al campo riformista. Nonostante questi contrattempi, nell'ultima settimana di campagna elettorale, i riformisti hanno presentato le proprie reti di candidati filo-governativi, inclusi i conservatori moderati come Ali Motahari, i quali detengono hanno più possibilità più ampie di contrastare gli estremisti.

Nel periodo che ha preceduto le elezioni, Rouhani e i suoi sostenitori hanno scelto di concentrarsi sulla costruzione del consenso intorno ad un blocco centrista moderato. Invece di spingere per uno bilanciamento a favore delle posizioni riformiste di sinistra della politica iraniana, questa strategia ha scelto di allontanare i parlamentari conservatori dall'ala di estrema destra/estremista verso il centro. Un “trio di padri fondatori” della Repubblica Islamica, Rouhani, Rafsanjani e Hassan Khomeini, ha scelto l'Assemblea degli Esperti per presentare un maggior numero di candidati che possano nelle decisioni future essere influenzati dai moderati. Inoltre essi mirano a contrastare figure estremiste come Ahmad Jannati e Mohammad Taghi Mesbah-Yazdi.

In preparazione di ciò, Rafsanjani ha già introdotto la sua proposta per una futura leadership del Consiglio che garantisca i doveri costituzionali del Leader Supremo, in modo da creare più controlli all'interno del sistema iraniano.

Durante queste elezioni, il vero equilibrio su cui focalizzare l’attenzione è quello tra i conservatori pragmatici e gli estremisti, e non quello tra candidati riformisti contro tutti. Le esclusioni non hanno un grande impatto sulla prima equazione. Sembra che la strategia di Rouhani per le elezioni non sia incentrata sul rafforzamento della posizione dei riformisti, ma sull’indebolimento del potere degli estremisti, così da convincere un maggior numero di conservatori a muoversi verso una posizione di centro più pragmatica.

Il risultato delle elezioni sarà un buon indicatore della capacità di Rouhani nel gestire le fazioni concorrenti per in Iran. Qualora gli estremisti mantenessero la propria posizione è probabile che finirebbero per collaborare con i “fratelli” della Guardia Rivoluzionaria Iraniana Corps (IRGC), su temi quali la messa in sicurezza della politica interna iraniana e la riduzione degli impegni con l'Occidente. Questo risultato non esclude necessariamente Rouhani dal perseguire, al contempo, una apertura economica, sebbene la probabilità del suo successo sia ridotta. Tuttavia, qualora le elezioni indebolissero la roccaforte estremista, Rouhani otterrebbe maggiore flessibilità nel promuovere le sue priorità. Per fare ciò, è probabile che Rouhani cerchi sostegno e collabori sia con i decision-makers pragmatici dell’IRGC che con la fazione conservatrice.

Dato il solido background in materia di sicurezza, questi blocchi di potere ripongono grande fiducia in Rouhani e lo vedono come un presidente che lavorerà all’interno dei dogmi della Repubblica islamica, piuttosto che sfidarne radicalmente i fondamenti, come fecero Khatami o Ahmadinejad. Allo stesso modo, e come si è visto nel corso dei negoziati nucleari, la costruzione del consenso attraverso la leadership iraniana è destinata a rimanere la pietra miliare della politica interna ed estera di Rouhani.