Questioni regionali, Iran e Assad

La questione Assad: implicazioni per la regione, Europa e Stati Uniti

Director, Middle East and North Africa programme
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Assistiamo ad un’insurrezione siriana. Se, tuttavia, vi sarà un cambiamento di traiettoria positivo, esso deve provenire dall’esterno. Deve provenire dagli attori regionali, anche se la transizione verso quelli nazionali potrebbe essere lunga (Ahrar al-Shams, il Fronte Al-Nusra e cosi’ via).

La presunta recente visita del capo dei servizi segreti siriani in Arabia Saudita è stata interessante ed è molto positivo che finalmente vi siano nuovi canali diplomatici. I russi stanno parlando con gli iraniani.  Vi è stato un incontro tripartito tra sauditi, russi e americani in Qatar. È evidente  come ci sia un nuovo slancio. Tuttavia, al momento, ciascuno spera che sia l’altra parte a smuovere le acque. Non esiste ancora una situazione in cui gli attori regionali siano pronti a scendere a compromessi. In particolare, da una prospettiva europea, che è dove l'attenzione deve concentrarsi –  è importante portare avanti questi canali e incentivare il dialogo.

Penso che adesso  l'Iran stia certamente cercando di essere costruttivo. La domanda che si pone all’Iran in termini di cosa sia costruttivo è cruciale.   Qualora  la questione rimanga ferma sulla persona di Assad,  si continuerà a fallire. Questo è ciò  che si rischia. Per gli iraniani,  così come per i russi,   Assad continua ad essere non negoziabile. Egli è il garante. Tuttavia, affermerei che esistono ampi margini di manovra  su cui  lavorare.  Ho già sostenuto che la questione Assad sia problematica. Se ci si discosta da questo assunto, gli iraniani, così come i russi, sarebbero probabilmente disposti a fare molto di più in termini di pressioni sul regime, di validi compromessi, di una parziale condivisione del potere.

E' chiaro che, dopo quattro anni, il tentativo militare di deporre Assad non sta dando i suoi frutti. La domanda è: come avere un processo diplomatico che dia risultati? Tenere la questione Assad fuori dal tavolo, passando per  gli iraniani e i russi, rappresenta un modo per imporre compromessi significativi, tra cui, per esempio, la fine dei bombardamenti.

Sulla base dei dati di fatto, Assad non sarà mai il sovrano che era una volta: ha perso il controllo della maggior parte del paese in un modo che non potrà mai recuperare. Pensando ad uno stato siriano centralizzato, credo sia impossibile al momento. Il potere è stato conquistato a livello locale, che siano curdi, milizie alawite o gruppi di opposizione  sunniti, e Damasco non riuscirà mai a riprendersi. Se Assad fosse fuori dall'equazione, ovviamente tutto sarebbe molto più semplice, in particolare se ciò comportasse un tipo di transizione che mantenesse le strutture del potere dello Stato. Penso tuttavia che si tratti di uno scenario improbabile.  Penso che i sostenitori del regime, ancora numerosi, vedano Assad come ad un garante di ciò che sta tenendo insieme: in un certo senso Assad è la colla. Se Assad fosse sul punto di andarsene, ciò comporterebbe una rapida accelerazione verso l’implosione e la frammentazione.

 

La lotta anti-Isis

Uno degli elementi di criticità è che fintanto che l'Occidente è disposto ad assumersi la responsabilità per la lotta contro l'ISIS, ci sono ben poche ragioni per cui gli attori regionali debbano renderla una loro priorità. Finché sono gli americani e gli europei a bombardare, gli osservatori di Turchia, Arabia Saudita e Iran possono dire  “Bene,  il problema ISIS viene affrontato. Possiamo concentrarci sui nostri problemi geopolitici regionali. Possiamo persino studiare come utilizzare la lotta contro l'ISIS per rafforzare queste ambizioni regionali”.

Per quanto concerne l’esigenza necessaria di generare ulteriori responsabilità regionali, la questione di quanto l'Occidente si assuma questa responsabilità e cosa faccia per incrementare le motivazioni regionali e la percezione delle minacce è cruciale. Chiaramente, se le bombe esplodessero in Kuwait e Arabia Saudita, ciò alzerebbe la posta, ma penso che passerà un po’ 'di tempo prima che la risposta non sia “Questa è una giustificazione della narrativa secondo la quale Assad deve andarsene”, piuttosto che quella che io penso sia più necessaria: un approccio più consensuale che riconosca come i giochi a somma zero siano in realtà quelli che potrebbero minacciarli, non solo in termini di conseguenze sulla sicurezza, ma di rimodellamento della regione. Fino a quando noi li proteggeremo e guarderemo loro le spalle, essi non si assumeranno necessariamente le responsabilità.

I sauditi, i turchi e gli altri, naturalmente, sperano che l'intervento occidentale contro l’ISIS conduca ad una azione contro Assad, mentre gli iraniani sperano che l'azione anti-ISIS conduca ad una collaborazione con Assad. Per tutti i paesi della regione, ciò sta consolidando i giochi a somma zero e rafforzando la percezione che l'Occidente verrà in loro aiuto: trattasi quindi di una dinamica pericolosa.

Per quanto concerne gli attacchi aerei britannici anti-ISIS, essi rischiano di peggiorare la minaccia. Gli attacchi aerei alimentano un senso di radicalizzazione all'interno della Siria, in quanto i sunniti pensano: “Guarda, l'Occidente non ci sta aiutando contro Assad, ma sta combattendo l’ISIS”. Ciò ci rende anche più di una minaccia diretta. Diventiamo parte coinvolta, contribuendo in maniera non significativa, in termini di numeri o di capacità militare.

 

(L’8 settembre Julien Barnes-Dacey, ha partecipato ad un’audizione della Commissione Affari esteri del parlamento britannico sulla questione siriana.  L’articolo è un breve estratto del suo intervento. È disponibile la trascrizione completa.