L’Europa ed il conflitto infinito tra Israele e Palestina

Ma l'Europa conta veramente nel processo di pace israelo-palestinese? Secondo il nostro esperto Mattia Toaldo l'Europa può dare una svolta al gioco

ECFR Alumni · Senior Policy Fellow


Quel negoziato infinito e noi

Mattia Toaldo, Pagina99, 18 marzo 2014 

 

È quasi un luogo comune dire che sul processo di pace israelo-palestinese l' Europa non conti nulla. Eppure proprio qui ha tradizionalmente giocato un ruolo importante: l ' Autorità nazionale palestinese vive fondamentalmente di fondi europei mentre i trattati commerciali con Israele risalgono agli albori della Cee e sono al centro del dibattito nello Stato ebraico. Vista la coalizione che governa Israele, l ' Europa e i palestinesi sono gli unici soggetti in grado di dare una svolta al gioco. Queste settimane saranno importanti per capire se ne sono in grado. Ieri si è svolto il Consiglio affari esteri della Ue dove si è parlato solo brevemente di processo di pace, mentre il Consiglio dei capi di governo decisivo sarà probabilmente quello di metà aprile. Si avvicina a passi da gigante la data del 29 aprile entro la quale il presidente palestinese Abbas ha detto di aspettarsi la conclusione dei negoziati diretti con Israele e che Kerry vede originariamente come tappa intermedia per raggiungere un accordo quadro che consenta di prolungare i negoziati. Ieri Abbas ha ottenuto due punti non proprio secondari.
 
Obama ha ribadito che il compromesso territoriale sarà basato sui confini del ' 67, con scambi di territori equivalenti e concordati e non ha reiterato la richiesta che Abbasriconosca Israelecomestato ebraico, tanto importante per Netanyahu quanto esplosiva per i palestinesi.
 
Tutto ciò non basterà ad Abbas, ed è qui che entra in gioco l'Europa. Il presidente palestinese è in una situazione complicata e ha bisogno del sostegno europeo per – eventualmente – proseguire nel negoziato. Abbas deve indicare un suo vice e successore in pectore vista la sua anzianità e le condizioni di salute. C ' è poi la minaccia esterna ma non troppo di Mohammed Dahlan, l ' ex uomo forte di Fatah, poi espulso e ora nelle grazie sia degli Emirati che del generaleAl-Sisial Cairocheha chiesto ad Abbasdi reintegrarlo. Né ci sono prospettive migliori per la riconciliazione nazionale tra Fatah e Hamas: viste le dinamiche regionali, né l ' Egitto né i sauditi approverebbero un accordo tra Abbas e una componente della Fratellanza Mussulmana. Anche se non ci fossero questi problemi immediati, Abu Mazen e l ' Olp vivono una crisi di consensi di lungo periodo strettamente collegata ai fallimenti del più che ventennale processo di Oslo, durante il quale molti palestinesi ritengono di aver fatto passi indietro.
 
Con la leadership dell ' Organizzazione perla liberazione della Palestina assorbita dal governo della West Bank attraverso l' Anp, pezzi importanti della popolazione palestinese si sentono tagliati fuori: i profughi e la diaspora prima di tutto, ma anche i palestinesidiIsraele,i giovaniegliattivisti. Non si tengono elezioni dal 2006, il parlamento non può lavorare vista la spaccatura tra Hamas e Fatah e l ' arresto di molti deputati. La situazione sul terreno non è migliorata neanche un po ' dall ' inizio dei negoziati: il numero dei checkpoint è lo stesso, le demolizioni di case sono ora concentrate nella valle del Giordano e riguardano interi nuclei abitati, l ' economia è sempre più dipendente dal sostegno dei donatori. Nel frattempo, le nuove costruzioni negli insediamenti sono aumentate del 123% nel 2013. Non ci si deve stupire se la discussione in campo palestinese, più che sui negoziati nei quali pochissimi hanno fiducia, sia sulla strategia da adottare il giorno dopo aver detto di no a Kerry. L ' assemblea Onu di settembre sarebbe sicuramente un momento culminante per la nuova strategia ma passerebbe attraverso altre tappe più immediate. In primo luogo, la richiesta di adesione alla Corte penale internazionale, il che avrebbe scarse conseguenze pratiche per i palestinesi visto che la valutazione più diffusa è che difficilmente riuscirebbero a far incriminare gli israeliani. Per gli europei però, negare l ' accesso ai palestinesi sarebbe una posizione scomoda visto che l ' Cpi è una loro creatura, nata con l ' opposizione di tutte le altre grandi potenze. In secondo luogo, in caso di cessazione dei negoziati sul versante palestinese potrebbero avere più spazio alcuni movimenti non-violenti ma non sempre coincidenti con la linea dell ' Olp e dell ' Anp. Si tratta soprattutto della creazione di finti insediamenti nella valle del Giordano (prontamente evacuati dall ' esercito israeliano) e del movimento Bds che sostiene il boicottaggio, disinvestimento e le sanzioni contro Israele. Tra l ' altro questa è l ' unica istituzione politica dove sono rappresentate tutte le anime e le componenti del movimento palestinese. Tutte cose, queste, che metterebbero in forte imbarazzo l ' Europa. Infine, sul versante israeliano viene molto agitato lo spettro della Terza Intifada e cioè di una sollevazione violenta.
 
La breve guerra dei razzi da Gaza della scorsa settimana, però, difficilmente può trasformarsi in un insurrezione armata generale: sia perché il consenso verso le soluzioni violente non è più quello di un decennio fa, sia perché i palestinesi della West Bank soffrono invece di disillusione e apatia. Semmai, il pericolo è la frammentazione estrema del campo palestinese e lo spacchettamento dei ” servizi di sicurezza ” aggregati dall ' ex premier Fayyad e che potrebbero tornare a dividersi per bande. Tutto ciò, nel quadro dell ' aggravarsi della crisi di consenso dell ' Anp/Olp. Che continuino o meno i colloqui di Kerry, c ' è un treno nei rapporti tra l ' Europa e il processo di pace che è partito la scorsa estate e che sarà difficile fermare: lelinee guidaUe della scorsa estate che hanno confermato ecodificato ladistinzione tra Israele e insediamenti nel trattamento fiscale, finanziario e legale da parte europea. Soggetti come il Matin group di Charles Shamas o, sul versante israeliano, le donne di ” Who profits ” le useranno per rompere sempredi piùi legami economici creati dall ' occupa zione della Cisgiordania. Per l ' Europa, fare marcia indietro significherebbe cancellare decennidi risoluzioniinternazionali.
 
Legalmente, oltreché politicamente, molto complicato. In Israele le linee guida europee sonostate presecome un ” boicottaggio ” e non è detto che questa pressione non venga usata per giustificare posizioni più morbide nel negoziato. Nel frattempo con il Consiglio europeo di metà aprile l ' Ue potrebbe dare una mano ad Abbas (e a Kerry) chiarendo le sue posizioni su dossier scottanti come i profughi o la sicurezza, come già ha fatto in passato sull ' importanza di aderire aiconfini del1967o suGerusalemme Est. Prima, però, c ' è la scadenza del 28 marzo, quando Israele dovrebbe rilasciare l ' ultima tranche di prigionieri palestinesi. Visto lo stallo nei negoziati, sarà quellala misura della fiducia nei colloqui visto che il governo Netanyahu potrebbe anche decidere di non procedere. Se anche Kerry non si desse per vinto, sarebbe chiaro che gli americani da soli non ce la fanno e che l ' Europa deve entrare più attivamente nel gioco se non vuole gettare nel cestino 20 anni di ” state building ” nei Territori Occupati.