Lapo Pistelli intervistato da Lucio Caracciolo per La Repubblica

Il Vice Ministro degli Affari Esteri e Consigliere ECFR, Lapo Pistelli, in un'intervista per La Repubblica a cura di Lucio Caracciolo, Direttore di Limes, analizza la portata geopolitica delle crisi in Medio Oriente e Nord Africa

Pistelli: “Nella 'terza guerra mondiale' noi italiani siamo in prima linea”

Conversazione con il viceministro degli Esteri. Anticipazione dal volume di Limes: “Le maschere del Califfo”

a cura di LUCIO CARACCIOLO e FABRIZIO MARONTA, La Repubblica, 19 Settembre 2014

 

Qual è la cifra geopolitico-strategica dei conflitti in corso nel Nordafrica e in Medio Oriente?

Partiamo da un amaro dato di fatto: il 2014 è stato un annus horribilis per i rapporti tra l’Europa e le aree di crisi che la circondano. Occorre dare atto a papa Francesco che la definizione di «terza guerra mondiale», a prescindere dalla sua valenza analitica, descrive con rara efficacia l’estensione e la crudeltà delle guerre che imperversano intorno a noi. Seppur con motivi e gradi d’intensità diversi, a essere in fiamme è infatti un’area che muove dalle coste africane dell’Oceano Atlantico e dal Mali, la cui crisi si trascina ormai da oltre due anni, e arriva fino al Pakistan, passando per un paese grande e strategicamente rilevante come la Nigeria, per il Corno d’Africa, per le crisi conclamate (Yemen) e latenti del Golfo Persico, per il Mashreq – in particolar modo la Siria – e, da ultimo, per l’Iraq. Un enorme arco di instabilità, di fronte al quale le capitali occidentali si muovono con gli strumenti a disposizione, spesso inadeguati, in un clima di relativa incomprensione.

Da parte di chi?

Innanzitutto da parte delle loro opinioni pubbliche, il che rappresenta un problema nel problema. Nel corso degli ultimi mesi ho constatato la frustrazione di molti colleghi, europei e non, per il crescente iato tra l’immagine mediatica di una classe politica overprivileged, superprivilegiata, e la realtà del nostro lavoro che ci fa sentire underpowered, quando vediamo l’effettiva consistenza degli strumenti a nostra disposizione per fronteggiare crisi enormi. Crisi la cui entità richiederebbe miracoli diplomatici, sforzi economici e militari spesso fuori dalla nostra portata. Un ambito esemplificativo di questo divario tra percezione e realtà sono le conferenze dei donatori, che ormai si susseguono frequentemente su questa o quella crisi: la riluttanza a finanziare ricostruzioni, aiuti umanitari e interventi di stabilizzazione non è connessa solo ai costi in sé delle diverse operazioni, ma alla difficoltà di far accettare gli esborsi a opinioni pubbliche cui spesso sfugge il rapporto tra mezzi e fini, poiché l’aiuto appare una goccia nel mare e non risolutivo della crisi in questione. Purtroppo questo cortocircuito è alimentato anche dal modo in cui il sistema mediatico racconta le crisi.

In che senso?

La limitatezza dei mezzi non vale solo per la politica. Il moltiplicarsi delle crisi obbliga tutti a un certo grado di selettività, a stabilire priorità. Inoltre, per tutti vale il principio di saturazione: quando le cattive notizie superano una certa soglia, tendiamo a rigettarle per non esserne sopraffatti. Così, il circuito mediatico tende ad alternare sovraesposizione e rimozione: guerre e crisi umanitarie sono seguite assiduamente per un certo periodo, salvo poi accantonarle per passare a nuove emergenze. Ma le crisi messe da parte non cessano di esistere e ciò complica la vita a chi deve fronteggiarle rendendo poi conto a un’opinione pubblica che, nel frattempo, pensa ad altro. Penso, ad esempio, a quello che ho visto durante la mia ultima visita in Iraq: sui media si è discusso a lungo, e positivamente, del sostegno civile e militare che l’Italia ha dato al governo curdo, dimenticando, malgrado le nostre insistenze, che accanto agli aiuti per l’emergenza delle minoranze in fuga dall’Iraq, da due anni continuiamo ad aiutare Erbil nell’ospitalità sul proprio territorio di 250 mila profughi siriani. A oggi l’Italia resta il terzo donatore europeo in Siria, l’ottavo a livello mondiale: risorse spese sempre più in Giordania, Libano e Kurdistan, che ospitano il grosso dei profughi prodotti da quel conflitto. A riprova che le crisi si intrecciano l’una con l’altra e che la nostra azione deve necessariamente procedere su più binari, spesso lontano dai riflettori.

Mezzi ridotti, percezioni distorte, deficit di comunicazione: si spiega così anche l’inefficacia della politica estera di Obama, che fatica a coniugare retorica e risultati?

Credo che al presidente americano vadano riconosciute forti attenuanti, date dall’eccezionale difficoltà della situazione attuale. A vent’anni dall’eccidio di Srebrenica e dal genocidio ruandese, Obama deve coniugare due istanze antitetiche: da un lato, evitare l’onta morale, prima che politica, di una possibile indifferenza rispetto agli ennesimi massacri che si vanno consumando; dall’altro, escludere nuovi e massicci invii di soldati. Sia perché, dopo oltre dieci anni di guerra, la sua opinione pubblica non ne vuol più sapere. Sia perché, in vista delle elezioni di mid term di novembre, i democratici – al pari dei repubblicani – sono inevitabilmente portati a concentrarsi sull’agenda domestica. Sottolineo però come questa cautela configuri anche un tentativo, da me pienamente condiviso, di esercizio responsabile del potere, che punta a ridurre l’ormai ingestibile divario fra retorica altisonante e limitata capacità di risoluzione dei problemi sul terreno. […]


Queste considerazioni ci portano dritti alla Libia.

Una delle crisi più complicate, che noi italiani non possiamo permetterci di trascurare, nemmeno se lo volessimo, e nella quale è difficile trovare il dosaggio efficace fra diplomazia, cooperazione, soft e hard power. Tutti questi strumenti fanno ovviamente parte di un sistema di incentivi e disincentivi verso le parti in conflitto di una crisi. Privilegiare la diplomazia, come facciamo, non vuol dire escludere completamente la dimensione dello hard power. Sebbene questo, da solo, sia spesso inefficace e finanche controproducente, a volte si rende necessario per sostanziare le promesse e i meccanismi (dis)incentivanti dell’azione diplomatica. Il grosso limite strategico con cui al momento ci scontriamo in Libia è proprio la scarsa spendibilità di questo approccio. Sul piano dei disincentivi, essendo la popolazione libica armata fino ai denti è insensato prospettare una minaccia militare tale da spingere le fazioni a parlarsi. Sul fronte degli incentivi, i contendenti sono convinti che il tesoro di Gheddafi e la dovizia energetica siano sufficienti ad alimentarne le ambizioni ancora a lungo. Il risultato è una guerra civile per la supremazia assoluta: tutti riluttanti a scendere a compromessi, nella convinzione di poter espungere gli altri dal «proprio» pezzo di Libia.

In un simile contesto ha senso parlare di opzione diplomatica?

Sì, specie se si guarda al medio termine. Nell’immediato, stiamo preparando l’arrivo del rappresentante speciale dell’Onu, lo spagnolo Bernardino León, e lavoriamo, grazie all’ottimo ambasciatore Buccino, con gli altri inviatispeciali, in particolar modo con l’inviato statunitense, David Satterfield. Ripetiamo l’appello alla salvaguardia dell’unità nazionale, pur sapendo che talvolta questo messaggio suona debole alle orecchie di avversari dalla forte identità tribale, impegnati ad annientarsi a vicenda. Nel medio periodo però svariati attori esterni si stanno convincendo che il collasso dell’unità territoriale libica non è nel loro interesse, perché minaccia i già precari assetti africani e mediorientali.

Schierarsi con questa o quella fazione rende solo più difficile la situazione. È questo il risultato migliore degli incontri diplomatici fra i paesi confinanti. L’Egitto non sposa acriticamente Khalifa Haftar (il quale contende a Mahmud Gibril la leadership del fronte «secolare», n.d.r.) e ha accettato l’impostazione proposta da Tunisia, Algeria e Sudan, contrari a qualsiasi misura che vada oltre la chiusura dei confini. Gli Emirati Arabi Uniti, che nei mesi scorsi sono intervenuti in Libia con raid aerei, appaiono ora più cauti, anche su pressione egiziana. Poi, ovviamente, lavoriamo perché si formi presto un governo, responsabile davanti a un parlamento. Sottolineo un governo, un parlamento, non due diversi secondo la logica delle fazioni.[…]

Quale futuro vede per l’operazione Mare Nostrum?

A quanti accusano Mare Nostrum di incentivare le partenze dalle coste libiche, perché la certezza del soccorso mitiga i timori dei migranti e rende ancor più spregiudicati i trafficanti, dico che è vero, questo effetto perverso esiste. Ma abbiamo forse alternative? Nel solo 2014 l’Unhcr stima in circa 2 mila i morti nel Mediterraneo: un’ecatombe, che ha obbligato ad agire noi e, in prospettiva, l’intera Unione Europea, attraverso una diversa strutturazione di Frontex. Questa però è anche una grande occasione per mettere mano alla riforma del nostro sistema d’asilo, che attende da troppo tempo. L’indifferenza di molti paesi europei verso l’emergenza immigrazione, che ci vede ciclicamente in prima linea, non è data solo dalla lontananza geografica. È frutto anche della consapevolezza di essere i destinatari finali di un percorso migratorio che spesso ha nell’Italia una tappa intermedia, per quanto importante. Chi fugge da guerra e miseria punta a rifarsi una vita, dunque va dove maggiori sono le chances di sostegno e integrazione. I numeri parlano chiaro: nel 2013 le domande d’asilo trattate dall’Italia sono state 28 mila, pure in notevole aumento rispetto agli anni precedenti. Sempre nel 2013, la Francia ha trattato oltre 60 mila domande, la Germania 110 mila. Nel rapporto tra domande e abitanti siamo penultimi in Europa: dopo di noi c’è solo la Polonia. Mentre chiediamo, giustamente, che del Mediterraneo si faccia carico anche il resto d’Europa, dobbiamo dotarci di un sistema d’asilo all’altezza di una gestione comune del fenomeno migratorio. Segnalo poi che a novembre ci sarà a Roma la prima conferenza fra Ue e governi del Corno d’Africa, per creare una cornice di dialogo politico meno emergenziale, più capace di combattere il traffico di esseri umani e di gestire assieme la natura strutturale di questo fenomeno storico.

Se invece il caos libico dovesse continuare e addirittura peggiorare, sono possibili missioni militari congiunte per riportare qualche forma di stabilità?

L’ipotesi mi lascia scettico. A parte il fatto che parlare di intervento militare in questa fase squalifica l’opzione diplomatica, di che missione stiamo parlando? Scartato il revival della «coalizione dei volenterosi», che non mi sembra abbia dato grandi risultati, resta il naturale cappello dell’Unsmil, la missione Onu di sostegno alla Libia. Ma poi, che tipo d’intervento dovrebbe coordinare? Non di peacekeeping, dal momento che non di mantenere la pace si tratterebbe, bensì di imporla con la forza. Peace-enforcement, dunque: ma con quale mandato e, soprattutto, da parte di chi? L’intervento del 2011, condotto sotto l’egida della responsibility to protect per scongiurare il massacro casa per casa ventilato da Gheddafi, non è certo un precedente evocabile.

Torniamo al Golfo. Alla fine gli Stati Uniti faranno l’accordo con l’Iran?

Lo spero. L’Iran è un attore centrale, dal quale non si può prescindere. È un paese che sconta le contraddizioni del suo quadro politico, caratterizzato da un dinamismo sconosciuto ad alcune petromonarchie arabe. Negli ultimi cinque mesi ho osservato in Teheran una crescente volontà di coinvolgimento nella gestione delle crisi regionali. L’ultimo esempio riguarda l’Iraq, dove la pressione congiunta del presidente iraniano Hassan Rohani e della guida sciita irachena ‘Al-Sistani, unitamente alle insistenze europee e americane, è stata determinante nel forzare il premier al-Maliki a farsi da parte, per favorire un governo inclusivo. Per quanto riguarda la partita del nucleare, il rinvio negoziale del 20 luglio in seno al gruppo P5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito e Germania) non ha segnato la fine del negoziato, il cui proseguimento è attestato dalla recente missione in Iran dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia nucleare.


Certo, restano aperti alcuni capitoli cruciali – i limiti del diritto all’arricchimento, il controllo di alcuni siti, i cosiddetti potenziali sviluppi militari – sui quali prima di fare concessioni definitive Teheran attende di conoscere la contropartita. Inoltre, lo sviluppo dei colloqui è inevitabilmente condizionato dal ciclo elettorale statunitense. Nonostante gli ostacoli, siamo però di fronte a un negoziato vero; e in gioco non c’è solo il potere nucleare dell’Iran, bensì il suo potere tout court, ovvero le condizioni della reintegrazione politica, economica e militare del paese nella scena internazionale. L’Iran è peraltro un tassello, il più importante, di un fermento politico che coinvolge altri paesi della regione: dall’Oman allo Yemen, dov’è in corso un difficile negoziato interno sull’assetto federale che rischia di lasciare gli huti – la componente sciita attestata al confine con l’Arabia Saudita – senza sbocco al mare, alimentandone il pericoloso malcontento.

E l’Iraq?

Confesso di aver rivalutato negli ultimi tempi quello che credevo un vezzo di Limes, ovvero denominare questa regione «Mesopotamia». Se si guarda alla carta del califfato disegnata dall’Is, si vede chiaramente che i moderni confini statali sono considerati irrilevanti. Lo schema di al-Baghdadi ricalca le campagne militari del VII secolo: seguire il corso di Tigri ed Eufrate per conquistare l’area che li contiene e quelle immediatamente circostanti. In questo caso partendo dalla città siriana di Raqqa, che probabilmente Damasco non considerava così strategica e dove l’Is ha prevalso già l’anno scorso. La novità strategica, per così dire, consiste nella torsione a sud-ovest e a nord-est, per impadronirsi rispettivamente del petrolio dell’Anbar e di quello curdo. Considero questo progetto molto più pericoloso di quello di al-Qaida. Bin Laden perseguiva un disegno squisitamente terroristico: colpire per spaventarci, dimostrandoci di poter portare la guerra in Occidente per convincere l’America a evacuare i luoghi santi dell’islam. L’Is va oltre: il califfato che si fa Stato nei luoghi conquistati mira non solo a «depurare» il Medio Oriente dalla presenza occidentale, ma anche a sconvolgere la regione, stravolgendone la geografia politica. Paradossalmente, questo approccio ci tutela maggiormente nell’immediato, perché i jihadisti combattono lontano da noi; ma in prospettiva, il potenziale destabilizzante dell’operazione rischia di dissolvere il nostro falso senso di sicurezza. Senza contare che la natura stessa del nuovo Stato – un califfato che inscena esecuzioni pubbliche il venerdì, decapita gli ostaggi e applica la legge islamica nel mondo più oscurantista – è assolutamente intollerabile. Per avere un’idea dei possibili effetti a catena, basta guardare al Kurdistan iracheno: l’invocazione di un intervento salvifico di Erbil da parte delle minoranze yazide, caldee e assire, sentitesi tradite dalle tribù sunnite passate con l’Is, ha acuito nei curdi la diffidenza verso gli arabi e ha rinfocolato un dibattito sull’indipendenza la cui virulenza non è ancora pienamente emersa. […]


Come valuta l’atteggiamento degli europei di fronte alle crisi attuali?

Dal punto di vista italiano, l’unica ricaduta positiva dei drammatici sviluppi in Libia è che Bruxelles ha dovuto guardare a sud, prendendo atto che esiste un problema alla sua frontiera meridionale. Malgrado le accuse di irrilevanza gli europei mantengono una notevole capacità d’influenza, soprattutto tramite l’aiuto internazionale: in questo campo Italia, Inghilterra, Francia, Germania, Svezia, Olanda e altri paesi europei restano gli attori di gran lunga più efficaci a livello mondiale, più di pesi massimi come America, Giappone, Russia o Cina. Senza l’Europa, la situazione umanitaria mondiale sarebbe già deflagrata. Vi sono dossier specifici, come quello israelo-palestinese – che non abbiamo toccato in questa conversazione – su cui gli Stati membri hanno raggiunto un discreto livello di convergenza. Lo abbiamo dimostrato nel corso dell’ultima crisi, coinvolgendo entrambe le parti ma scegliendo con gli americani di tenere un profilo defilato e di privilegiare la mediazione egiziana. Nel caso della Siria, dell’Iraq e, più in generale, dell’approccio al Golfo invece, il problema non è tanto la divergenza delle posizioni fra i Ventotto, quanto il fatto che gli Stati membri più lontani hanno un interesse scarso e dunque, magari, ancora una conoscenza relativa dell’area e delle sue problematiche. Sia chiaro: anche quando tale differenza dovesse essere colmata, il mondo visto da Lisbona e Riga, Dublino e Cipro, Sofia e Copenaghen apparirà sempre diverso.

Dunque l’Unione Europea è destinata ad andare in ordine sparso?

No. In Europa, da sempre, la chiave non è nell’attesa messianica di un allineamento delle opinioni, ma nella base giuridica e legale che permette la formazione di un’opinione. Semplicemente, laddove si decide a maggioranza, una posizione nasce sempre, anche quando non la si condivide e si resta dunque in minoranza. Non è il caso della politica estera, almeno per ora, anche se un federalista lavora in quella direzione. In assenza di un simile meccanismo, l’azione dell’alto rappresentante per la Politica estera è destinata necessariamente a tenere conto delle diversità e dell’angolo di distanza tra le posizioni nazionali. Quando il divario è massimo, la diplomazia europea è tirata in direzioni opposte, risultandone frenata. Di contro, quando le posizioni tendono all’allineamento l’effetto è quello di un traino. Sta a noi – e da oggi con una specialissima responsabilità a Federica Mogherini – far sì che la diplomazia europea assomigli più a una biga che non a un tiro alla fune.