La vigilia della Brexit: inizia il lento tracollo

Lo slittamento democratico e le crisi costituzionali potrebbero arrestarsi se le ruote si staccassero dal carro vincente della Brexit di Boris Johnson

Senior Policy Fellow
Dunk/ Banksy CC BY
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Come può succedere davvero? Il colpo decisivo della notte dopo il referendum sulla Brexit del 2016 lo ha causato il Sunderland, in una regione depressa e fortemente dipendente dalla produzione di auto Nissan per l'esportazione in Europa: ha votato in modo schiacciante per uscire dall’UE. Mentre la Gran Bretagna sta lasciando l’Unione Europea, il senso di incredulità rimane difficile da mandare via. Come possiamo noi britannici optare volontariamente per un futuro che, con l'equilibrio schiacciante di prove e opinioni informate, ci lascerà più poveri, meno sicuri e meno influenti? Cosa ci ha spinto a bere la pozione di Boris Johnson?

Gli elettori pro-Brexit erano in maggioranza anziani e scarsamente istruiti, così i Remainers come me sono stati tentati di sostenere che metà dei nostri compatrioti fosse idiota. Eppure questo non è affatto vero: un popolo pragmatico, resistente agli estremismi e scettico nei confronti delle ideologie, dotato di un sano buon senso. Quindi, forse non idioti, ma creduloni, vittime del nuovo virus della corruzione politica portato dall'America di Trump, mentre politici senza principi si rendono conto che il ruolo dei media come custodi della verità è stato rovesciato dalla rivoluzione delle comunicazioni, e che possono quindi rimanere impuniti.

Certamente ci sono state molte bugie, ma abbiamo avuto tre anni e mezzo di tempo dal referendum per pensarci. Nonostante anche i sondaggi suggeriscano che negli ultimi due anni, fino ad oggi, la preferenza della maggioranza sia passata ai Remainers, questo cambiamento non è stato né abbastanza grande né abbastanza sentito da impedire a Johnson di ottenere una clamorosa vittoria nelle recenti elezioni generali. “Get Brexit done” è stato lo slogan, cioè occupiamoci di cose più importanti. Milioni di persone possono aver marciato a favore di un secondo referendum, ma altri milioni, evidentemente, non erano così entusiasti dell’adesione all'UE a prescindere dagli argomenti a favore.

Dopo aver “completato la Brexit” oggi, Johnson promette un futuro radioso, dopo un rapido accordo di libero scambio con l'Europa, anche se raddoppierà la sua promessa di divergenza economica. È difficile trovare una spiegazione a questa posizione se non la convinzione che l'accordo di fuoriuscita dall’UE da lui siglato in autunno sia stato un trionfo negoziale britannico, a dimostrazione del fatto che l'Ue raggiungerà sempre un compromesso all'ultimo momento, e che tutto andrà bene nel 2020 se la Gran Bretagna resisterà.

Sarò pure una voce fuori dal coro, ma questo non posso che considerarlo un disastroso errore di calcolo. La mia triste aspettativa è che anche un accordo commerciale modesto entro la fine dell'anno sarà impossibile, a meno che non facciamo marcia indietro in materia di parità di condizioni e diritti di pesca e iniziamo a prendere sul serio i nostri obblighi con l’Irlanda previsti dall’accordo di fuoriuscita. All’avvicinarsi della fine del periodo di transizione, la scelta che dovremo prendere sarà tra la rovina e una partenza senza accordo che devasterà la nostra industria manifatturiera e ci lascerà alla mercé degli interessi agricoli e farmaceutici statunitensi mentre cerchiamo disperatamente un accordo transatlantico. Johnson sembra pensare di poter giocare d'anticipo sull'Unione Europea contro gli Stati Uniti; più probabilmente, la Gran Bretagna si troverà schiacciata tra questi due giganti economici.

Altrettanto importanti ma meno d’impatto rispetto ai primi risultati economici saranno quelle questioni che si affacceranno col tempo, come ad esempio: sicurezza (dove i capi della polizia britannica sono stati chiari sui danni che provocherà l’uscita del Regno Unito dalla cooperazione giudiziaria e di polizia dell'UE); influenza della Gran Bretagna nel mondo (il collega Jeremy Shapiro sottolinea che l’auspicata “indipendenza” si sta già profilando come un isolamento); letteralmente una crisi esistenziale del Regno Unito, che si sta preparando a una crisi costituzionale in stile catalano in Scozia.

Forse abbiamo bisogno di questi travagli per arrivare a una migliore soluzione costituzionale interna, a un contratto sociale, regionale e generazionale più equo e a una comprensione più realistica del nostro posto nel mondo. Di certo non moriremo di fame, e un po' di dieta potrebbe farci bene. D'altra parte, il peggio può attendere. Non ci vorrà molto a sciogliere le stravaganti promesse di chi inneggia alla Brexit per far emergere un racconto di pugnalate alle spalle, e un inasprimento del linguaggio contro i brutti “sabotatori” e “nemici del popolo”, che finora ha sfigurato i nostri recenti dibattiti politici. Come ho scritto altrove, se le ruote del carro vincente di Johnson cominciassero a staccarsi, le minacce alle istituzioni democratiche britanniche, a cominciare dalla funzione pubblica, dalla magistratura e dalla BBC sarebbero già chiaramente prefigurate. Perciò, alle 23 del 31 gennaio ci saranno forse dei festeggiamenti a Sunderland, ma io non ne farò parte. Come disse un primo ministro britannico del XVIII secolo all'inizio di una guerra popolare ma non necessaria: “Essi stanno ora suonando le campane, presto si torceranno le mani”.