La trappola Trump: perchè la sconfitta elettorale di Giorgia Meloni al referendum è un monito per l’Europa  

La sconfitta referendaria di Giorgia Meloni potrebbe mostrare il prezzo di un’alleanza con un’amministrazione statunitense che si pone contro gli interessi europei

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Un manifestante mostra un cartello con Giorgia Meloni e la scritta “No”, mentre i sostenitori del “No” festeggiano la vittoria del referendum a Roma
Immagine di picture alliance / REUTERS | Matteo Minnella
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Doveva succedere prima o poi. Questa settimana si è conclusa la lunga stagione di invincibilità politica di Giorgia Meloni – e la sua amicizia con Washington, in parte, è da considerarsi tra le cause.  

Dopo oltre tre anni di relativa stabilità per il Presidente del Consiglio, gli italiani hanno respinto la sua proposta di riforma della giustizia portata al voto in un referendum costituzionale. Sebbene il voto riguardasse formalmente una questione tecnica – ovvero la separazione delle carriere dei magistrati – questo si è rapidamente trasformato in un referendum sul suo governo. Con un’affluenza elevata del 59% e un netto 54% di voti per il “no”, Meloni ha certamente motivo di preoccuparsi. La sconfitta ha danneggiato la sua popolarità nel paese. A monte, emerge una crescente incoerenza tra la sua posizione sovranista, che l’ha portata ad avvicinarsi al Presidente Donald Trump, e i danni economici causati dal suo alleato americano. 

Nel dibattito che ha preceduto il voto ad emergere non è stata soltanto un’opposizione interna alle modifiche costituzionali, ma anche un diffuso senso di ansia geopolitica tra gli italiani. I dati dei principali istituti demoscopici indicano che l’opinione pubblica è piuttosto ostile alle politiche di Trump, ed è facile mettere in luce l’incoerenza tra la narrazione di un governo che garantisce “l’interesse nazionale” e la realtà di un esecutivo che non riesce a proteggere l’Italia dagli shock esterni provocati proprio dal suo principale alleato. In particolare, la vicinanza ideologica di Meloni a Trump può comportare costi politici rilevanti se gli italiani la percepiscono troppo allineata alla destabilizzante politica estera statunitense. Il sondaggio ECFR dello scorso novembre mostrava già — da prima del conflitto con l’Iran — un calo significativo nel sostegno alle politiche di Trump, persino tra gli elettori di Fratelli d’Italia, il partito di Meloni. Questa “trappola Trump” ha così conferito al referendum un’ulteriore dimensione, trasformandolo in un voto di giudizio su una leadership che sembra troppo timida nel difendere Roma dalle conseguenze delle scelte strategiche di Washington – non da ultimo una guerra deliberata contro Teheran.  

Il contesto internazionale ha fatto da sostenitore silenzioso ma potente del fronte del “no”. Il peggioramento del conflitto in Medio Oriente e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz hanno colpito l’Italia più di qualsiasi altro paese europeo, a causa della sua forte dipendenza energetica dal Golfo. Gli analisti hanno avvertito del rischio di una recessione imminente, con un aumento dell’inflazione previsto tra l’1% e l’1.5% dovuto esclusivamente al conflitto con l’Iran. Per il cuore manifatturiero del nord Italia – che costituisce una base elettorale essenziale per la coalizione di governo – l’aumento dei costi dell’energia potrebbe essere percepito come un fallimento diretto dello Stato nel proteggere l’economia nazionale. Anche per questo, Roma ha avviato una nuova, frenetica corsa al gas, e Meloni è stata costretta da queste circostanze a viaggiare nuovamente ad Algeri mercoledì.  

Queste pressioni economiche sono aggravate dal modo in cui l’amministrazione statunitense tratta i propri alleati dall’altro lato dell’Atlantico. Il modello trumpiano del pay-to-play applicato alla sicurezza della NATO e la minaccia di dazi commerciali punitivi sulle esportazioni hanno creato in Italia un senso di subordinazione più che di reale indipendenza. Anche nell’elettorato di centrodestra ci sono chiari segnali di opposizione a una politica estera che rende l’Italia una vittima collaterale dell’“America First” di Trump. Al contrario, si registra un sostegno maggiore ad una più forte integrazione europea. Questo spostamento suggerisce che gli italiani potrebbero diventare sempre più diffidenti nei confronti di una Presidente del Consiglio che si allinea con un alleato destabilizzante a scapito della stabilità interna e della coesione europea. 

Per l’Europa, il voto italiano rappresenta un caso studio. La sconfitta di Meloni ha minato al suo status di avanguardia della destra conservatrice europea. Questo potrebbe dare margine di manovra alle voci più moderate o filoeuropee all’interno del suo governo, per contestare la narrazione secondo cui il populismo di destra sarebbe l’unica via praticabile per il benessere del paese. Se non avverrà uno spostamento verso una linea politica più moderata, Roma finirà per impantanarsi ancor più nel destino dettato da Trump – e il declino di Meloni in vista delle elezioni del prossimo anno potrebbe diventare inesorabile. La sconfitta potrebbe inoltre costituire un segnale d’allarme per altri amici di Trump, non ultimo Viktor Orbán in Ungheria, che tra due settimane affronterà un’elezione particolarmente tesa.  

Se gli Stati Uniti intrappolano uno Stato membro europeo in conflitti che ne compromettono la sicurezza, la retorica della “difesa degli interessi nazionali” può essere la prima vittima. La lezione per i leader europei è chiara: una sovranità vera richiede indipendenza reale. Non si può sostenere di mettere al primo posto l’interesse nazionale senza difenderlo dai diktat economici e dai costi militari imposti da un alleato instabile. Per sopravvivere a questa instabilità geopolitica, i leader europei devono muoversi verso una coesione pragmatica e guidata dagli interessi, che rifiuti di rimanere nell’ombra dell’uomo che semina instabilità dalla Casa Bianca. 

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