I sessant’anni dell’Europa: un lungo cammino verso la pace

L' Europa è ancora alla ricerca della pace: per 60 anni ha semplicemente deviato tale percorso.  

ECFR Alumni · Head, ECFR Berlin
Senior Policy Fellow
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L’UE ha sempre rappresentato un progetto di pace: è nata dalle ceneri della guerra, con l’obiettivo finale, valido ancora oggi, di evitare uno scoppio delle ostilità tra/contro europei. L’Unione europea di oggi potrebbe sembrare un mercato, un’elargitrice di sussidi, e un esperimento di governance. Tuttavia, l'Europa è ancora alla ricerca della pace: per 60 anni ha semplicemente deviato tale percorso.  

Il processo di integrazione europea ha posto le basi per impedire lo scoppio di un’altra Seconda Guerra Mondiale, negando la possibilità che ideologie autoritarie e razziste potessero tornare al potere, ottenendo egemonia sul sistema statale europeo. L’integrazione europea è stata lanciata con lo scopo di traghettare i settori industriali di guerra – carbone, acciaio, nucleare – al di fuori della sfera di competenza dei politici nazionali. L’intero processo è stato progettato per limitare rivalità di potere, dispute territoriali, e narrative di esclusività che hanno contribuito allo scoppio della Prima guerra mondiale. Inoltre, l’integrazione è stata concepita per superare l’identità nazionale, mettendo insieme i vari nazionalismi, arti, culture, storie e personaggi europei, per potenziare la consapevolezza della forza della diversità europea. Infatti, i numerosi collegamenti tra diverse persone e popoli, tanto interagenti quanto in competizione tra loro, sono stati i fattori chiave della civiltà europea.

L’integrazione europea è stata concepita, dunque,  per arrestare ed invertire le crisi dell’Europa nelle due guerre mondiali, attraverso la costruzione di un ordinamento così forte da essere in grado di rafforzare il lato creativo della diversità, respingendo quello distruttivo.

La costruzione di una nuova Europa è iniziata con la depoliticizzazione delle industrie della guerra, per poi proseguire con l’idea di sostituire le forze militari nazionali con una difesa comune e un esercito europeo. Al fine di controllare le risorse e agire come uno strumento di guerra in sé, la Comunità politica europea è stata progettata, negoziata, e messa nero su bianco sotto forma di trattato. Tuttavia, meno di un decennio dopo la guerra più devastante che l’Europa avesse mai vissuto, il grande progetto europeo è crollato, fallendo nel processo di ratifica.

La firma dei trattati di Roma, nel marzo del 1957, rappresentò il secondo tentativo di costruire un ordine europeo. Anziché affrontare direttamente la causa profonda del declino dell'Europa, i politici scelsero un percorso differente per raggiungere l’obiettivo. In tale occasione, l’Europa era destinata a svilupparsi attraverso l’integrazione economica, utilizzando il boom economico degli anni ‘50 e i suoi evidenti potenziali di prosperità come veicolo per favorire una cooperazione più integrata tra i governi europei. La comunità aveva lo scopo di diluire nazionalismo e rivalità di potere, aiutando tutti nel prosperare, sostituendo la logica a somma zero della politica europea con quella a somma positiva della promessa di un processo decisionale comune.

Questa Europa ha parlato molto di pace, manifestandola più che altro a partire da PIL ed aiuti economici. Il progresso è stato impressionante in termini di integrazione di mercato, ma lento sul fronte politico. Nell’introdurre il voto a maggioranza nel Consiglio dei Ministri nel 1966, l’allora Presidente della Francia Charles de Gaulle lasciò il governo francese allo scoperto. Lo scopo era quello di rafforzare la sua ostinata volontà di mantenere un veto nazionale contro il sovra-nazionalismo, fino a quando non fosse stato concordato un meccanismo di voto che consentisse di mantenere, allo stesso tempo, il voto a maggioranza qualificata e la possibilità di mantenere un veto nazionale.

Nel 1970, durante le crisi energetiche, occupazionali e legate al terrorismo, la Comunità europea si trovò in una posizione di stallo. Gli effetti positivi in termini di integrazione politica derivanti da quella dei mercati, sembravano non realizzarsi. Sebbene le fluttuazioni del mercato valutario furono alla base di gravi problemi politici, non fu possibile raggiungere alcun consenso su come gestire in modo cooperativo politiche monetarie. I ministri degli esteri si incontravano al mattino in occasione del Consiglio Affari Generali, per poi volare verso luoghi differenti per incontrarsi in qualità di ministri degli esteri e approfondire la reciproca cooperazione in politica estera, materia che doveva essere tenuta strettamente al di fuori dalle competenze comunitarie, su pressione di alcuni Stati membri. Negli anni ‘80 questa Comunità europea zoppicava, aggiungendo stratificazioni qua e là, cercando modalità informali per la costruzione del consenso politico, con alcuni nuovi membri saliti a bordo e molti altri ancora rimasti ancora sulla propria strada.

Fin dal loro 40esimo anniversario, il cambio di rotta impresso dai Trattati di Roma alla comunità europea sembrava essersi esaurito. La logica di cooperazione aveva funzionato solo parzialmente e sembrava aver perso lo slancio. Le tensioni politiche aumentarono nella misura in cui i governi si trovarono in disaccordo sui contributi finanziari e sulla loro ripartizione. Lo spirito dell’integrazione europea si era spostato verso il calcolo costi/benefici. L’inclusione dei tre paesi del Mediterraneo che avevano sconfitto con successo la dittatura non ribaltò questa logica, anzi sembrò aumentare la diffusione di conflitti. Il Primo Ministro britannico Margaret Thatcher la quale, avvalendosi di un ultimatum, aveva assicurato una riduzione del 66% del divario tra contributi finanziari e loro ripartizione, in realtà puntava ad ottenere il 100% del cashback. Il summit di Fontainebleau fu solo il caso più eclatante. Tutti desideravano ricevere i soldi indietro, e tanto altro ancora. Durante la deviazione intrapresa dall’Europa, il progetto di pace generava conflitti.

Questa era la situazione quando Jacques Delors propose un rilancio dell’economia per costruire la pace. L’idea era che una maggiore crescita economica avrebbe trionfato sui conflitti, con una strategia che puntava a tagliare ogni tipo di costo di transazione. Il mercato unico (denominato “Europe ’92) fu un grande progetto di deregolamentazione che puntava ad eliminare barriere non tariffarie al fine di realizzare un mercato veramente integrato. In seguito, Delors propose di attuare un’unione monetaria che potesse saldamente istituzionalizzare il sistema monetario europeo attraverso la creazione di una valuta europea, regolata da una banca centrale federale. Presi da un acceso dibattito e accompagnati da percezioni contrastanti di potenziali vincitori e vinti, questi progetti erano ancora in corso quando crollò il Muro di Berlino, nel Novembre del 1989.

Improvvisamente, la deviazione che aveva intrapreso l’Europa sembrava essere diventata la strada principale da percorrere. L’integrazione economica europea sembrava essere il piano geniale a cui nessuno aveva mai pensato prima. L’Unione Sovietica e il suo blocco militare non erano stati sconfitti su di un campo di battaglia e, saggiamente, l’Unione Sovietica non aveva avuto il coraggio di lanciare un attacco militare contro la NATO, allora a guida americana. Al contrario, l’Unione Sovietica era stata sconfitta economicamente: la Comunità Europea aveva sconfitto il COMECON. Gli Europei avrebbero potuto applicare la logica di integrazione piuttosto che armarsi fino ai denti. Il processo di allargamento e di approfondimento dell’integrazione sono stati portati avanti contemporaneamente. Il Trattato di Maastricht sull’Unione Europea ha segnato la prima grande revisione dei Trattati di Roma, mentre i criteri di Copenaghen hanno definito gli elementi essenziali di adesione per le nuove democrazie europee.

Qualche anno dopo, quella stessa fiducia nell’Europa è andata persa. In mancanza di un accordo su un’unione politica, il Trattato di Maastricht era incompleto e, per questo, fu contestato e messo da parte nel processo di ratifica. Entrambe queste dinamiche sono poi diventate una costante degli affari europei da Maastricht in poi: continue rinegoziazioni e revisioni dei trattati al fine di ottenere un’integrazione politica maggiore, e continua incertezza su ratifiche e referendum. Mentre il continente europeo era stato dichiarato unito e libero, conflitti minori nascevano in diverse parti della nuova Europa. La Cecoslovacchia si era divisa pacificamente, mentre la Jugoslavia si sgretolava in tanti piccoli pezzi macchiandosi di crimini di guerra e pulizia etnica. L’intesa commerciale non era stata in grado di prevenire la violenza.

Il resto del racconto non è storia, bensì è il nostro presente. A 60 anni dalla sua formazione, l’UE non ha ancora raggiunto il suo intento principale: costruire la pace dal suo interno ed esterno. L’illusione della “strada principale” ha perso la sua magia. I mercati e il denaro hanno portato gli Europei verso una crescita esponenziale, tuttavia il passaggio decisivo verso l’integrazione politica deve ancora essere intrapreso. Il primato delle politiche nazionali è stato messo in discussione, tuttavia continua ad essere un punto su cui riflettere, in quanto i nazionalismi sono tornati ad essere al centro del dibattito politico. Molti vedono la messa in comune della sovranità come un problema fondamentale. L’idea alla base dei Trattati di Roma, ossia di riacquistare influenza sul proprio destino nazionale attraverso la condivisione del potere, è stata capovolta dall’ottica populista. I padri fondatori volevano ottenere il controllo attraverso la costruzione di una comunità, tuttavia, molti nelle capitali nazionali pretendono di “riavere indietro il controllo” rinazionalizzando il potere.

L’approccio dell’UE sull’eliminazione dei conflitti armati dalla scena politica attraverso l’integrazione economica ha indotto a trascurare la necessità della pace. La stabilità e l’integrità dell’Europa sono oggi a rischio, così come la sua sicurezza interna ed esterna. Inoltre, gli Europei sembrano essere troppo divisi al loro interno per poter rispondere efficacemente a questi problemi. Nessun’altra deviazione deve essere ancora esplorata.

Dando uno sguardo indietro ai 60 anni dai Trattati di Roma, i leader politici dovrebbero guardare in faccia l’incompiutezza della missione europea. L’Europa ha bisogno di una integrazione politica, inclusa la cooperazione in tema di sicurezza, e di aumentare la propria coesione interna. L’ordine globale si sta indebolendo mentre le forze centrifughe nella politica europea stanno diventando sempre più forti.

Il significato dell’integrazione europea per gli Europei e per il resto del mondo necessita molto più di una semplice celebrazione del suo anniversario. Spetta a coloro che credono nel progetto di pace prendere l’iniziativa ed andare avanti.