Fuori dalle macerie: la nuova risposta del Golfo all’aggressione israeliana
Gli attacchi israeliani a Doha e il loro sostegno americano hanno indotto i leader del Golfo a ripensare la propria strategia di sicurezza. Questo potrebbe portare a un nuovo format di sicurezza regionale guidato dal Golfo stesso.
Gli attacchi israeliani a Doha e il loro sostegno americano hanno indotto i leader del Golfo a ripensare la propria strategia di sicurezza. Questo potrebbe portare a un nuovo format di sicurezza regionale guidato dal Golfo stesso.
L’attacco aereo israeliano del 9 settembre contro il Qatar ha minato le certezze degli Stati del Golfo in materia di sicurezza regionale. L’operazione militare, che aveva come obiettivo i vertici di Hamas, ospitati a Doha su richiesta di Washington, ha rappresentato il primo attacco diretto di Israele contro una monarchia del Golfo, solidi partner degli Stati Uniti. Ciò ha dimostrato che giocare un ruolo da mediatore non garantisce più la sicurezza, che le relazioni militari ed economiche con gli Stati Uniti non offrono più protezione assoluta e che l’aggressività incontrollata di Israele può stupire ancora.
Nonostante le capitali del Golfo abbiano svolto un ruolo diplomatico con Hamas, Hezbollah e gli Houthi, e abbiano cercato di mediare durante la recente guerra tra Iran e Israele, questo non ha garantito loro l’immunità. Al contrario, gli Stati del Golfo si trovano ora inevitabilmente coinvolti in un’escalation che rischia di trascinarli nel conflitto. È probabile che questo li scoraggi dal proseguire gli sforzi di mediazione, privando così l’Europa e gli Stati Uniti di canali diplomatici cruciali per dialogare con attori non-statuali che giocano un ruolo fondamentale nella geopolitica regionale. Doha, ad esempio, sta mostrando una crescente reticenza a mantenere il proprio ruolo di mediatore e sta valutando la possibilità di chiedere alla leadership politica di Hamas di trasferirsi altrove: una decisione che potrebbe compromettere gli sforzi negoziali futuri di Stati Uniti e Israele per porre fine alla guerra a Gaza.1
Soprattutto, la situazione in cui si trovano ora gli Stati del Golfo potrebbe spingerli a cercare nuove strategie di sicurezza che non dipendono dagli Stati Uniti. Questo aprirebbe uno spazio per gli europei per impegnarsi con gli Stati del Golfo ad indirizzare il Medio Oriente verso la de-escalation anziché la militarizzazione, e aumentare la pressione su Israele affinché persegua la via della diplomazia anziché quella della guerra.
La credibilità della sicurezza americana
L’attacco israeliano ha messo in luce come le capitali del Golfo abbiano sopravvalutato la loro influenza su Washington e ha evidenziato la necessità di correre ai ripari. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva scelto proprio gli Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo per la sua prima visita di Stato nel 2025, durante la quale è stato accolto con grandi cerimonie, ha concluso ingenti accordi economici ed è stato persino omaggiato con un jet di lusso. Tuttavia, le speranze che Trump fosse attento alle priorità del Golfo e in grado di frenare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sono state deluse. L’amministrazione Trump ha ignorato gli appelli del Golfo diretti a fermare Netanyahu nella guerra tra Israele e Iran. Ora ha addirittura tollerato che il suo più stretto alleato colpisse il Qatar, sede della più grande base militare statunitense in Medio Oriente, la base aerea di Al-Udeid. Washington ha infatti informato Doha solo dopo l’inizio dell’attacco. (Ironia della sorte, il fatto di ospitare la base di al-Udeid aveva provocato una rappresaglia iraniana contro il Qatar a giugno, il che aveva già messo in dubbio l’idea che l’inazione avrebbe garantito la sicurezza delle monarchie del Golfo).
Per i leader del Golfo si tratta di un cambio di rotta allarmante. Se un tempo consideravano l’influenza degli Stati Uniti su Israele come un fattore di stabilità, ora si trovano di fronte alla possibilità che Netanyahu persegua una visione unilaterale, libera da vincoli americani. Le implicazioni si ripercuotono ben oltre Doha. Se ospitare le forze statunitensi non scoraggia più gli attacchi, ma, anzi, li incita, come è successo con l’Iran, allora è necessario un ripensamento strategico. Nonostante i leader del Golfo non vedano ancora un’alternativa alle garanzie di sicurezza statunitensi, come dimostrato dall’intenzione del Qatar di raddoppiare gli sforzi per ottenere un maggiore sostegno da Washington, appare sempre più evidente come questi desiderino maggiore sovranità e autonomia nel processo decisionale e nella gestione operativa delle proprie difese.
Controllare chi è fuori controllo
Inizialmente, le aggressioni israeliane a partire dal 7 ottobre sono state tatticamente utili alle monarchie del Golfo: in Libano, Siria e Yemen, gli attacchi israeliani hanno indebolito le forze sostenute dall’Iran. Tuttavia, nel tempo, è diventato chiaro come Israele sia intenzionato a rimodellare l’ordine regionale in modo imprudente e impunito. La crescente aggressività di Tel Aviv ha aumentato l’instabilità regionale, ha tentato di disgregare alcuni Stati arabi dall’interno (come Libano e Siria) e rischia di trascinare tutta la regione in un’escalation militare. Tutto questo amplifica rischi e pericoli anche nei confronti degli interessi europei.
Al di là delle parole di condanna, la reazione del Golfo (e del mondo arabo) all’aggressione israeliana è stata inizialmente molto lenta, con una certa esitazione nell’utilizzare qualsiasi leva. Per mesi, i tentativi di costruire un contrappeso all’Iran e a Israele sono rimasti bloccati. Recentemente, però, si è registrato un cambiamento significativo, con nuovi tentativi di riavvicinamento tra gli attori del Golfo. All’inizio di settembre, il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammad bin Zayed, si è recato a Riyadh per ricucire l’alleanza strategica con Mohammad bin Salman, dopo quasi due anni di divergenze. E pochi giorni dopo il raid israeliano contro il Qatar, sia Mohammad bin Salman che Mohammad bin Zayed hanno incontrato l’emiro del Qatar a Doha. Pur presentate come visite di solidarietà, questi incontri fanno invece parte di uno sforzo per coordinare una leadership tripartita del Golfo che unisca Emirati, Arabia Saudita e Qatar come nucleo di un fronte rinnovato per contenere sia l’Iran che Israele.
Successivamente, il 15 settembre, gli Stati arabi e islamici si sono riuniti a Doha per un vertice d’emergenza. A giudicare dal comunicato finale, non sembra che si sia trattato di un momento di svolta: creare una visione condivisa tra i 52 partecipanti al summit era praticamente impossibile. Tuttavia, la debolezza del comunicato potrebbe spingere il trio del Golfo a essere più ambizioso nelle rispettive azioni.
Le capitali del Golfo si stanno già rivolgendo alla Turchia e all’Egitto per ripristinare la deterrenza militare e sono previste delle discussioni a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per formare un nuovo quadro 6+2 sulla sicurezza regionale.2 L’accordo di mutua difesa firmato il 16 settembre tra l’Arabia Saudita e il Pakistan, che prevede che un attacco a una delle due parti sia considerato come un attacco a entrambe, lascia intuire la natura delle discussioni in corso. Gli obiettivi geopolitici di questo fronte includono probabilmente l’interruzione degli attacchi israeliani in Medio Oriente, la prevenzione del collasso statale in Siria e Libano, la marginalizzazione di Iran e Israele in Iraq e Yemen e il rafforzamento dell’influenza del Golfo nei circoli politici yemeniti e iracheni. Infine, ridurre la dipendenza da attori esterni, in particolare dagli Stati Uniti.
La cooperazione pratica con Israele in materia di difesa, come lo scambio di informazioni sui radar per la difesa aerea, potrebbe essere ridimensionata, e si è ipotizzato anche di chiudere lo spazio aereo con Israele.3 Alcuni funzionari del Golfo ritengono che sarebbe utile rafforzare anche il dialogo con l’Iran sulla sicurezza, per far capire a Tel Aviv che ci sono diversi modi per limitare il suo margine di manovra.
I Paesi del Golfo dispongono anche di alcuni strumenti geoeconomici da utilizzare contro Israele, come il disinvestimento dei capitali dei Fondi sovrani dalle imprese israeliane o, nel caso dei Paesi firmatari degli Accordi di Abramo, la rinuncia ad accordi di alto livello. Gli Emirati Arabi Uniti, in particolare, che hanno sempre riconosciuto i vantaggi strategici delle relazioni con Israele, potrebbero ora ritenere la prevaricazione israeliana dannosa a tal punto da rendere queste relazioni semplicemente troppo nocive da mantenere. La più grande fonte di pressione sarebbe l’abbandono degli accordi di Abramo da parte degli Emirati Arabi Uniti, ma Abu Dhabi sa che può giocare questa carta solo una volta e la sta riservando per quando Israele annetterà ufficialmente la Cisgiordania.
Un nuovo partner europeo
Qualora dovesse concretizzarsi, un fronte coeso guidato dal Golfo offrirebbe una possibilità inedita di contenere Israele. Questo fronte potrebbe diventare un partner solido per l’Europa nella stabilizzazione del Levante, nella gestione della Gaza post-conflitto e nel contenimento degli attacchi israeliani in Siria e Libano. In mancanza di un credibile garante di sicurezza alternativo, è altamente improbabile che gli Stati del Golfo si allontanino dagli Stati Uniti, ma i loro leader ripristineranno quasi certamente l’hedging strategico che ha caratterizzato la fine della presidenza di Biden. Le capitali europee dovrebbero quindi cogliere l’opportunità per diventare interlocutori privilegiati per la sicurezza e la difesa regionale.
Si apre, quindi, uno spazio per i leader europei che condividono obiettivi di fondo come contenere il comportamento spregiudicato di Israele, salvaguardare un canale diplomatico con l’Iran, preservare le condizioni per un accordo regionale su Gaza e rafforzare le istituzioni statali in tutto il Medio Oriente. I leader europei hanno espresso apertamente la loro solidarietà al Qatar e riconoscono che il modus operandi di Israele nella regione sta alimentando l’instabilità: dovrebbero ora passare all’azione. Innanzitutto potrebbero chiedere alle loro controparti del Golfo di essere coinvolti nelle discussioni per questo nuovo format 6+2 a New York. I principali Stati membri dell’UE possono poi offrire il loro sostegno attivo per contenere Israele, iniziando con il cogliere l’opportunità per il riconoscimento di uno Stato palestinese su iniziativa franco-saudita e facendo poi pressione su Israele, ad esempio con un embargo totale sulle armi, fintanto che continuerà a sostenere il conflitto.
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