Bonino: «Erdogan verso la dittatura Ma con lui l’Ue ha sbagliato molto»

E sull’Iraq: «Può tornare la guerra civile». Riguardo agli immigrati: «In Italia siamo bravi a salvare le persone ma poi, quando arrivano, siamo fermi al reato di clandestinità»

(Intervista a cura di Paolo Valentino, Corriere della Sera, 6 novembre 2016)
 

«I segnali della svolta autoritaria in Turchia si accumulano da anni — dice nell’intervista al Corriere l’ex ministro degli Esteri Emma Bonino —, ma certamente l’ultima escalation, con l’arresto dei leader del principale partito curdo, suggerisce che Erdogan taglia i ponti con l’Europa e l’Occidente. Preso da due guerre, una interna e l’altra esterna ma entrambe collegate alla questione curda, egli sceglie una strada in fondo alla quale c’è un regime dittatoriale. La situazione è preoccupante, anche perché la Turchia è membro della Nato e ospita testate nucleari, mentre l’Europa ha perso ogni leva di pressione».
In che senso?

«Nel momento in cui abbiamo deciso, sbagliando, che la nostra priorità nei confronti di Ankara era che si tenessero rifugiati e migranti, tutto il resto è diventato secondario».

Come dovrebbe reagire ora l’Europa?

«E’ molto difficile, tenendo conto del contesto, le basi Nato, la dipendenza energetica. Dovremmo tornare credibili, affrontare la questione migranti con l’integrazione e liberarci dalla dipendenza nei confronti della Turchia, cui abbiamo di fatto appaltato il problema dei rifugiati e la difesa delle frontiere esterne. Ci siamo consegnati mani e piedi a Erdogan, la cui deriva autoritaria non è cominciata con l’arresto dei leader curdi».

Una deriva inevitabile?

«Non era inevitabile che noi ci privassimo di ogni leva, rifiutando di affrontare il problema migranti e profughi a livello europeo, con una dimensione europea, come ci imponevano la nostra responsabilità e anche i nostri interessi. Lo sanno tutti che abbiamo bisogno di persone per compensare il calo demografico, lo dicono le ricerche dei radicali, di Confindustria, di Assolombarda. Quindi non è solo un problema di valori ma anche di necessità. Non lo abbiamo fatto per miopia, ragioni di bottega elettorale e questo è il risultato: siamo nelle mani di Erdogan».

Che fare quindi?

«Ci saranno com’è giusto una serie di dichiarazioni: questa deriva non è accettabile. Ma occorre anche riconoscere i nostri errori e correggerli. Solo la Germania ha fatto una legge sull’integrazione. Gli altri nessuno, noi in Italia siamo bravissimi a salvare le persone e dobbiamo esserne orgogliosi, ma poi quando arrivano siamo ancora fermi alla Bossi-Fini, al reato di clandestinità e via continuando».

Sbagliammo nel 2006 a chiudere la porta dell’Unione europea alla Turchia?

«Assolutamente sì, e fu quella la prima perdita di credibilità. Quando il Consiglio europeo decise all’unanimità di aprire i negoziati tutti sapevano che sarebbero durati vent’anni. Ma appena due mesi dopo, trascinati da Merkel e Sarkozy, i leader europei cambiarono idea. Gli errori passati e quelli recenti non giustificano però l’attuale deriva autoritaria. Il cammino è stretto, o facciamo la nostra parte e ci mettiamo in condizione di parlare con Ankara senza dover mendicare nulla, oppure non abbiamo alcuna possibilità di incidere. Detto questo, anche la Turchia deve pensarci due volte prima di continuare su questa strada: rotti i ponti con l’Europa, dove va? Il progetto di Davutoglu, nessun nemico ai nostri confini, è in macerie. Il Paese è isolato anche nella regione e ha grossi problemi economici».

Considera chiusa ogni prospettiva di negoziato della Ue con Ankara?

«No, non vorrei finisse così. Ma dobbiamo prima riappropriarci della nostra credibilità e della nostra agenda».

Facciamo bene in Libia a sostenere Serraj o è una partita senza speranza?

«Avevo espresso dubbi sin dall’inizio, il piano messo a punto da León e poi ripreso in toto da Kobler era troppo poco inclusivo, non teneva conto della realtà del terreno. Dieci mesi dopo i miei dubbi trovano conferma. Non penso che la situazione libica, che ha livelli di violenza inferiori alla Siria, sia destinata a migliorare. Probabilmente la comunità internazionale appoggia Serraj perché non vede un’alternativa. Intanto la Francia cura i propri interessi sostenendo il generale Haftar. Ricordo anche che la Libia è un enorme carcere a cielo aperto: nei campi libici ci sono centinaia di migliaia di disperati che arrivano da tutta l’Africa, sottoposti a maltrattamenti e torture».

In Iraq continua l’offensiva su Mosul. Sarà la vittoria decisiva contro Daesh?

«Prima o poi li cacceremo, sia pure a un costo umano esorbitante. Mi preoccupa che non ci sia alcun accordo sul dopo: chi lo gestirà? I peshmerga? Gli iraniani? I sunniti? Rischiamo di avviarci verso una nuova guerra civile in Iraq. Senza una gamba politico-diplomatica, ogni intervento militare è monco, come insegna la cacciata di Gheddafi».