Daniel Levy intervistato da L’Unità

Marco Mongiello, su L'Unità, intervista Daniel Levy, Direttore del Programma MENA di ECFR, sulla crisi tra Israele e Hamas

«Netanyahu non vuole la pace, la sua non è autodifesa»

Marco Mongiello, L’Unità, 15 luglio 2014

La leadership israeliana è «miope e irresponsabile» perché pensa di poter trarre vantaggi da un'ulteriore radicalizzazione palestinese e per questo ha sfruttato l'incidente dei tre coloni uccisi. «L'idea che ci potessero essere dei progressi nella riconciliazione palestinese è una minaccia per Netanyahu». È quanto ci spiega Daniel Levy, analista politico del think tank European Council on Foreign Relations ed ex consigliere dell'ex premier israeliano Ehud Barak: la comunità internazionale –  dice – e la Ue devono ottenere un cessate il fuoco e ricordare a Israele le sue violazioni del diritto internazionale.

Quali sono le ragioni della nuova escalation di violenza a Gaza?

«Bisogna guardare a due elementi. Uno è che Gaza continua ad essere un'area di punizione collettiva. Una situazione in cui le persone vivono permanentemente sotto assedio, in cui è impedita qualsiasi reale reintegrazione di Gaza nella più ampia comunità palestinese. Questo crea una condizione che quasi garantisce escalation periodiche. Poi si può guardare alla cause più immediate. Con la riconciliazione palestinese Hamas si sente schiacciata e vuole riguadagnare visibilità, ma anche Israele ha bisogno di condurre una delle sue periodiche riduzioni della capacità militare di Hamas a Gaza. Ma per me la vera ragione è che il premier israeliano ha sfruttato molto cinicamente l'uccisione dei tre coloni. Penso che i servizi di intelligence israeliani sapessero che i tre ragazzi erano stati uccisi e non rapiti, ma che Netanyahu abbia sfruttato per due settimane l'idea del rapimento per fare quello che voleva fare comunque e avere una scusa per agire contro Hamas e altri palestinesi in Cisgiordania con una campagna di arresti di massa e punizioni collettive. Hamas ha risposto. Israele ha risposto a sua volta e ora ci troviamo in questa escalation».

Quindi secondo lei Netanyahu sta cercando di ostacolare la riconciliazione tre le fazioni palestinesi?

«Certo, molto chiaramente. Netanyahu non vuole promuovere la pace e il ritiro israeliano dai territori occupati. Il suo obiettivo è esattamente l'opposto. La leadership israeliana vuole mantenere un controllo permanente sui palestinesi e vuole evitare qualsiasi progresso di pace. Da questo punto di vista la divisione palestinese è molto utile e quindi l'idea che ci potessero essere dei progressi nella riconciliazione palestinese è una minaccia per Netanyahu. Il premier israeliano ha utilizzato questa riconciliazione per dire che Abbas è uno che fa accordi con i terroristi, ma sa bene che anche se queste affermazioni suonano bene alla Cnn l'unità palestinese indebolisce la sua posizione. Quindi Netanyahu ha utilizzato le due settimane (tra la scomparsa dei tre coloni e la scoperta dei cadaveri) per contrastare Hamas sul terreno in Cisgiordania e per attaccare Abbas dal punto di vista diplomatico. E ora probabilmente la riconciliazione palestinese è indebolita».

Cosa dovrebbe fare la Ue e la comunità internazionale?

«Nell'immediato bisogna dire chiaramente e pubblicamente a Israele che le sue violazioni del diritto internazionale e le uccisioni indiscriminate di civili palestinesi devono finire. Il diritto all'autodifesa non include il diritto di fare quello che sta facendo Israele a Gaza, né quello di mantenere un'occupazione illegale per 47 anni. La comunità internazionale poi dovrebbe spingere l'Egitto a fare da mediatore in modo più efficace, perché Usa, Francia, Germania e Regno Unito si riuniscono ma nessuno di loro ha dei veri contatti con Hamas. Sono necessari altri interlocutori. Dobbiamo imparare la lezione del passato. Nel 2008 e 2009 (operazione israeliana Piombo Fuso a Gaza, ndr) il mondo è rimasto a guardare. Le conseguenze delle azioni compiute in questi giorni sono già terribili. Le Nazioni Unite hanno stimato che il 78% delle vittime palestinesi sono civili. Nel lungo termine poi bisogna affrontare le questioni di fondo nei periodi di calma. Prima di questa escalation abbiamo avuto un anno e otto mesi di calma e prima di allora quasi quattro anni e i nodi non sono stati risolti».