Napolitano resta, Berlusconi vince

Sordo, inaffidabile, senza scuse: con queste parole uno stanco e furioso Giorgio Napolitano, 87 anni, ha parlato del Parlamento nel suo messaggio inaugurale di lunedì, al momento della sua riconferma (evento senza precedenti nella storia italiana) come Presidente della Repubblica. 

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Sordo, inaffidabile, senza scuse: con queste parole uno stanco e furioso Giorgio Napolitano, 87 anni, ha parlato del Parlamento nel suo messaggio inaugurale di lunedì, al momento della sua riconferma (evento senza precedenti nella storia italiana) come Presidente della Repubblica. Ha minacciato di dimettersi, nel caso in cui i politici continuino ad agire con “irresponsabilità”. “Ma ho il dovere di essere franco: se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze” sono state le sue parole, simili a quelle di un insegnante che sgrida i suoi allievi. L’avvertimento è stato accolto con calore e applausi prolungati. È stato un ammonimento pubblico riferito alla persistente negligenza che ha colpito il Paese nello stesso modo in cui ha favorito i partiti politici per così tanti anni.

La riconferma di Giorgio Napolitano è arrivata dopo giorni di incertezza e divisioni. Nonostante l’età e il manifesto desiderio di ritirarsi, Napolitano non ha avuto scelta: i partiti l’anno pregato di rimanere semplicemente perché non avevano idea di cosa fare. Ha interrotto lui lo stallo politico iniziato con le elezioni più di due mesi fa – periodo che è servito a sottolineare la profondità della crisi politica italiana. Il Partito Democratico e il Popolo della Libertà, con il supporto della montiana Scelta civica, hanno dovuto alla fine convergere su Napolitano, rieletto con un’ampia maggioranza.

Certamente Napolitano è stato un capo di stato importante, e la sua forza gli ha permesso di usare il potere esecutivo con modalità senza precedenti portando l’Italia più vicina ad un sistema presidenziale che ad uno parlamentare. In politica estera ha preso posizioni molto chiare e inusuali per un capo di stato italiano. Ha dimostrato supporto per gli alleati in Libia, quando il governo di Berlusconi aveva un piede nel campo di Gheddafi e l’altro in quello degli alleati europei (ad una conferenza pubblica l’allora Ministro degli Esteri Franco Frattini ammise che Napolitano era stato di grande supporto per lui in un momento molto difficile in cui dissentiva con l’approccio del suo governo sulla Libia). È noto che Obama e la Merkel fossero soliti parlare soltanto con lui mentre il Paese stava affondando sotto l’amministrazione Berlusconi. Poco dopo aver evitato che l’Italia fosse preda di uno scenario simile a quello greco, il New York Times l’ha soprannominato “Re Giorgio”per “la sua grandiosa difesa delle istituzioni democratiche e per il ruolo notevole giocato nel rapido passaggio dal movimentato governo di Silvio Berlusconi a quello tecnico di Mario Monti”.

Se riportare indietro Napolitano rappresenta evidentemente una via d’uscita dalla stagnazione politica, rimane ora da vedere quale sarà la logica che guiderà la formazione del nuovo governo. L’alleanza che ha pregato il presidente ottantasettenne di restare è quella che Silvio Berlusconi vorrebbe formasse un governo per il Paese (proposta ripetutamente respinta da Pierluigi Bersani). L’accordo, soprannominato da Beppe Grillo “l’inciucio”, è stato denunciato da moltissimi votanti della base del Partito Democratico. Infatti, le divisioni interne hanno causato notevoli problemi all’interno del PD, rivelando la sua incapacità di rappresentare l’intero spettro dei suoi elettori. Potrebbero addirittura portare al naufragio del Partito Democratico.

In un primo tempo il PD aveva supportato un candidato amato dal centrodestra, Franco Marini, causando furiose proteste (#OccupyPD) in tutto il Paese e fuori dal Parlamento. Una volta sconfitto Marini, hanno optato per Romano Prodi, fondatore del partito (vincitore delle elezioni, in grado di sconfiggere Berlusconi per ben due volte). La candidatura di Prodi era stata salutata con una standing ovation dai grandi elettori del partito. Ma – sorpresa – Prodi non ha ottenuto una maggioranza sufficiente: 101 tra quegli stessi grandi elettori hanno tradito lui e la linea di partito (uno su quattro ha scelto di non votare per il padre fondatore). Ciò ha causato un completo disastro e potrebbe comportare la fine del Partito Democratico. Accusato di arroganza e sordità, di essere molto più interessato a salvaguardare i propri interessi che a parlare con i cittadini e comprendere l’insoddisfazione. I dirigenti non hanno ancora spiegato perché non hanno supportato il candidato di Grillo, Stefano Rodotà, malgrado la simpatia nutrita per lui da parte di tanti elettori del PD. Alternative come la candidatura di Emma Bonino sembrano non essere state nemmeno considerate.

Il risultato è costituito dall’incubo peggiore: ancora una volta, Berlusconi è il vero vincitore. Vent’anni più tardi, nulla è cambiato.