Fate presto Italia!

“FATE PRESTO” fu il titolo di apertura de Il Sole 24 Ore del 10 novembre 2011, nei giorni in cui Silvio Berlusconi rassegnò le dimissioni a causa della drammatica crisi economica dell’Italia. Lo stesso titolo fu già utilizzato nel 1980, in seguito ad un terribile terremoto che sconvolse il paese. Oggi, nel 2013 e cioè a quasi un anno e mezzo dalla nomina di un governo tecnico con il compito di scongiurare per l’Italia uno “scenario greco”, l’ SOS che giunge dal paese non è mai stato così urgente.

Silvia Francescon
ECFR Alumni · Head, ECFR Rome Office

“FATE PRESTO” fu il titolo di apertura de Il Sole 24 Ore del 10 novembre 2011, nei giorni in cui Silvio Berlusconi rassegnò le dimissioni a causa della drammatica crisi economica dell’Italia. Lo stesso titolo fu già utilizzato nel 1980, in seguito ad un terribile terremoto che sconvolse il paese. Oggi, nel 2013 e cioè a quasi un anno e mezzo dalla nomina di un governo tecnico con il compito di scongiurare per l’Italia uno “scenario greco”, l’ SOS che giunge dal paese non è mai stato così urgente.

L’Italia di oggi è paralizzata. Quarantacinque giorni dopo le elezioni di febbraio il paese è ancora senza un governo. L’accordo de facto raggiunto prevede dapprima il voto per il nuovo Presidente della Repubblica, poi per il governo (oppure, in alternativa, sarà il neo-eletto Capo dello Stato a farsi carico d’indire nuove elezioni). Nel frattempo il governo Monti resta in carica, uno scenario indesiderato dai principali gruppi politici (Partito Democratico, Popolo della Libertà e Movimento 5 Stelle), e un comitato di dieci “saggi” incaricato dal Presidente Napolitano sta provando a formulare proposte condivise sul piano delle riforme economiche e istituzionali. Uno stallo, una paralisi totale.

Il Vice-Presidente della Commissione Europea, Olli Rehn, che ha di recente incontrato Mario Monti per discutere dei pagamenti dilazionati, ci ha voluto ricordare che “the accelerated repayment of commercial debt to Italian enterprises it is a matter of utmost urgency.” Questo appello appare particolarmente calzante dal momento che i problemi economici dell’Italia sono legati ad una perdita di competitività nel lungo termine e alle imposizioni finanziarie eccessivamente stringenti per famiglie e imprese. Al fine di superare questo stallo sia politico che economico, il paese deve presentare un programma di stabilità durante il corso di questo mese. Il governo Monti ha già sbloccato 40 miliardi di euro di debito commerciale a beneficio delle imprese italiane (mi chiedo perché questo non sia stato fatto prima – naturalmente c’era la necessità di convincere i nostri partner europei della nostra credibilità, affinché ci concedessero qualche flessibilità nell’interpretazione del Patto di Stabilità, ma questo è diventato un punto di discussione solo nell’ultima settimana: perché?). Inoltre, non è apparso chiaro quanti soldi lo Stato debba esattamente trasferire alle imprese. Stime ufficiali dicono 70 miliardi di euro, ma ogni giorno riparte la lotteria su questi dati: 90, 100, 120 milairdi. Questo non è più accettabile. Arrivati ad un tale momento cruciale non c’è la percezione dell’urgenza di un intervento.

Ciò che preoccupa maggiormente è lo scenario che si sta delineando: la crisi politica del paese si trascinerà ancora per almeno diverse settimane, essendo inestricabilmente legata all’elezione del successore del Presidente Napolitano. Anzichè superare le divisioni, le forze politiche continuano ad essere discordi su tutto, dal nome del possibile candidato alla presidenza fino alle riforme o ai costi del caffé per i parlamentari alla buvette della Camera.

La decisione del Capo dello Stato di affidare il compito di trovare un accordo sulle principali riforme economico-istituzionali ad un gruppi di dieci saggi (tutti uomini), forse nel tentativo disperato di risolvere i contrasti tra tutti i partiti, si è rivelata essere un modo di posticipare la creazione di un governo, attuare riforme concrete e implementare le misure più urgenti. La storia italiana ci insegna che questo genere di commissioni non funzionano. Di più, esse non rappresentano l’attuale società italiana (la maggior parte dei membri delle due commissioni di saggi nominate sono uomini, e, con poche eccezioni, sono stati attivamente parte della politica tradizionale degli ultimi venti anni).

L’altra opzione che il Presidente Napolitano aveva considerato era di terminare il proprio mandato con un mese di anticipo, al fine di consentire al neo-eletto Capo dello Stato di indire nuove elezioni. (Secondo la Costituzione italiana il Presidente non può sciogliere una o entrambe le Camere del Parlamento durante gli ultimi sei mesi del suo mandato, il cosiddetto “semestre bianco”). Napolitano ha deciso di non dimettersi in seguito alle pressioni ricevute sia dall’Europa, in particolar modo dal Presidente della BCE Mario Draghi, sia dagli Stati Uniti. Tutti sono spaventati dalle possibili conseguenze economiche che le sue dimissioni potrebbero provocare. Ancora una volta Napolitano s’è fatto carico dell’insostenibile stallo per il bene del paese. Lo stesso non si può invece dire dei partiti politici.

Senza dubbio gli interessi particolari dei partiti hanno avuto la precedenza sul perseguimento del bene comune dell’Italia. Le ultime elezioni hanno portato alla formazione di tre blocchi, nessuno dei quali ha ottenuto sufficiente supporto per governare in autonomia. Mentre il paese affonda, il Movimento 5 Stelle ha deciso che il suo tsunami deve arrivare sino allo smantellamento definitivo del sistema (il loro obiettivo è l’attuale regime politico, ma sono pronta a scommettere che presto la comunità economica sarà presa di mira, forse seguita dai mezzi di comunicazione). Grillo ha detto a chiare lettere che il Movimento mira ad ottenere il 100% dell’elettorato, ma la realtà è che se ci saranno nuove elezioni Silvio Berlusconi potrebbe farcela per la quinta volta.

Il Partito Democratico, che sta passando un periodo particolarmente problematico anche dal punto di vista dei suoi equilibri interni, cambierà i suoi vertici. Il candidato “naturale” per la Segreteria sarebbe Matteo Renzi, che ha già inziato la sua campagna elettorale. Renzi, 38 anni, lo scorso dicembre ha perso le primarie del partito a favore di Pierluigi Bersani. Il sindaco di Firenze è giovane e ambizioso, ma allo stesso tempo ha esperienza politica e forti doti comunicative (capacità che sono state esclusivo monopolio di Berlusconi negli ultimi ventanni). Viene percepito come potenzialmente in grado di cambiare le carte in tavola, recuperando voti confluiti nel Movimento 5 Stelle così come nel centro-destra.  Resta da vedere se Renzi sarebbe davvero un innovatore – dopotutto lo stesso Berlusconi scese in politica nel 1994 dopo un altro tsunami (Mani Pulite), quindi sarei molto cauta prima di attribuire a chiunque il titolo di nuovo Messia. Certamente concordo con Renzi quando afferma che l’Italia sta sprecando tempo prezioso. Le imprese stanno chiudendo, i problemi finanziari stanno portando le persone fino al gesto estremo del suicidio e l’unica risposta giunta sinora dai politici è l’aver rimandato le decisioni più controverse. La barca sta affondando. Non abbiamo bisogno di commissioni di saggi; noi abbiamo solo bisogno di sagge e concrete decisioni adesso. Il tempo è scaduto.