Il prossimo intervento militare occidentale in Libia: marcia della follia 2.0?

I sostenitori della guerra occidentale contro l'ISIS in Libia insistono sul fatto che l' intervento avrebbe come oggetto l’ISIS, non la Libia. Ahimè, indipendentemente dall’obiettivo, l’intervento avrà comunque luogo in Libia

Mattia Toaldo
ECFR Alumni · Senior Policy Fellow
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Quando i membri della coalizione anti-Isis si sono riuniti  a Roma, il rullo di tamburi della guerra in Libia batteva forte già da tempo. La scorsa settimana, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha incaricato il suo Consiglio per la Sicurezza Nazionale di prendere in considerazione tutte le opzioni per estendere la guerra contro lo Stato islamico anche alla Libia – un paese che ha conosciuto poca stabilità dopo l'ultimo intervento occidentale nel 2011. Questa volta, una coalizione ad hoc guidata da Stati Uniti e Francia condurrà l'intervento, con i paesi vicini, Regno Unito e Italia legittimati attraverso ruoli di sostegno.

I sostenitori della guerra occidentale contro lo Stato Islamico in Libia insistono sul fatto che qualsiasi intervento avrebbe come oggetto l’ISIS e non la Libia, come confermato da un funzionario statunitense durante una conversazione privata. Ahimè, indipendentemente dall’obiettivo, l’intervento avrà comunque luogo in Libia. Questa semplice realtà geografica vuol dire che le complesse faide politiche e gli intrighi che hanno afflitto la politica libica negli ultimi cinque anni avranno inevitabilmente un peso in qualsiasi intervento occidentale. In definitiva, un intervento occidentale che non tenga conto della politica libica e che fallisca nel delineare ciò che sostituirà l’ISIS nell’eventualità di una sua sconfitta, non sarà di alcun beneficio, tanto per la Libia quanto per l'Occidente.

Un ritorno alla guerra al terrorismo

Con un intervento in Libia, la guerra contro l’ISIS comincerebbe ad assomigliare alla lunga lotta contro al-Qaeda. Nel concetto di “guerra al terrore” impiegato contro al-Qaeda, l'attenzione si era concentrata su una specifica e capillare organizzazione terroristica e sulla sua leadership, e non sui paesi in cui il gruppo risiedeva. Interventi, privi della partecipazione della politica nazionale possono essere realizzati con un impatto relativamente leggero: alcuni attacchi aerei, droni, forse qualche centinaio di forze operative speciali sul terreno. Ciò permette ai policymaker di evitare ulteriori discussioni sulle politiche, necessarie per dispiegare forze di larga scala sul terreno, e sulle conseguenze interne, ossia le perdite umane. Fino a poco tempo fa, il mantra di europei e americani era che il modo migliore per sconfiggere l’ISIS in Libia era quello di porre fine al caos che dominava il paese. Il processo guidato dalle Nazioni Unite mirava a negoziare la formazione di un governo di unità nazionale. Il Governo di Unità Nazionale (GNA) avrebbe beneficiato dell’addestramento occidentale e di un programma di assistenza per le nascenti forze di sicurezza libiche, inclusi i cosiddetti “boots on the ground” preposti a guidare l’addestramento. Per qualche tempo si è considerata la partecipazione di truppe occidentali in un piano volto a dispiegare una “forza di stabilizzazione”, a protezione del nuovo governo a Tripoli. Il programma di assistenza è ancora formalmente sul tavolo e i governi occidentali continuano a ripetere che aspetteranno la richiesta da parte del governo di unità nazionale prima di dispiegare la forza militare in Libia. Tuttavia, il processo politico destinato a creare il GNA è bloccato e senza speranza. È difatti improbabile che tale governo richieda l’intervento occidentale se ancora non esiste. Nel contempo, la presenza dello Stato Islamico in Libia sta crescendo, con notizie sempre più frequenti secondo cui il quartier generale dell’organizzazione si potrebbe spostare in Libia, da Raqqa in Siria, qualora l’Isis perda il controllo della città.

Per queste ragioni, i ministri della difesa occidentali affermano che “in caso di emergenza” verrà dispiegata una reazione rapida contro l’Isis in Libia, senza attendere la richiesta del GNA.  Le “emergenze” sono facili da immaginare: un attacco terroristico in Europa ideato in Libia, un'altra offensiva contro le piattaforme petrolifere, rapimenti di stranieri, o qualche altro oltraggio dell’ISIS. È come se solo una “emergenza” ci separi dall’intervento.

Non fare scelte stupide

L'unico problema di questo piano di emergenza è che non funzionerà. Come i precedenti interventi in Afghanistan, Libia, Siria e Iraq hanno ampiamente dimostrato, nessun intervento militare può avere successo senza una strategia politica che faccia i conti con lo stato in cui l’intervento ha luogo.

I politici occidentali ne sono consapevoli, ma si ritrovano a dover gestire le urgenti richieste di “fare qualcosa” contro l’Isis e a fronteggiare le ondate migratorie, provenienti per la maggior parte dal Nord Africa. Eppure, chi è costretto dalle pressioni politiche interne a “fare qualcosa” può finire per fare qualcosa di stupido. L’utile richiamo dell’anno scorso del presidente Obama a “non fare cose stupide” è quanto meno un buon punto di partenza della politica estera.

In questo caso, un intervento privo di una strategia politica per la Libia finirebbe, per diversi motivi, per essere peggiore del non intervento. In primo luogo, al momento l’ISIS in Libia è principalmente una forza straniera. Un intervento a guida straniera finirebbe per favorire l’Isis che potrebbe attirare a sé altri libici, in particolar modo i membri del precedente regime, colpiti nel 2011 da un intervento straniero. Queste forze giocherebbero un ruolo cruciale per l'espansione territoriale dell’ISIS e per la sua capacità di controllare le rotte dei trafficanti, in particolare nel centro e nel sud della Libia. Come in Siria e in Iraq, le forze del precedente regime (tra cui le forze tribali legate a Gheddafi) potrebbero rivelarsi una risorsa molto importante per l’ISIS. Spetta ai libici liberare il proprio paese e l’Occidente ha il compito di assisterli in questo processo, non di relegarli nelle retrovie.

In secondo luogo, con l'Occidente a farsi carico del problema ISIS, i signori della guerra libici e le potenze regionali sarebbero deresponsabilizzati, liberi di proseguire con la partizione de facto del paese, continuando a contendersi le ultime porzioni di ricchezza rimaste in Libia. Un intervento occidentale nel paese che non abbia il consenso dei libici finirebbe per screditare quelle forze libiche, fino ad ora disposte a lavorare per un processo politico con l’Occidente. In ultima analisi, verrebbe invalidato il lavoro di Martin Kobler come inviato speciale delle Nazioni Unite.

Ultimo punto, ma non meno importante, la guerra al terrore 2.0 non ha finora ottenuto grandi risultati. Questo è un fattore importante dal momento che i libici guardano ogni giorno i servizi televisivi arabi sulle difficoltà della transizione irachena e sul disastroso stato in cui versa la Siria. È improbabile che possano accogliere un intervento che renderebbe la Libia una riluttante teatro dell’ennesimo coinvolgimento occidentale all’estero, con scarsi benefici tanto per la Libia quanto per l’Occidente stesso.

Un progetto politico alternativo

Per evitare questo spiacevole esito, qualsiasi nuovo intervento occidentale deve avere luogo in tandem con un progetto politico alternativo per la Libia. Il processo politico guidato dalle Nazioni Unite attualmente è di fatto bloccato. Il parlamento libico riconosciuto a livello internazionale, la Camera dei Rappresentanti, ha respinto la lista dei ministri del governo di unità nazionale e posto condizioni inaccettabili per l’accettazione dell'accordo mediato dall'ONU, mantenendo inoltre aperta la controversa questione del Generale Khalifa Haftar, un anti-islamista con forti legami con l'Egitto e dalle deboli credenziali militari.

 Per la maggior parte delle altre fazioni questo è inaccettabile: le milizie di Misurata e le guardie petrolifere non vogliono che rimanga. Haftar non gode della fiducia dell’Esercito Nazionale Libico in lotta contro l’Isis a Bengasi, mentre le milizie che attualmente occupano Tripoli non accetterebbero mai un’opzione che includa la permanenza di Haftar come capo delle forze armate.

E’ improbabile che questa situazione cambi, a meno che Stati Uniti, Europa e paesi arabi interessati si impegnino a riformare il formato del dialogo politico con i libici intenzionati a raggiungere un accordo. Concentrarsi sui due parlamenti in lotta, una con sede a Tobruk, l'altro a Tripoli, ha poco senso in quanto essi sono altamente disfunzionali e portavoce solo di una parte delle fazioni.

Si dovrebbe dar vita ad una struttura più ampia (forse una “shura”, un consiglio consultivo che lavori per consenso) che includa i parlamentari interessati a un accordo, i comuni, la società civile e i leader tribali.

A coloro che hanno già concordato e rispettato gli esistenti cessate il fuoco locali dovrebbe essere attribuito un ruolo più forte. Questa struttura potrebbe sia discutere l'accordo politico come anche lanciare una chiamata alle armi contro l’ISIS. Nel contempo, la comunità internazionale potrebbe lavorare con il consiglio presidenziale esistente, assicurando che il nuovo approccio consensuale gli consenta di trasferirsi da Tunisi, dove si trova attualmente, a Tripoli, dove risiedono tutte le leve del potere.

Ciò consentirebbe una convergenza (una vera e propria coalizione è improbabile) di diverse forze libiche nella lotta contro l'ISIS. Alcune di esse hanno un interesse più diretto a farlo, soprattutto a causa della vicinanza con l’area controllata dall’Isis o perché sono già state prese di mira. Tutte le forze sociali e politiche che hanno firmato e rispettato le tregue locali nella Libia occidentale potrebbero aiutare a contenere, politicamente e militarmente, l'espansione dell’ISIS oltre l'area intorno a Sirte, l’epicentro del potere dell’Isis in Libia.

Questa “convergenza libica” potrebbe, ovviamente, richiedere il sostegno dell’aviazione e dell’intelligence occidentale per l’offensiva di terra contro l’Isis. In tal modo, l'intervento occidentale servirebbe a rafforzare la cooperazione piuttosto che la competizione. Intervenire per primi e poi, in un secondo momento, ricercare partner sul terreno produrrebbe il risultato inverso. Piuttosto che vedere i libici divenire esecutori sul campo di una strategia decisa altrove, è meglio che le azioni occidentali coesistano con l’agenda libica.

In ultima analisi, l’ISIS in Libia, come altrove, è fiorente a causa della presenza di spazi non governati.  Per essere credibile, qualsiasi intervento dovrebbe affrontare la questione di chi governerà gli spazi liberati dal controllo dell’Isis. Ciò può avvenire solo se i libici verranno coinvolti nella definizione della strategia, e non relegati a meri oggetti di essa.

Inutile sottolineare come questo piano alternativo necessiti di tempo e coraggio politico per prendere forma. Avrebbe tuttavia il vantaggio di fornire una strategia politica per qualsiasi intervento, accrescendo le probabilità che vi sia effettivamente qualcuno che si farà carico dei territori liberati dall’Isis- qualcuno migliore rispetto all’Isis. In caso contrario, l'Occidente sarà destinato a ritornare, fra cinque anni, in formato 3.0.