Il messaggio centrale dell'Audit politico sulle relazione Unione europea e Cina, vale a dire l'analisi dettagliata di come ciascun Stato membro affronta le questioni più sostanziali nelle proprie relazioni con la Cina e dei loro rapporti di forza, condotto dall'European Council on Foreign Relations (ECFR), è che la politica europea nei confronti della Cina non è coordinata né condivisa e, di conseguenza, presentandoci in ordine sparso e con agende diverse - anzi, spesso facendoci del male da soli in concorrenza l'uno contro l'altro - l'influenza Europea (leverage) sulla Cina è quasi inesistente. Risultato: la Cina, che pure per via della sua storia e tradizione, conosce l'Europa attraverso i suoi secolari rapporti con singoli paesi europei, ha difficoltà a percepire l'Ue come entità unica o comunque come attore rilevante sulla scena mondiale. E, spesso, queste divisioni le accentua ad ulteriore danno dei paesi europei, non avendo incentivi a comportarsi diversamente.
Il rapporto identifica la posizione dei 27 stati membri riunendole, approssimativamente, in 4 gruppi: liberisti ideologici ((Danimarca, Olanda, Svezia, capeggiati dalla Gran Bretagna) contrari a qualsiasi iniziativa protezionista anche di fronte all'attuale crisi mondiale, pronti a criticare la Cina sui diritti umani e disponibili ad incontrare il Dalai Lama seppur non ufficialmente; mercantilisti apolitici (Bulgaria, Cipro, Finlandia, Grecia, Ungheria, Malta, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia, Italia, e la Francia chiracchiana perché con l'arrivo di Sakozy la posizione francese è cambiata, con meno realpolitik per esempio su Olimpiadi e Tibet) che ritengono che una politica acritica sia la più adatta per far maturare benefici economici e quindi stanno storicamente alla larga da qualsiasi rilievo sui diritti umani (paradossalmente sono i paesi che più soffrono dalla crescita della Cina); industrialisti intransigenti (Repubblica Ceca, Polonia e Germania) pronti a minacciare la Cina di reciprocità in caso di protezionismi (la Germania se lo può permettere essendo il primo partner commerciale in Europa); i discepoli (Austria, Belgio,Irlanda, Paesi baltici, Lussemburgo), quelli che, passivamente, seguono la posizione europea, quando questa si manifesti.
Una fotografia non proprio lusinghiera per l'Europa: la cacofonia delle posizioni fa sì che la Cina non ci sente; la frammentarietà delle politiche fa si che non ci vede. E' fondamentale che l'Europa trovi la volontà politica e i meccanismi per superare questo stato di cose se non vuole condannarsi alla irrilevanza.
In fondo l'Europa e la Cina non hanno contrasti strategici o interessi conflittuali a livello regionale (basti pensare all'Afghanistan: ha la Cina interesse ad avere ai suoi confini uno stato musulmano integralista di matrice al qaedista? No, ma c'è da domandarsi quanto sia stata finora coinvolta, o si sia lasciata coinvolgere, in un approccio regionale alla questione) ma la strategia realista della Cina, che la rende indifferente per non dire "glaciale" su molte delle questioni internazionali, fa sì che alla fine gli obiettivi di ciascuno rimangano distanti. Ma quando l'Europa si presenta unita - è il caso dell'approccio E3 in Iran - la Cina non rimane insensibile; dove si presenta sparpagliata - è il caso della Birmania - la Cina la ignora.
Per questo, il rapporto propone un nuovo approccio che ha chiamato "reciprocal engagement", accantonando la "unconditional engagement" portata avanti finora. Per i paesi Ue ciò significa "europeizzare" le proprie politiche (perciò l'adozione del Trattato di Lisbona è importante) e il rapporto vede in Gran Bretagna, Francia e Germania gli unici paesi capaci di prendere la leadership in questa direzione. I quattro gruppi identificati dovrebbe fare più compromessi, i primi cominciando ad essere meno dogmatici e meno critici di qualsiasi posizione europea che finisce per indebolirla, i secondi a mollare le mire di un rapporto esclusivo e a sostenere posizioni comuni su Tibet e Taiwan, i terzi ad essere più selettivi nella loro critica e mettere in comune alcuni dei mercati che hanno monopolizzato (in particolare la Germania), i quarti ad essere più proattivi nel sostenere posizioni comuni. Questo darebbe all'Europa più peso sul rispetto dei diritti umani e assicurerebbe un miglior accesso ai mercati cinesi; si troverebbe in una posizione rafforzata per negoziare contenziosi su pratiche sleali e sul rispetto della proprietà intellettuale, e per incitare maggiori riforme economiche. La moneta di scambio potrebbe essere la Market Economy Status per la Cina ed un miglior accesso per gli investimenti cinesi in società europee. L'Europa deve muoversi rapidamente, in maniera coesa, concentrandosi su di un dialogo costruttivo anziché vagheggiare di volta in volta di G8, G14, G20 o G quant'altro. Il rischio è che per semplificarsi la vita si finirà per avere un G2 secco, come già qualcuno propugna, con la Cina unicamente concentrata sugli Usa e viceversa, visti i rapporti così interconnessi: mercati Usa in cambio di liquidità cinese. E' un dossier difficile e complesso, certo. Ma di fondamentale rilevanza: la Cina è oggi un attore imprescindibile sullo scacchiere mondiale dal punto di vista politico, economico, finanziario, ambientale/energetico ed altri ancora. Un' Europa coesa, magari in sintonia con l'Amministrazione Usa, avrebbe più possibilità di ottenere dalla Cina comportamenti coerenti a quello status di "responsible stakeholder" di cui parlava Robert Zoellick.
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