The European Council on Foreign Relations

State of the Union: Lack of credible leaders

By Giuliano Amato - 27 Jul 08


This article was originally published in Il Sole 24 Ore on 27 July 2008.

Riprendo dopo due anni il mio dialogo con i lettori del Sole 24 Ore. E voglio riprenderlo con un omaggio alla verità delle cose contro gli stereotipi, che vedo sempre più prevalere nel dibattito pubblico e che la verità non la ignorano, ma la deformano e la innestano in visioni e generalizzazioni fuor di misura, da cui vengono tratte poi valutazioni e reazioni sbagliate.

Può darsi che questi specchi deformanti nei quali i frammenti di verità si frammischiano a pregiudizi, preoccupazioni, scenari inesistenti ma temuti, siano ciò che serve alla politica per suscitare il consenso emotivo dei suoi elettori e agli stessi giornali per destare l'attenzione dei lettori.

Certo si è che di essi si potrebbe fare un campionario, constatando in ogni caso quanto sia facile, in base alle diagnosi che essi offrono, sbagliare di grosso le necessarie terapie.

Si parla di un'economia internazionale nella quale l'economia europea sarebbe il vaso di coccio, mentre la Germania sta costruendo un suo sistema mitteleuropeo che si consolida con perdurante successo (né la Germania è l'unico dei nostri Paesi a cavarsela). Non sarà il caso di precisare meglio le debolezze esistenti in Europa e quelle, che ci sono, dell'insieme europeo in un mondo sempre più multipolare? Si parla di crisi finanziarie dovute alla mancanza di Stato e a un mercato globale troppo a lungo lasciato a se stesso, mentre è crescente il peso di aziende di Stato, di fondi sovrani, di scelte finanziarie e monetarie di Stati potenti, in primo luogo la Cina.

Non sarà il caso di precisare meglio a quali effettive carenze di regolazione si deve il marasma finanziario in cui siamo caduti, chiedendo, questo sì, ai liberisti estremi di prenderne atto?

Dopo il no irlandese al Trattato di Lisbona si parla di un'Europa rifiutata dai suoi cittadini e sprovvista di missione, che è nel bel mezzo della sua infinita crisi esistenziale (e che solo per tale crisi merita l'attenzione di chi voluttuosamente in questi termini ne discute e ne scrive). Su questo stereotipo vorrei qui soffermarmi, non per rispettare i confini europei delle mie vecchie Lettere, che per il futuro vorrei invece valicare, ma perché esso è davvero esemplare nella pluralità dei fattori deformanti di cui risulta nutrito.

Comincio dall'Europa rigettata dai cittadini a causa dei no al Trattato nei referendum nazionali di cui esso è stato oggetto. Sfiderò una retorica che si ammanta di sovranità popolare, ma io non sono affatto sicuro che sia sempre quel rigetto il significato, o quanto meno il significato prevalente dei no. Probabilmente lo è stato nel caso dell'Olanda, un Paese un tempo eurofilo come pochi e da anni invece diffidente verso una casa comune aperta a nuovi entranti in cui molti olandesi vedono un rischio per i loro valori nazionali. Ma non è stato così nel caso dell'Irlanda, che era e rimane fortemente europeista e che ha avuto vicende interne, il cambio del primo ministro alla vigilia del referendum, che hanno inciso negativamente sulla stessa informazione fornita ai cittadini nella campagna referendaria, favorendo così il successo dei diversificati e ben organizzati fautori del no.

Il fatto si è che i referendum nazionali sono un pessimo strumento per far esprimere i cittadini sull'Europa. In essi ci si trova di fronte i propri leaders nazionali e molto spesso a loro si risponde si o no, reagendo non al quesito europeo, ma a questioni aperte in sede nazionale. E' noto che nel referendum francese l'impopolarità del Presidente Chirac giocò un ruolo primario nella vittoria del no.

Va aggiunto che mentre si svolgeva il referendum irlandese, i sondaggi di Eurobarometro registravano una fiducia dei cittadini nelle istituzioni europee in progressivo aumento e comunque superiore a quella nelle istituzioni statali, e in più segnalavano crescenti aspettative nell'Europa su temi cruciali. E qui passo al secondo stereotipo, quello dell'Europa senza missione. Se si vuol dire che l'Europa non ha più una missione fortemente coinvolgente come quella iniziale - uniamoci per porre fine alle guerre fra noi che hanno insanguinato il mondo - si dice una assoluta verità. Ma è non meno vero che quella iniziale aveva tutti i tratti della missione fondativa, che essa è stata adempiuta con successo e proprio per questo ha dato radici all'Europa. E l'Europa cresciuta su quelle radici ha missioni ben chiare ai suoi cittadini, anche se non dotate della stessa forza emotiva.

L'Europa di oggi è infatti il livello più alto di un sistema articolato di governo, così entrato nella coscienza dei cittadini che è a esso che rivolgono le domande per le quali avvertono l'inadeguatezza degli Stati. Dagli Stati i cittadini. si aspettano l'istruzione, le pensioni, il welfare. Ma in una percentuale che va dal 60% sino all'80% è in primo luogo all'Europa che chiedono di intervenire in tema di terrorismo, ambiente, energia, ricerca, immigrazione e criminalità. La missione dunque c'è, non c'è nulla da inventare.

I cittadini non sono soddisfatti dell'Europa? Non lo sono per le risposte che ricevono, proprio come accade per quanto chiedono ai loro Stati. E perché allora per l'Europa dobbiamo sempre parlare di crisi esistenziale e per gli Stati no? Preoccupiamoci piuttosto di farla funzionare meglio l'Europa e di rendere più chiaro quello che fa.

Sono due gli ingredienti che servono per questo. Intanto regole e procedure migliori, esattamente quello che offre il Trattato di Lisbona. Se lo si legge senza pregiudizi, ci si accorge che offre basi legali d'intervento in nuove materie come l'energia, assetti e procedure volte a garantire coerenza e continuità alle politiche adottate, maggior ruolo dei Parlamenti nazionali e degli stessi cittadini.

Ma poi, e soprattutto, serve una motivata e motivante leadership europea, perché è essa che anima le regole e fa dei tanti progetti che abbiamo nei cassetti l'ossatura di visioni condivise, facendo così cadere ostacoli e resistenze in nome della missione comune. E la missione comune - rileggiamo la lista delle domande rivolte all'Europa - non è nulla di meno della salvaguardia del nostro futuro in un mondo che ha bisogno anche di noi per divenire più ordinato e più giusto.

Purtroppo è proprio questa leadership che è divenuta una risorsa scarsa in un'Europa nella quale i leaders nazionali preferiscono per le posizioni europee figure più deboli di loro, mentre loro, che - non dimentichiamolo- sono l'Europa nei Consigli che decidono a Bruxelles, raramente rischiano il consenso nazionale in nome della causa europea.

Non fu così in passato. E questo è un vero problema, ma attenti, non è un problema europeo. Non vista dagli stereotipi sull'Europa, viene fuori la qualità delle élites politiche (e forse non solo politiche) che produciamo in ciascuno dei nostri paesi. Ma se di questo si tratta, il problema siamo noi, non l'Europa.

Giuliano Amato is former Italian Minister of Interior and a member of the European Council on Foreign Relations.


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